Berlino

"Scrittori in esilio", così si chiama il programma del centro PEN dell'organizzazione internazionale per la difesa dei diritti degli scrittori. La giornalista cecena Majnat Abdullaeva ritiene che la partecipazione a questo programma le abbia salvato la vita

24/01/2007 -  Anonymous User

Di: Oksana Evdokimova, per Chechen.org, 7 dicembre 2006
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Claudia Redigolo

Il programma del centro PEN "Scrittori in esilio" è stato fondato per dare sostegno a scrittori e giornalisti perseguitati. Attualmente, in Germania, per questo programma vivono e lavorano sei persone dei più diversi paesi del mondo: Iran, Zimbabwe, Tunisia, Colombia, Cuba e Russia

Sotto la minaccia di ritorsioni

Majnat Abdullaeva è arrivata in Germania dalla Cecenia due anni fa. In quel periodo all'indirizzo della giornalista cecena, che lavorava a Grozny per i mass media stranieri e anche per il giornale d'opposizione "Novaja Gazeta" (Giornale Nuovo), iniziavano ad arrivare delle minacce. Lei si è sentita in pericolo e ha temuto per la vita dei suoi cari. Non molto tempo fa il direttore del centro PEN ha preso la decisione di prolungare il suo stipendio ancora per un anno. Alla vigilia della giornata internazionale per la difesa dei diritti umani, che si celebra il 10 dicembre, Majnat Abdullaeva ha incontrato il corrispondente berlinese di "Nemeckoj Volny" (Onda tedesca).

Majnat Abdullaeva ha 32 anni, il viso pallido, capelli scuri che iniziano ad ingrigirsi. Fino al 2004 ha vissuto a Grozny, da dove scriveva per la "Novaja Gazeta", ma lavorava anche per i mass media stranieri come corrispondente locale e del programma in lingua cecena della stazione radio "Svoboda" (Libertà). Nel 2003 Abdullaeva è stata finalista del concorso intitolato ad Andrej Sakharov "Za žurnalistiku kak postupok" (Per il giornalismo come azione), organizzato dal Fondo di difesa della trasparenza a Mosca. Ha continuato a lavorare in Cecenia fino a quando non ha cominciato a ricevere minacce

"Avrei dovuto lasciare la Cecenia, altrimenti minacciavano che avrebbero punito la mia famiglia" ricorda Abdullaeva. "Certo era legato al mio lavoro, perché la Cecenia è un piccolo territorio e lì tutti sanno chi fa cosa".

In esilio, ma al sicuro

Majnat Abdullaeva non ha mai saputo chi ha mandato da lei dei ceceni a intimidire e minacciare di punire la sua famiglia. Ha comunicato il pericolo ad alcuni amici a Mosca, collegati all'organizzazione internazionale "Reportery bez graniz" (Reporter senza confini). Insieme alla sezione tedesca del centro PEN, gli amici l'hanno aiutata a lasciare la Cecenia in tempo breve. Così la giornalista cecena è diventata una "scrittrice in esilio".

"Questo programma ha salvato la vita a me e al mio bambino", riconosce la giornalista cecena. "Nel mio caso è stato molto importante il fatto che non mi abbiano semplicemente aiutato, ma mi abbiano aiutato "operativamente". Quando i giornalisti stranieri lavorano in Cecenia, hanno alle spalle compagnie assicurative e redazioni ricche; quando lavorano abitanti del posto non solo sono in pericolo loro, ma anche le loro famiglie".

Insieme a Majnat, in un piccolo appartamento berlinese, vive la figlia di cinque anni. Tutte le spese di sostentamento sono pagate dal centro PEN. Majnat Abdullaeva continua, ora dalla capitale tedesca, a fare reportage in ceceno sulla Germania per radio "Svoboda" e a scrivere commenti sulla Cecenia per i conduttori dei mass media tedeschi. Partecipa anche a iniziative per la difesa dei diritti umani, sta elaborando un programma per il computer per l'insegnamento della lingua cecena e sta lavorando al suo primo libro, un saggio di ricordi di una città che, come ritiene la giornalista, non esiste più.

Majnat racconta che a Berlino passa notti insonni. Dice che le ha insegnato a non dormire Grozny, dove soprattutto di notte bisognava stare in guardia. Non crede alle notizie di un ritorno della pace in Cecenia. A Grozny vivono i suoi genitori e amici. Le raccontano che continuano le sparizioni di persone e il terrore paralizza chi è vivo.

"Se la guerra è finita cosa ci fanno 80 mila soldati russi in Cecenia? Perché in Cecenia non fanno entrare i giornalisti indipendenti, di cosa hanno paura, che cosa nascondono? Perché in Cecenia non c'è un solo ufficio di rappresentanza di organizzazioni internazionali?", chiede Abdullaeva. La giornalista ritiene che sia difficile che ci sia vera pace in Cecenia senza l'influenza della società internazionale e critica i leader occidentali perché non sono intervenuti per fermare le azioni di guerra in Cecenia.


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