(Foto Getty Images/BBC)

Una cronologia dei principali avvenimenti che hanno portato alla guerra di agosto tra Georgia e Russia. L'attacco, le conseguenze, il ruolo dell'Europa

23/09/2008 -  Andrea Rossini

L'otto agosto 2008, pochi minuti dopo la mezzanotte, un alto ufficiale del ministero della Difesa georgiano dichiarava che "la Georgia aveva deciso di riportare l'ordine costituzionale nell'Ossezia del Sud" v. "Civil Georgia", 8 agosto 2008, h 00.35. Mentre le televisioni di tutto il mondo si preparavano a trasmettere la cerimonia di inaugurazione dei Giochi Olimpici di Pechino, manifestazione tradizionalmente nel segno della pace e della competizione sportiva tra le nazioni, nel Caucaso iniziava la guerra. Uno dei molti conflitti rimasti "congelati" al momento della fine dell'Unione Sovietica, quello tra Georgia e separatisti osseti, riesplodeva improvvisamente. L'intervento della Russia e l'estensione del conflitto all'Abkhazia e al resto del territorio georgiano avrebbero condotto, nelle ore successive, alla peggiore crisi in Europa dalla fine delle guerre nei Balcani.

Dalla dissoluzione dell'URSS alla guerra di agosto

L'Ossezia del Sud è una regione della Georgia che, dal 1992, è de facto indipendente. Al momento della proclamazione dell'indipendenza georgiana infatti, il 9 aprile del 1991, alcune regioni che - secondo la ripartizione amministrativa dell'ex Unione Sovietica - facevano parte della Georgia, dichiararono a loro volta l'indipendenza da Tbilisi. La prima a dichiarare la secessione fu l'Abkhazia, nell'agosto del 1991. Nel gennaio dell'anno successivo anche l'Ossezia meridionale proclamò la propria indipendenza, senza che questa venisse riconosciuta da alcuno Stato.

Gli osseti sono un gruppo etnico originario delle pianure russe a sud del Don. Nel tredicesimo secolo, all'epoca delle invasioni mongole, furono spinti a rifugiarsi nelle montagne del Caucaso. Una parte di loro vive nell'Ossezia settentrionale, che è una repubblica autonoma all'interno della Federazione Russa, mentre un'altra parte nell'Ossezia del Sud, teatro del recente conflitto. In quest'ultima regione, prima della guerra dell'agosto scorso, vivevano circa 70.000 persone v. International Crisis Group Report, Georgia's South Ossetia Conflict: Make Haste Slowly, pag. 3, di cui la maggioranza di nazionalità osseta ed una significativa minoranza di nazionalità georgiana.

Dopo le contrapposte dichiarazioni di indipendenza dei primi anni '90, iniziò un periodo di conflitti che causarono migliaia di vittime e decine di migliaia di profughi. Nel giugno del 1992 la Georgia firmò con i separatisti osseti il cosiddetto accordo di Sochi "Agreement on the Principles of the Settlement of the Georgian-Ossetian Conflict between Georgia and Russia", ndr, che prevedeva la dislocazione nella regione di un contingente di peacekeeper formato da soldati russi, osseti e georgiani. Nel dicembre del 1993 un analogo accordo di pace venne firmato a Ginevra tra governo georgiano e separatisti abkhazi. Anche questo accordo, confermato a Mosca nel 1994 dopo l'ingresso della Georgia nella Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), prevedeva la dislocazione di un contingente di pace, questa volta sotto l'egida della CSI. Gli accordi garantirono negli anni successivi il mantenimento della stabilità in queste regioni, ma non la soluzione dei conflitti che, a partire da quel momento, divennero appunto "congelati", con occasionali attacchi e scontri a fuoco di bassa intensità.

A seguito della cosiddetta "Rivoluzione delle Rose" che, nel 2003, portò alla presidenza della Georgia Mikhail Saakashvili al posto di Eduard Shevardnadze, la situazione cominciò lentamente a cambiare. Saakashvili mise al centro del proprio programma la questione del ripristino dell'integrità territoriale del Paese che, con il nuovo presidente, entrava decisamente nel campo occidentale. Un importante programma di riarmo, sostenuto dagli Stati Uniti, si accompagnava alla partecipazione della Georgia alla "coalizione dei volonterosi" in Iraq e alla richiesta di entrare a far parte dell'Alleanza Atlantica.

