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L'apertura dell'ufficio di cooperazione italiana, una scuola per giovani giornalisti, il ritorno e il ricordo. Un racconto del nostro corrispondente, per la prima volta a Srebrenica - "dopo"

02/07/2009 -  Dario Terzić

È quello che dovevo fare da tanto tempo. Tornare a Srebrenica. Un importante confronto - incontro con me stesso, rimandato tante volte. Mi chiedevo come sarebbe stata la mia prima reazione. Avevo paura anche della rabbia che da anni sentivo dentro di me. Rabbia verso tanti, ma soprattutto verso la cosiddetta comunità internazionale. L'Europa unita. I militari europei che senza muoversi avevano osservato il massacro.

Da quando ho conosciuto Roberta Biagiarelli, autrice e interprete dello spettacolo teatrale "A come Srebrenica", ormai otto anni fa, avevo voglia, o soprattutto bisogno, di andarci. Di vedere Srebrenica. Sentivo anche un po' di vergogna, davanti a Roberta e agli altri stranieri che venivano spesso in questa sperduta cittadina della Bosnia. Ma avevo le mie scuse: come chi ha visto la guerra da vicino, l'ha vissuta, ero molto di parte. Forse proprio per questo dovevo aspettare un po', prendere le distanze. Venire a Srebrenica con le emozioni sotto controllo. Il pretesto giusto è stato il progetto proposto proprio da Roberta Biagiarelli: la scuola di giornalismo con i giovani giornalisti di Srebrenica - iniziativa della Cooperazione italiana in collaborazione con "Prijatelji Srebrenice" (Gli Amici di Srebrenica). Lavorare con i giovani è sempre una sfida, ma con i giovani di Srebrenica, ancora di più. Mi è sembrata una bella idea.

La Cooperazione italiana ha aperto un ufficio a Srebrenica nel marzo 2009. A parte un progetto dedicato allo sviluppo rurale, ci sono anche attività culturali - il cosiddetto "progetto comunicazione", che durerà fino a marzo 2010 - che comprende il sostegno a una serie di ONG della zona (una decina a Srebrenica e due a Bratunac), educazione ecologica, una biblioteca mobile, un corso di informatica, uno di lingua italiana, la scuola di giornalismo, e così via. Con i finanziamenti della Cooperazione italiana (circa 40.000 euro), è stato ricostruito il Centro culturale (Dom Kulture): palco, sipario, luci. Vecchio e nuovo allo stesso tempo, sarà inaugurato tra poco. Tantissime piccole cose per un ambiente un po' diverso, per una Srebrenica diversa. Ma ci vuole tanto lavoro, e tanta forza. Adesso posso dirlo liberamente: a Srebrenica c'è un dolore che ti blocca. E nonostante tutta la tua forza, tutta la voglia di fare e cambiare le cose, nonostante tutta la speranza, ti fermi. La paura che sentivo in tutti questi anni era comprensibile.

Prima di entrare in città ci siamo fermati al memoriale di Potočari. Mi sono fermato pochissimo. La mia prima reazione era forse esagerata. Ma nessuna possibilità di controllarla. La mia gamba sinistra si è leggermente paralizzata. Non dovevo fare nient'altro, solo tornare. Bastava quello. E alla fine, non c'è nessun bisogno di spiegare, di analizzare una reazione del genere. Davanti alle migliaia di tombe bianche degli uccisi di Srebrenica si ferma tutto. Ti paralizzi, anche letteralmente. E tutto il mondo lo vedi da un angolo diverso, al contrario. L'eternità non è un punto lontano da qui. È tutto capovolto.

Ma è giusto dire che, contro tutto il peso di questa storia recentissima, contro tutti gli ostacoli (anche quelli interni, psicologici), contro questo stato di paralisi, Srebrenica sta combattendo. Certo non è facile, perché a Srebrenica, come in tutte le piccole città della provincia bosniaca, a volte sembra che la vita si sia fermata da anni. Arrivano poche informazioni, sempre in ritardo. La mentalità è condizionata da tutti questi limiti. Rispetto a tante altre piccole città, perdute e dimenticate da tutti, almeno Srebrenica vive nella speranza che qualcosa possa cambiare. Qui si possono vedere artisti locali e stranieri pronti a dare un contributo, nel loro piccolo. Ho incontrato Irina Dobnik, un'attrice bosniaca che da anni vive in Italia, qui per insegnare italiano. Un gruppo di quattro ragazzi torinesi, venuto a presentare la sua musica. Ragazzi francesi, che stanno girando un film su Srebrenica. Tante attività per i giovani, tra cui il corso di giornalismo dove sono coinvolto anch'io.

A Srebrenica mancano tante cose. Manca un'intera generazione di ragazze e ragazzi bosniaci. Non ci sono, semplicemente - e di chi potrebbero essere figli? I loro padri 'possibili' sono stati ammazzati nell'estate del 1995. Sono andati nell'eternità, e qui è rimasto un vuoto. La gente sta cercando di riempirlo con la fatica di tutti i giorni, con la speranza, con la voglia di imparare cose nuove. A Srebrenica c'è sempre la speranza che le cose cambino, che le divisioni etniche cambino. Molti dicono che peggio di Srebrenica c'è solo Mostar, la mia città. Lì la linea di demarcazione è molto più visibile. A Srebrenica puoi vedere un locale serbo e uno bosgnacco, uno accanto all'altro, ma la comunicazione tra di loro è scarsa. Questi piccoli progetti culturali potrebbero essere il punto dove nascerà una nuova comunicazione. La strada è lunga, ma le cose non si cambiano in una notte. Soprattutto in una città così avvolta dal dolore, come Srebrenica.


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