Sono passati due anni dalla strage di Beslan. Il mondo un pò ricorda e molto rimuove. In pochi, ad iniziare da Mosca, sono pronti ad analizzare e riflettere sulle ragioni che portarono a quei giorni di terrore. Un commento

15/09/2006 -  Maddalena Parolin

Il mese di settembre e l'autunno si aprono con delle tappe di riflessione per la comunità internazionale rispetto a due grandi tragedie degli ultimi anni. Cinque anni fa l'attentato alle Torri Gemelle, ricordato con commemorazioni in tutto il mondo ed una grande attenzione mediatica. Due anni fa la strage di Beslan, ricordata nell'Ossezia del Nord, dove non può essere dimenticata, ricordata con qualche spazio nei giornali internazionali e celebrata a Mosca con l'intervento pesante della polizia nell'interrompere una manifestazione di organizzazioni per i diritti umani che chiedevano la verità su quanto accaduto.

Perché la tragedia di Beslan, rimasta impressa nell'immaginario collettivo avendo preso a bersaglio i bambini, non ha portato la comunità internazionale a riflettere seriamente sulle cause di un tale atto? Come ha potuto sbiadire così rapidamente il ricordo del sequestro della scuola e della sanguinosa azione con l'irruzione delle forze speciali russe dopo tre giorni?

L'attenzione internazionale verso le complesse questioni dei conflitti nel Caucaso rimane molto bassa e colpevole. L'atteggiamento di Mosca verso superstiti e parenti, gli errori nelle indagini ed il chiaro tentativo di tenere nascoste le responsabilità sembrano quasi non preoccupare l'Occidente per il quale evidentemente la Russia è un soggetto da criticare con cautela, benché sia ormai difficile negarne l'allontanamento dagli standard di democrazia e di rispetto dei diritti umani. Ma gli interessi economici e politici che legano l'Occidente alla Federazione russa pesano più delle vittime, siano esse civili o militari, russi, caucasici, bambini o donne.

Il nostro Paese è stato il primo ad intervenire sul territorio sin dal 4 settembre 2004, e, come raccontano tutti coloro che sono stati nell'Ossezia del Nord, la riconoscenza e la stima della popolazione osseta verso gli italiani è davvero tangibile.
Tra le associazioni italiane che portano avanti progetti diretti alla popolazione di Beslan, ai bambini e alle famiglie delle vittime ci sono le onlus "Aiutateci a Salvare i Bambini" di Rovereto e "Mondo in Cammino" di Carmagnola.

Partendo da un esperienza di cinque anni presso una clinica pediatrica a Mosca, "Aiutateci a Salvare i Bambini" (www.aiutateciasalvareibambini.org) è riuscita in un primo momento ad accogliere i bambini feriti in quella struttura. In seguito, grazie anche all'aiuto della Provincia di Trento, ha ospitato un gruppo di sessantasei abitanti della piccola cittadina a Trento per un progetto di sette settimane con l'intervento di una equipe di psicologi dell'Università di Padova, specialisti in psicologia dell'Emergenza. A partire da tale esperienza, che ha permesso di conoscere le dinamiche da gravissimo stress post acuto cui soffrivano gli ospiti, l'intervento di aiuto psicologico a Beslan è proseguito con le stesse equipe di Padova.

Ennio Bordato, presidente della onlus, ha espresso la difficoltà di tenere alto il ricordo della tragedia. "Il primo anniversario, nel 2005, - ha affermato - era stato ricordato con una cerimonia presso la Campana dei Caduti di Rovereto e alla quale avevano partecipato le Istituzioni, i rappresentanti della Federazione russa, della Chiesa russo - ortodossa e cattolico romana. Ma Beslan, nell'ambito della solidarietà internazionale, non è fra i primi posti nell'interesse delle Istituzioni, né purtroppo della popolazione".

Altrettanto forte è l'amarezza di Massimo Bonfatti, presidente e anima di "Mondo in Cammino" (www.mondoincammino.org), un'organizzazione che da anni è attiva con interventi prima a Chernobyl e poi nel Caucaso del nord, dove, oltre ad una campagna di accoglienza dei bambini di Beslan, promuove azioni di riconciliazione interetnica.

"La celebrazione di Beslan, deve essere sommessa, per non enfatizzare il grido e la denuncia delle madri disperate a Vladikavkaz che chiedono sia fatta luce e detta la verità sull'attentato, le cui conseguenze drammatiche sono ormai imputabili, come è percezione comune della popolazione di Beslan, unicamente alla volontà politica di sterminare i terroristi, e non di salvare gli ostaggi. Celebrazione discreta per poter continuare ad usare il pretesto del terrorismo per imporre la pax putiniana", ha affermato Massimo Bonfatti.

Sotto il nome di "lotta al terrorismo" infatti (e di "normalizzazione" nella Repubblica Cecena), vengono commesse quotidianamente gravi violazioni dei diritti umani, non solo nel Caucaso, ma anche sull'intero territorio della Federazione Russa, dove destano particolare preoccupazione le azioni della polizia contro i cittadini caucasici, soprattutto quelli ceceni, vittime di aggressioni, arresti arbitrari, razzismo e persecuzioni.

Poco tempo fa i mass media italiani ed internazionali, in particolare le edizioni online dei quotidiani, hanno ripreso un filmato diffuso dal giornalista del New Yorker J. C. Chivers, che documenta le violenze della polizia cecena verso una giovane incinta, accusata di adulterio. Come ha scritto Rico Guillermo dell'Osservatorio sulla Legalità e sui Diritti (www.osservatoriosullalegalita.org) molti giornali italiani hanno raccontato la vicenda evidenziandone solo alcuni aspetti e/o evitando di contestualizzare quanto accaduto, inducendo parte dei lettori a capire che la reale situazione politica della Cecenia sia diversa e che la grave situazione sia colpa dei musulmani.

In realtà i torturatori di Malika, nel video-choc realizzato da un soldato con il telefonino, non sono indipendentisti ceceni o integralisti islamici, ma i reparti speciali filo-russi e gli uomini di Kadyrov, primo ministro della repubblica caucasica e capo delle famigerate milizie responsabili della maggior parte delle violazioni dei diritti umani. La strategia del Cremlino di "cecenizzazione", cioè passaggio di potere nelle mani cecene fedeli a Mosca, assieme ad una politica del divide et impera, sta rendendo il conflitto sempre più complesso e sempre più interno, attraversando e disgregando tutti gli strati della società, le famiglie e le comunità, dove si verificano tradimenti e delazioni. Complici anche le amnistie, tramite le quali molti di coloro che prima erano guerriglieri sostenitori del movimento indipendentista si sono lasciati convincere, in parte in seguito a massicce e pressioni molte volte dirette a colpire i familiari, ad arruolarsi nelle file dei cosiddetti "kadyrovcy".

Ma la "cecenizzazione" evoca anche un altro fenomeno: quello del progressivo allargamento dell'instabilità alle altre repubbliche del Caucaso settentrionale, un complesso mosaico di lingue ed etnie. Tensioni decennali e conflitti irrisolti, difficili condizioni economiche, espandersi delle attività e della propaganda delle organizzazioni islamiste, sparizioni, arresti e torture da parte dell'esercito russo o delle milizie filorusse che diffondono nella popolazione un clima di insicurezza e terrore. Beslan avrebbe dovuto farci riflettere su questo terrore e sulle sue vere responsabilità.

* L'articolo è stato redatto per Osservatorio sui Balcani e PeaceLink


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