Maternità - Rita Cappello

Nella repubblica rivierasca, da alcune indagini risultano piuttosto diffuse le discriminazioni contro le donne sui luoghi di lavoro. In un ambiente sociale ancora fortemente maschilista, spesso le occupate devono scegliere tra la maternità e il posto di lavoro

03/03/2005 -  Anonymous User

Di Milena Perovic, Monitor, 18 febbraio 2005

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Ivana Telebak

Mentre state comprando della frutta di colore rosso vivo nel mese di dicembre, posta davanti ad un negozio e coperta con del nailon, forse avrete notato le mani gonfie dal freddo di una donna che porta la vostra ordinazione alla cassa e torna velocemente indietro. Da tempo questi posti di lavoro non sono una rarità. Oppure la parrucchiera, che si è lamentata perché il suo padrone non le permette di sedersi durante il lavoro. Non è così? Allora, forse proprio nel vostro negozio di fiducia, avrete notato le impiegate curve sotto il peso della merce che scaricano dal camion.

"Le donne impiegate nei Paesi in transizione, dove sono in corso il processo di transizione e le condizioni del mercato economico, spesso, sul posto di lavoro sono esposte a rischi per la salute e a rischi di carattere sociale, persino alla perdita del posto di lavoro", direbbero gli esperti.

Trasformato nella locale realtà di transizione questo suona così: recentemente a Bar, a causa di difficili condizioni di lavoro, per aver portato dei carichi troppo pesanti, per il freddo, per il lavoro notturno, tre donne, lavoratrici nella stessa impresa commerciale, hanno perso il bambino che portavano in grembo. Ne testimoniano i dati del sindacato di Bari. E testimoniano pure di questo: il datore di lavoro non è stato punito.

"Le donne non hanno voluto esporre denuncia contro il datore perché precedentemente avevano firmato una lettera di licenziamento in bianco. Grazie alla quale potevano rimanere senza lavoro in qualsiasi momento e per un qualsiasi motivo che il datore di lavoro avrebbe scritto in seguito", spiega Branka Vlahovic, presidentessa di suddetto sindacato. Le tre donne, afferma, sono rimaste nello stesso posto di lavoro.

Questa storia sulla minaccia del diritto alla maternità è soltanto una piccola tessera del mosaico che parla della discriminazione delle donne sul posto di lavoro e durante l'assunzione, in Montenegro.

Si apre un concorso e per esempio si presentano al concorso trenta donne e venti uomini. I datori di lavoro non di rado chiedono alle donne, se in giovane età, di dire sin dall'inizio se si sposeranno o se avranno dei bambini", spiega Rosa Popovic, presidentessa dell'associazione "Donna occupata", un'organizzazione che orerano all'interno del Sindacato. "Se è di età matura, allora i criteri determinanti sono l'aspetto, gli obblighi verso la famiglia... Alla fine, scelgono un uomo. Il datore pensa: non andrà in maternità, non andrà in malattia né per curare i bambini né per curare i genitori, può viaggiare..."

Il datore di lavoro fa un buon calcolo: fino ad ora in Montenegro il diritto alla maternità, secondo i dati del Ministero per il lavoro e la previdenza sociale, è stato goduto solo da due uomini.

Biljana Zekovic, coordinatrice del telefono SOS, rammenta che non finisce qui il ventaglio delle diverse situazioni, in cui la maternità è causa di discriminazione delle donne sul posto di lavoro. "Tra le categorie non particolarmente protette, ci sono anche le madri che si mantengono da sole". Spiega la coordinatrice: "I datori di lavoro respingono queste donne proprio per i grandi obblighi che hanno nei confronti dei figli". La Zekovic crede che lo Stato dovrebbe stimolare i datori di lavoro, diminuendo le tasse o mediante altri meccanismi, per poter assumere queste donne.

"Esistono altri casi di negazione del diritto alla maternità. Per esempio, l'azienda è fallita e la futura madre condivide il destino dell'azienda. Il curatore del fallimento mantiene il posto di lavoro per un certo numero di persone e invece di dare la priorità a queste lavoratrici, le lascia a casa", spiega Popovic. I dati dell'Ufficio di collocamento, oltre a indicare che le donne rappresentano il 60 % dei disoccupati, indicano che di tale numero, il 40 % si rivolge a questo ufficio proprio a causa del fallimento dell'azienda.

Popovic spiega che questa categoria di donne è tutelata dalle nuove leggi. Ora, i servizi di protezione sociale mettono da parte dei mezzi, che sono a carico delle aziende".

Le leggi, però, neanche prima rappresentavano un problema. Oltre alla legislazione nazionale che anche in precedenza tutelava in modo particolare i diritti delle donne, il Montenegro ha ratificato anche molte convenzioni per la protezione di questi diritti, con essi anche il diritto alla maternità. Il problema, invece, è l'inefficacia del servizio che dovrebbe tutelare tali diritti.

