Srebrenica rappresenta la pagina più nera della storia europea del secondo dopoguerra. Vi si svolgerà la "Settimana internazionale della memoria". Un'intervista a Irfanka Pasagic, direttrice di Tuzlanska Amica

03/07/2007 -  Nicole Corritore

State organizzando a Srebrenica, dal 27 agosto al 1° settembre, la "Settimana internazionale della Memoria". Ci racconta come è nata l'idea e perché?

Srebrenica è conosciuta come luogo dove a causa della mancanza di intervento dell'Europa e del mondo intero, sotto gli occhi di tutti i media, è avvenuto un genocidio. Srebrenica è un luogo dove a causa di questo mancato intervento, ancora oggi si vive nel passato. E' un luogo dimenticato da tutti coloro che non avrebbero mai dovuto dimenticare.

La Fondazione Alex Langer di Bolzano e Tuzlanska Amica hanno riflettuto molto su come aiutare i giovani di Srebrenica ed è così nato il progetto "Adopt Srebrenica", pensato in collaborazione con un gruppo di giovani che vive in questa città. Il progetto ha come scopo finale quello di istituire un centro internazionale di formazione per giovani, che diverrebbe principalmente uno spazio di documentazione e ricerca ma anche luogo interculturale per i giovani di Srebrenica, della Bosnia Erzegovina e dell'Europa intera.

Tutte le idee e le riflessioni sono comuni e siamo soddisfatti nel vedere l'entusiasmo con il quale questo gruppo di giovani partecipa ai lavori di preparazione, apportando continuamente nuove idee. Il gruppo è multietnico ma quello che è più importante è che si tratta di giovani molto preparati, che desiderano si faccia una chiara denuncia dei crimini commessi che hanno distrutto la città, che amano Srebrenica e desiderano costruire attivamente un'altra realtà e un futuro, per sé e per coloro che verranno. Proprio con il loro sostegno, abbiamo deciso di avviare il progetto, che non avrà un carattere temporaneo come per anni è avvenuto qui in diverse iniziative. Vorremmo che Srebrenica diventi in futuro una città dei e per i giovani, riconosciuta per la sua tolleranza e la sua convivenza, luogo dove la gioventù della Bosnia Erzegovina, dell'Europa e del mondo starà insieme, per studiare, far ricerca, ammonire ma soprattutto per lavorare coralmente.

Dai nostri incontri in loco e dagli incontri avvenuti in Italia su organizzazione della Fondazione Langer, nell'ambito del progetto "Adopt Srebrenica" è nata l'idea di realizzare a Srebrenica una settimana internazionale dedicata alla memoria, non solo sul genocidio avvenuto a Srebrenica ma anche su altri eventi simili accaduti nel mondo - in Ruanda, a Marzabotto, in Polonia, in Germania. Il nostro desiderio è che si dia alla memoria lo spazio per avviare il processo di riconciliazione, democratizzazione e, prima di tutto, di riparazione per i sopravvissuti. L'idea della settimana dedicata alla memoria si è imposta da sola, perché è evidente che è un argomento di cui si parla poco, attorno alla quale sono state costruiti grandi dubbi e manipolazioni. Si sente spesso dire che si deve dimenticare ciò è accaduto e che bisogna andare avanti. Ma se si riflette seriamente su questo ci si rende conto che questo è ridicolo - perché è impossibile dimenticare che ti hanno portato via un padre, un figlio, perché è impossibile passare accanto ai luoghi dei massacri senza che ti tornino alla mente quelle immagini.

Tenteremo di dare la giusta dimensione all'importanza della memoria, affinché il passato serva per costruire una nuova società e per fungere da "cura" per i sopravvissuti, non solo come forma di ammonizione per tutti noi ma come stimolo per proseguire oltre, meglio e diversamente.

Che cosa prevede il programma della settimana? Quali i temi trattati?

Ovviamente il tema centrale è la memoria. Il programma prevede una tavola rotonda alla quale sono invitati esperti di differenti settori provenienti dalla Bosnia e dall'Europa ma anche rappresentanti di sopravvissuti. Lo scopo è analizzare il ruolo della memoria nel processo di riconciliazione, la sua importanza nella costruzione di una società democratica che rispetta le diversità e riconosce i bisogni dell' "altro", che partecipa al dolore dei sopravvissuti e dà alle vittime un posto nella storia. Sarà inoltre un importante momento di scambio di conoscenze su come si può vivere con l'eredità del passato, senza ostacolare il cammino verso il futuro.