Nel frattempo la Russia di Putin consolidava progressivamente i propri legami con le repubbliche secessioniste, grazie in particolare all'approvazione di una nuova legge sulla cittadinanza che portò larga parte degli abitanti di Abkhazia e Ossezia del Sud ad ottenere il passaporto russo. Nel 1999 in Abkhazia e nel 2006 in Ossezia del Sud le leadership secessioniste organizzarono nuovi referendum sull'indipendenza, cui i cittadini di nazionalità georgiana non parteciparono. La composizione etnica delle due regioni, intanto, stava gradualmente mutando a seguito di un lento ma costante processo di espulsione dei georgiani.

L'attacco

Solo poche ore dopo l'attacco georgiano, nella notte tra il 7 e l'8 agosto, carri armati della 58sima armata russa attraversavano il tunnel di Roki - che separa l'Ossezia settentrionale da quella meridionale - segnando l'entrata in guerra della Russia. v. International Crisis Group, Russia against Georgia: the fallout, Europe Report n. 195, 22 agosto 2008, pag. 1: "At approximately 1:30am, tank columns of the Russian 58th Army started crossing into Georgia from the Roki tunnel separating North and South Ossetia. Apparently, the Russians had anticipated, if they did not actually entice, the Georgian move".

Mosca ha motivato il proprio intervento con la necessità di difendere i propri cittadini e i soldati inquadrati nelle forze di peacekeeping. Il Primo ministro russo Vladimir Putin ha definito "genocidio" quanto stava avvenendo in Ossezia del Sud "Putin: what's happening in South Ossetia is a genocide of the Ossetian people", Interfax, 9 agosto 2008. L'intervento di Mosca, circa 20.000 uomini e 100 carri armati, si è esteso rapidamente ben oltre la zona del conflitto. Aerei russi hanno bombardato Gori, città posta sulla direttrice principale che collega la Georgia occidentale e orientale, la regione di Zugdidi e un impianto dell'aviazione georgiana vicino alla capitale Tbilisi, mentre la flotta russa del Mar Nero affondava diverse navi georgiane nel porto di Poti.

L'area degli scontri incluse rapidamente anche l'Abkhazia. Nella mattina dell'8 agosto, le forze abkhaze entravano in guerra assistite dall'aviazione russa per riprendere il possesso della valle del Kodori, l'unica parte della regione sotto controllo georgiano, impadronendosi anche di una parte di territorio sul fiume Inguri.

(Foto AP/BBC)

La mattina dell'11 agosto le forze di Tbilisi si sono ritirate completamente dall'Ossezia del Sud. La guerra è proseguita nel resto del territorio georgiano fino alla dichiarazione di cessate il fuoco firmata da Mosca e Tbilisi il giorno successivo, martedì 12 agosto, grazie alla mediazione condotta dal presidente francese Nicolas Sarkozy v. la versione originale dell'accordo in sei punti.

Il 26 agosto, a seguito del parere favorevole della Duma, il presidente Dmitrij Medvedev ha dichiarato che la Russia riconosceva l'indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia. Il ritiro delle truppe russe dal territorio georgiano è proseguito nelle settimane successive con estrema lentezza. Un mese dopo la firma del cessate il fuoco, il 9 settembre, il ritiro non era ancora stato completato e il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, ha annunciato che la Russia avrebbe mantenuto 7.600 soldati in Abkhazia e Ossezia del Sud v. BBC, Russia to keep troops in Georgia, 9 settembre 2008.

Le conseguenze

Il numero totale delle vittime non è ancora stato accertato. Fonti ossete e russe, durante la prima fase dei combattimenti, hanno parlato di circa 2.000 morti a Tskhinvali. Secondo l'organizzazione indipendente Human Rights Watch, invece, le vittime accertate in Ossezia del Sud sarebbero alcune decine V. PeaceReporter, 18.08.2008: "Hrw ridimensiona le vittime in Ossezia del Sud: decine, non migliaia". Il numero totale delle vittime nel resto del territorio georgiano, secondo il governo di Tbilisi, sarebbe di 222, di cui 144 militari e 78 civili, mentre i feriti 2.231 dati del governo aggiornati al 29 agosto.

Le notizie di crimini e atrocità commesse contro civili dalle diverse parti in conflitto, anche se non sempre confermate da osservatori indipendenti, hanno scavato un fossato di paura tra le diverse comunità. Dopo il ritiro dall'Ossezia dell'esercito di Tbilisi, che aveva duramente bombardato Tskhinvali, le milizie ossete hanno saccheggiato e dato alle fiamme diversi villaggi georgiani nella regione. Episodi di terrorismo e pulizia etnica, durante tutto il mese di agosto, sono stati confermati sia da giornalisti e osservatori sul terreno che da riprese satellitari v. Human Rights Watch: Georgia: Satellite Images Show Destruction, Ethnic Attacks.