Sebbene all'ispettorato del lavoro si vantino del numero di denunce firmate lo scorso anno, la Popovic afferma che sono pochi i datori di lavoro puniti. "Anche quando viene punito, si tirano in ballo le relazioni familiari per evitare di pagare la multa". Inoltre la Popovic dice: "Se le normative di legge funzionassero, allora il datore, quando lo chiamiamo e gli diciamo che ha infranto la legge, reagirebbe, eccome, in fretta. Invece così facendo, continua come prima".

Branka Vlahovic considera che non si tratta solo delle mancanze dell'ispettorato del lavoro. "Se si vuole risolvere questo problema, c'è bisogno di un'azione coordinata dell'ispettorato del lavoro e dell'ispettorato per la tutela del lavoro, della sanità, e se c'è bisogno, anche di un'ispezione finanziaria".

Le nostre interlocutrici ricordano che esiste un altro motivo per cui il datore viene raramente punito: quando le donne non sono pronte a denunciarlo. Di ciò testimoniano anche i dati dell'ispettorato del lavoro: l'anno scorso non hanno avuto alcuna richiesta di processo per discriminazione su base sessuale.

Oltre alle incertezze connesse al procedimento giudiziario, ed anche ai soldi che servono, c'è anche la paura di rimanere nelle liste dell'Ufficio di collocamento. Gli stessi uffici non di rado aiutano la discriminazione sessuale.

"Conosco dei casi a Niksic e a Bar, dove gli uffici chiedono alle donne sopra i 42 anni di provare che hanno fatto domanda di assunzione da qualche parte, altrimenti rimarranno senza lavoro. "Questo è il modo in cui viene fatta la statistica", afferma la Vlahovic.

Nemmeno la decisione del tribunale spesso significa che giustizia è fatta. "Abbiamo avuto un caso di una donna che è stata licenziata mentre era in gravidanza, secondo la legge il fatto è punibile e non è permesso. Il tribunale ovviamente ha deciso a suo favore, ma la decisione del tribunale non mai è stata eseguita. Quel posto di lavoro nel frattempo è stato eliminato".

Succede che alcune volte non ci siano nemmeno le condizioni tecnico-giuridiche per fare il processo. La Vlahovic ricorda il caso della fabbrica di Bar "Barsi" dove 48 donne in una notte sono giunte all'Ufficio di collocamento. "Dalla produzione. La notte precedente hanno prodotto 16 mila paia di scarpe. Dopo la reazione dell'ispettorato, il direttore le ha fatte tornare indietro, ma la fabbrica ha chiuso. Non è possibile avviare un procedimento in tribunale perché non c'è alcuna garanzia dello status della ditta. Fra altro, le ha licenziate una persona che non era legalmente il direttore dell'azienda". La Vlahovic afferma: "Tutte queste irregolarità non sarebbero possibili se esistesse una coordinazione dei servizi delle ispezioni".

Biljana Zekovic, invece, rimprovera anche il Sindacato. Lei afferma che il motivo della discriminazione è anche il fatto che le donne non sono a conoscenza dei loro diritti. "I consigli e l'aiuto legale gratuito dovrebbe essere offerti dal Sindacato". Al Sindacato dicono che loro hanno quattro servizi legali, ma che recentemente hanno pubblicato anche un manuale per le donne, in cui si spiegano i diritti sociali del lavoro.

Quando si tratta dei diritti delle donne, le convezioni internazionali, raccomandano il meccanismo di tutela, e il diritto alla maternità: con la formazione di corpi speciali (commissioni, comitati, consigli), con le azioni dei piani nazionali, con ombudsman specializzati per i diritti delle donne, con giudici donne, con la conduzione di una statistica sensibile ai generi, con l'introduzione delle quote.

Il Montenegro, per adesso, ha fatto solo ciò che poteva, nuovi posti di lavoro e nuove funzioni: ha formato l'ufficio per la parità dei sessi e una commissione parlamentare che si occupa della medesima questione. Il piano d'azione non è ancora stato fatto, nonostante i piani nazionali concernenti diverse tematiche vengano quasi fabbricati. La Vlahovic ricorda che il Montenegro non conduce una statistica delle nascite.

Infine, le donne in Montenegro non possono risolvere i problemi con i datori di lavoro nemmeno mettendosi da sole in affari. Anche l'auto-occupazione si è dimostrata un privilegio maschile. E' semplice, per avere il credito c'è bisogno di investire la proprietà. Della quale di solito non dispongono. La statistica delle organizzazioni femminili afferma che: soltanto su tredici donne una possiede la macchina, il 7 % è proprietaria di un terreno coltivabile, e di un ufficio il 2 %... E dalla chiesa agli attivisti dei partiti, tutti si lamentano per il calo della natalità in Montenegro.


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