Nell'arco della settimana è prevista l'organizzazione di diversi seminari e workshop, con lo scopo di approfondire specifiche attività del percorso della memoria. Ad esempio: il ruolo dei media nella salvaguardia della memoria, il tema "donne e memoria", l'analisi delle conseguenze di lungo termine dei traumi subiti in guerra e l'importanza della memoria nel recupero delle vittime. Numerosi workshop saranno dedicati ai giovani, con l'intento di rafforzare i singoli e stimolarli ad assumere ruolo attivo nella creazione di un miglior contesto sociale dove vivere. Oltre a questo sono ovviamente previste mostre, performance musicali, e altri eventi culturali organizzati in collaborazione con soggetti locali e internazionali.

Srebrenica è il simbolo di una memoria rimossa, negata. Lei ha più volte detto che è importante ricordare, confrontarsi con il passato, per curare i traumi psicologici subiti. Questo secondo lei vale anche per le comunità?

Le sofferenze legate alla guerra in Bosnia Erzegovina rappresentano la nostra realtà. Per quanto ci si impegni, non possiamo dimenticare gli orrori attraverso i quali siamo passati ma possiamo fare qualcosa per convivere con essi. Affinché la memoria diventi un elemento del passato, si deve riconoscere il dolore delle vittime, si deve assicurare il sostegno alle nostre e alle comunità a noi vicine. Solo in questo modo la vittima potrà confrontarsi con i fatti tragici che ha subito e far diminuire il livello di dolore che essi gli procurano. La negazione dei crimini avvenuti e la discolpa di coloro che hanno perpetrato tali delitti, colpisce profondamente tutte le sfere della sua esistenza e lo fa sentire tanto smarrito da rendergli tutto ancora più insopportabile.

Ognuno di noi ha un passato, un presente e un futuro. E così anche una comunità nella sua interezza. Il passato recente della Bosnia Erzegovina è tragica, e insopportabilmente dolorosa per la maggior parte dei suoi cittadini. Non siamo tuttora pronti a confrontarci con questi recenti tragici eventi. E senza il confronto non ci può essere nemmeno la sedimentazione di questi fatti nel passato. Lo stato ha fatto poco, in questo senso. Tutt'oggi esistono le "nostre" e le "loro" vittime. In tutta la Bosnia Erzegovina ci sono delle strutture scolastiche frequentate dai bambini, che sono state teatro dei delitti più efferati. In quelle strutture non esiste un segno che indichi che quello che vi è accaduto all'interno non doveva accadere, non esiste alcuna frase nei libri di scuola che li menzioni e al ricordo delle vittime non viene dedicato nemmeno un momento. Nelle fosse comuni, sparse in tutta la Bosnia Erzegovina, vi sono ancora resti umani che attendono la loro definitiva destinazione.

Allo stesso tempo la classe politica non mostra, con il proprio operato, di volere che il nostro passato divenga effettivamente passato. Costruire un futuro in questa maniera è come pensare di costruire una casa senza fondamenta....che quindi potrà essere distrutta da qualsiasi tipo di terremoto.

Operate anche nell'ambito dell'elaborazione del conflitto delle diverse comunità che vivono a Srebrenica? Avete dei rapporti di collaborazione con altri soggetti locali? Se sì quali?

Le nostre attività si realizzano in pratica su tutto il territorio della Bosnia, in special modo a Srebrenica. La missione della nostra organizzazione è quella di risolvere le conseguenze della guerra e sostenere la creazione di un futuro migliore per i bambini e le loro famiglie. Ovviamente, affinché il nostro futuro e il futuro dei nostri bambini possa essere diverso, è anche necessario superare il conflitto che esiste ancora in maniera evidente.

Perché si raggiunga questo obiettivo è necessario lavorare su entrambi i livelli - individuale e comunitario. E' per questo che le nostre attività si rivolgono sia al singolo sia all'ambito più allargato in cui egli vive. Lungo tutto il corso del nostro lavoro una delle attività centrali è stata la promozione del dialogo a tutti i livelli e fra diversi gruppi, comprese le comunità etniche e religiose. Il superamento dei problemi che si hanno ancora in Bosnia richiede un intervento serio e multidisciplinare, perché solo così le conseguenze del conflitto possono essere, almeno, mitigate. Ecco perché tutte le nostre attività sono nate in base alla mappatura dei bisogni raccolti sul campo. Oltre a ciò, affinché questo processo possa avere successo, la condizione prima è che si proceda all'arresto dei criminali e alla loro rimozione da posizioni dalle quali possono ancora minacciare le vittime. Infine è necessario far emergere la verità, non tanto dimenticata quanto seppellita nella memoria.