Secondo l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, i profughi e gli sfollati sarebbero oltre 150.000, tra cui 128.000 georgiani fuggiti dall'Ossezia del Sud, dall'Abkhazia, da Gori e da Zugdidi e circa 30.000 osseti scappati dall'Ossezia meridionale verso la Federazione russa v. In fuga, di Maura Morandi, Osservatorio Balcani Caucaso, 22.08.2008.

Sia le forze russe che quelle georgiane hanno utilizzato bombe a grappolo c.d. "cluster", ndr messe al bando da un trattato internazionale firmato a Dublino il 30 maggio scorso da 107 Paesi, ma non sottoscritto da Mosca né da Tbilisi. Queste bombe, che esplodono in aria rilasciando decine e a volte centinaia di piccoli ordigni sul terreno, funzionano come vere e proprie mine, e i loro effetti continuano per decenni dopo la fine delle ostilità. Human Rights Watch ha confermato che bombardamenti con questo tipo di ordigni sono stati effettuati nelle vicinanze del tunnel di Roki, nel villaggio di Ruisi e nella città di Gori.

Ragioni di un conflitto

Manifestazioni in Georgia (foto AFP/BBC)

Le cause immediate del conflitto vanno ricercate nella incapacità della leadership georgiana di risolvere per via negoziale il conflitto con le repubbliche separatiste. La frustrazione per una situazione di stallo che andava ormai avanti da troppi anni, nell'indifferenza della comunità internazionale e in particolare dell'Unione Europea, ha condotto infine al disastroso tentativo di risolvere la questione manu militari. La prospettiva di un'ampia autonomia per Abkhazia e Ossezia all'interno di una Georgia democratica e sulla strada dell'integrazione europea avrebbe (forse) potuto disinnescare l'opzione secessionista e gradualmente risolvere il conflitto.

Altri fattori hanno tuttavia contribuito all'acuirsi delle tensioni nella regione.

La dichiarazione di indipendenza del Kosovo, il 17 febbraio scorso, ha rafforzato l'opzione indipendentista a Tskhinvali e Sukhumi. Nonostante le dichiarazioni secondo cui quello del Kosovo rappresentava un caso "sui generis", il riconoscimento dell'indipendenza di Pristina da parte della maggioranza degli Stati europei ha rappresentato un elemento di destabilizzazione nel delicato scenario caucasico. Dopo la dichiarazione di indipendenza di Pristina, la Russia ha rafforzato il proprio sostegno ad Abkhazia e Ossezia del Sud stabilendo relazioni diplomatiche con entrambe le entità, ritirandosi dal regime di sanzioni imposto dalla CSI all'Abkhazia e dispiegando ulteriori truppe nella regione cfr. la cronologia presentata da International Crisis Group in Russia against Georgia: the fallout, Europe Report n. 195, 22 agosto 2008. Quando infine, al termine della guerra con la Georgia, Mosca ha riconosciuto l'indipendenza delle due Repubbliche, lo ha fatto utilizzando un arsenale di argomentazioni simile a quello esposto da alcuni Paesi occidentali per sostenere l'indipendenza del Kosovo.

L'affermazione russa del diritto delle minoranze perseguitate alla secessione, tuttavia, potrebbe aprire scenari rischiosi nella stessa Federazione, a partire dal Caucaso del Nord. Il 26 agosto John McCain, candidato alla presidenza degli Stati Uniti per i repubblicani, ha fatto riferimento a questo potenziale vaso di Pandora dichiarando che "dopo che la Russia ha illegalmente riconosciuto l'indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia, i Paesi occidentali dovrebbero pensare all'indipendenza del Caucaso del Nord e della Cecenia" cit. in North Caucasus Weekly, 5 settembre 2008, n. 33.

Significativamente, la posizione russa a sostegno dei separatisti è stata accolta con freddezza anche dai Paesi più vicini a Mosca. Nel corso del summit di Dushanbe del 28 agosto scorso tra Russia, Cina e alcune repubbliche centro asiatiche (Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan e Uzbekistan), nessuno ha criticato le azioni di Mosca, ma nessun Paese le ha apertamente sostenute. Gli Stati dell'Asia centrale hanno i propri problemi di separatismo interno e per la Cina, alle prese con la questione del Xinjiang e del Tibet, ogni opzione indipendentista rappresenta un anatema v. Moscow Fails to Win Over Regional Allies, di Lola Olimova, IWPR Central Asia, 5 settembre 2008.

