Angelo Salento, ricercatore presso l'Università del Salento, si occupa del Master in cooperazione internazionale, diritti umani e peacekeeping nell'area mediterranea, mediorientale e dei Balcani. Un osservatorio interessante per ragionare di relazioni territoriali tra Italia e sud est europeo. Un'intervista

05/03/2007 -  Silvia Nejrotti

Italia meridionale, Balcani e bacino del Mediterraneo: ci sono tendenze di sviluppo comuni?

Dal mio punto di osservazione, quello di un ricercatore che si occupa di sociologia economica e dello sviluppo, vedo sicuramente delle analogie. La grande trasformazione che sta investendo il mezzogiorno d'Italia, realtà dove vivo quotidianamente, si riscontra più in generale nell'insieme dell'area mediterranea. Le dinamiche osservabili sono quelle, tutto sommato già viste altrove, della riconfigurazione degli assetti nella distribuzione internazionale del lavoro. Ci sono grandi trasferimenti, grandi delocalizzazioni produttive. Aree prima estranee al capitalismo internazionale si stanno trasformando in grossi bacini di manodopera a basso costo, e l'Italia ne è pienamente coinvolta. Le conseguenze prodotte in passato da questi fenomeni sono state assolutamente devastanti. Mi sembra però che i tempi siano maturi per costruire le condizioni affinché si evitino simili processi, con le conseguenze perverse a cui hanno condotto.

Quali pensi siano le alternative praticabili?

Parto da una considerazione: nel dibattito sul mezzogiorno d'Italia si è ormai colta in maniera precisa la trappola molto vecchia del ritenere necessario passare attraverso processi di industrializzazione forzata per accedere al benessere, alla dignità come persone e come comunità. Si è compreso cioé che la modernità non è affatto estranea ai mali che da tempo affliggono il sud, e come il sud tante aree del bacino del Mediterraneo e di altre zone del mondo. Si tratta quindi di scardinare questa credenza, per cui i territori devono mettersi a disposizione di attività che con quegli stessi territori non hanno nulla a che vedere. Non si possono considerare i territori come semplici risorse da valorizzare in un'ottica produttivistica, come bacini di materie prime da consumare.

Si dovrebbe guardare invece ai contesti locali come a qualcosa di vivo, che continuamente risorge, si modifica e si offre ad una popolazione forte del proprio territorio, della propria storia, della propria tradizione locale. Una popolazione grata a sé stessa, in qualche modo, che non butta via niente di quello che è il proprio passato.

Proprio qui sta un problema rilevante che hanno colto vari osservatori del mondo contemporaneo: l'attuale divisione internazionale del lavoro esercita una violenza simbolica fortissima, diffondendo l'idea dell'ineluttabilità della modernizzazione come rottura col passato. Una modernizzazione che nei fatti non solo ha prodotto le nuove povertà di cui si parla molto, ma ha anche riproposto e aggravato le forme di povertà tradizionali.

Dunque non solo il mezzogiorno d'Italia, ma tutti i contesti mediterranei in questo momento si trovano davanti ad un bivio importantissimo. Offrirsi come terreni di conquista per le forze produttive dell'Europa e del mondo anglosassone, oppure percorrere un'altra strada. Spero proprio che si possa fare questa seconda scelta, e che possano esserci tratti di strada comune tra mezzogiorno e altri territori mediterranei.

Che tipo di relazioni possibili vedi tra mezzogiorno d'Italia e area balcanica?

La condizione di queste due aree è per molti versi comune. Usando termini un po' forti, direi che il mezzogiorno - come peraltro i Balcani - continua ad essere un territorio di conquista. E' sottoposto ad un imperativo di crescita, ma in realtà resta sempre e inevitabilmente "indietro" rispetto ad un centro-nord che gli consuma di giorno in giorno quelle risorse che lui non ha saputo prendere sul serio.

C'è da dire che uso la categoria di sud impropriamente, perché non esiste "il sud" ma esistono i sud, cioè tanti contesti diversi di cui si compone il mezzogiorno d'Italia. E' proprio questa diversità che bisognerebbe prendere in considerazione, rispettare e mettere a valore. Lo stesso discorso dovrebbe essere fatto nei Balcani e altrove. Non per proporre chiavi di lettura universali, né per elevare la logica della diversità a regola dello sviluppo, però sono convinto che questa sia un'ottica interessante per vari contesti territoriali.

Parlavi dell'attenzione alle specificità culturali, che contraddistingue anche la cooperazione decentrata come attivazione di relazioni tra territori. Tu dirigi un Master universitario su questi temi: come si inquadra la proposta formativa dell'Università del Salento con quanto detto sopra?

Il Master in cooperazione internazionale, diritti umani e peacekeeping nell'area mediterranea, mediorientale e dei Balcani è un'iniziativa della Regione Puglia. La nuova amministrazione ha preso varie iniziative in questo senso, cercando di far rinascere uno spirito cooperativo che in precedenza era stato soffocato. Abbiamo attivato il Master con molto entusiasmo, e il desiderio di offrire agli allievi - giovani disoccupati intellettuali - delle prospettive che non fossero i soliti insegnamenti di cooperazione tradizionale, intesa come espansione economica dell'occidente. Abbiamo pensato che questa fosse un'occasione per aprirsi ad una conoscenza reale dei contesti mediterranei. Partiamo dal presupposto che prima ancora degli scambi economici manca una conoscenza reciproca, e si finisce per costruire relazioni che in realtà sono solo di sfruttamento, dove ciascuno prende quello che può. Abbiamo provato perciò a disegnare un Master che fosse ricco di insegnamenti teorici, ma anche ricco di prospettive metodologiche e di pratiche come la cooperazione tra comunità con cui ci troviamo vicini.

Quali orientamenti vedi nelle relazioni di cooperazione in Puglia?

Ci sono diversi progetti che si preoccupano di connettere non solo flussi economici ma persone, di mettere in comune conoscenze, esperienze, sensibilità, di costruire una piattaforma culturale comune per dialogare e conoscersi. Vedo d'altro canto anche altre dinamiche note: la delocalizzazione delle imprese, i puri e semplici trasferimenti di risorse economiche... Molto spesso si definiscono azioni di sviluppo locale nei Balcani o nel Mediterraneo dei puri e semplici trasferimenti di risorse secondo il teorema dei costi comparati, per cui si va a produrre dove costa di meno. Noi cerchiamo di porci in alternativa, e vedo che questo sforzo si diffonde e concretizza in vari progetti. Forse ciò accade anche a partire da una nuova prospettiva e consapevolezza che sta crescendo sul mezzogiorno d'Italia, cioé su noi stessi.