Tuzlanska Amica quindi collabora con un gran numero di organizzazioni sull'intero territorio bosniaco. A Srebrenica abbiamo un rapporto particolare con l' "Associazione Sara", con l' "Associazione Zene Srebrenice" (Donne di Srebrenica) ma anche con molti altri, comprese le organizzazioni di studenti. Cooperiamo anche con la municipalità della città e con quella di Tuzla nonché altri enti locali dei dintorni. Con essi collaboriamo nella realizzazione di differenti progetti ma sempre nell'ambito del raggiungimento degli scopi prefissati dalla nostra mission.

La popolazione di Srebrenica come vive oggi, di fronte ad un passato così "presente"? Verrà coinvolta nell'organizzazione e nelle attività previste a settembre?

La popolazione di Srebrenica è strettamente coinvolta nell'organizzazione di tutte le attività previste, gestite dai giovani del gruppo con cui collaboriamo. La maggior parte dei nostri ospiti verranno accolti nelle case delle famiglie locali, un modo per dare ulteriore possibilità diretta di contatto e conoscenza. Devo sottolineare che, nonostante la sentenza della Corte internazionale sia stata ingiusta e quindi chiunque abbia a che fare con la conoscenza dei fatti avvenuti in Bosnia sia rimasto con l'amaro in bocca, la popolazione di Srebrenica è riuscita a produrre un cambiamento positivo.

Abbiamo seguito gli eventi per molti anni. Emergeva quanto la popolazione di Srebrenica fosse stanca di tutto e si fosse rassegnata ad una vita che non aveva alcun scopo. Questa gente è stata privata di aiuto durante la guerra ed è stata abbandonata a se stessa anche dopo. Considerate che molte persone, oltre ai sintomi da sindrome PTSD (Post Traumatic Stress Disorder) e da depressione come conseguenze dirette degli eventi traumatici a cui sono sopravvissuti, hanno mostrato importanti reazioni di tipo dissociativo. Alcuni hanno sviluppato una vera e propria sindrome di Stoccolma (ndr: sindrome che porta la vittima a simpatizzare o addirittura amare il proprio carnefice), il ché non è strano se si considera che hanno vissuto privati di qualsiasi basilare sicurezza, spesso dovendo vivere vicino agli assassini dei propri figli, in una condizione di costante paura.

La sentenza della Corte suprema internazionale è come se li avesse risvegliati. E' molto significativo che la gente abbia deciso di cominciare a pensare in maniera autonoma al proprio destino e a lottare per una vita dignitosa. Solo le vittime sanno cosa significa vivere in una città dove camminano liberi e lavorano, addirittura all'interno della polizia, responsabili del genocidio. Solo loro sanno cosa significa vivere in una città piena di rovine e miseria, dove non vi è alcuna comprensione per le sofferenza che hanno patito, dove vivono aspettando giorno dopo giorno che vengano trovati nelle fosse comuni i resti dei propri cari, per darne degna e definitiva sepoltura.

E' vero, qui il passato è ancora presente. Forse non possiamo nemmeno parlare di passato, perché si vive oggi come allora. Certo, è un buon segno che si siano scossi dal torpore. Sebbene nessuno di coloro che dovrebbero rispondere, compresa la comunità internazionale, abbia riconosciuto le proprie responsabilità nel non essere intervenuto, anche dopo dodici anni dalla fine della guerra, la promessa data in questi giorni che qualcosa cambierà fa pensare ad una svolta. Speriamo sinceramente che non restino promesse. Bisogna fare molta attenzione: se anche questa Srebrenica verrà dimenticata, non credo ci saranno le forze per una nuova rinascita. Rimane sintomatico che, per esempio, il premier della Republika Srpska quando passa nelle vicinanze del centro commemorativo (ndr: di Potocari) non si sia mai fermato. Non ha tempo. Non ha un minuto da dedicare alle vittime del più grande delitto commesso in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Non c'è tempo, ancora oggi.