La retorica sui diritti dei popoli, tuttavia, nasconde altre poste in gioco.

Uno dei punti principali del programma di governo del presidente georgiano Mikhail Saakashvili è l'ingresso del Paese nell'Alleanza Atlantica. In aprile, durante il summit della Nato a Bucarest, la posizione statunitense favorevole all'ingresso immediato di Tbilisi nell'Alleanza si è scontrata con la cautela di Francia e Germania, portando ad un documento finale che rimanda l'adesione ad un indeterminato futuro promettendo tuttavia che "questi Paesi Georgia ed Ucraina, ndr diventeranno membri della Nato". Si tratta di un'opzione inaccettabile per Mosca, che considera contrario ai propri interessi fondamentali l'allargamento della Nato ai Paesi già parte dell'Unione Sovietica. Non appena se ne è presentata l'occasione, nella notte tra il 7 e l'8 agosto scorsi, la sindrome da accerchiamento ha prodotto una reazione furibonda.

Con la guerra contro la Georgia, Mosca ha voluto così mandare un segnale di avvertimento alla Nato e alle ex repubbliche sovietiche che decidessero di seguire la strada di Tbilisi. Per Mosca la possibilità di accesso al Mar Nero, e quindi ai mari caldi, così come il mantenimento del controllo sui flussi energetici rappresentano, secondo diversi osservatori, un'opzione non negoziabile.

La Georgia rappresenta l'unico Paese che impedisce alla Russia di mantenere una posizione di monopolio nella fornitura di gas e idrocarburi provenienti dal Mar Caspio all'Europa e al resto del mondo. Il petrolio prodotto in Azerbaijan viene infatti trasportato attraverso l'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, il Baku-Supsa e tramite le ferrovie e la rete stradale della Georgia verso il Mar Nero e la Turchia. Altre reti significative attraversano la Georgia (come l'oleodotto Baku-Tbilisi-Erzurum), e in totale circa l'1,4% della produzione mondiale di petrolio (1,2 milioni di barili di petrolio al giorno) attraversa questo Paese v. International Crisis Group, Russia against Georgia: the fallout, Europe Report n. 195, 22 agosto 2008.

L'Europa

L'Unione ha svolto una efficace opera di mediazione nel conflitto russo-georgiano. La presidenza francese ha agito rapidamente con il tandem Kouchner-Sarkozy, che ha portato alla tregua del 12 agosto e alla firma dell'accordo in 6 punti. Il Consiglio straordinario Europeo del primo settembre ha avuto successo dimostrando la solidarietà dei 27 nel condannare le azioni russe, mantenendo però il dialogo aperto con Mosca e senza arrivare a sanzioni. Bruxelles ha mostrato una cresciuta consapevolezza nel dover svolgere un ruolo più attivo nel Caucaso e nella regione del Mar Nero, che confina con l'Unione dopo l'allargamento a Romania e Bulgaria del gennaio 2007.

Allo stesso tempo, tuttavia, l'azione dei 27 durante la guerra di agosto ha mostrato segni di fragilità. L'Unione ha preferito rispondere alla crisi affidandosi alla mediazione tra i suoi diversi membri, utilizzando lo strumento della presidenza e del Consiglio Europeo e non quello della politica estera e di sicurezza comune, che qualifica l'Europa come soggetto unitario e per questo ancora più autorevole nelle relazioni internazionali. L'intervento europeo, inoltre, è giunto troppo tardi. Il conflitto tra Georgia e repubbliche separatiste, infatti, continua dai primi anni '90, e la mediazione europea avrebbe dovuto essere ben più tempestiva.

Le armi al momento tacciono, ma nella regione ci sono altri conflitti "congelati", come il Nagorno Karabakh o la Transnistria. La guerra di agosto potrebbe avere ripercussioni a catena che vanno disinnescate da subito.

Un dialogo rafforzato tra l'Unione Europea ed i Paesi del Caucaso meridionale potrebbe rappresentare un importante fattore di stabilizzazione, stimolando l'accettazione di valori comuni quali quello della rinuncia alla guerra come mezzo di risoluzione delle controversie. Il dialogo con questi Paesi, tuttavia, deve essere accompagnato da una "partnership strategica" con la Russia che non sia limitata al solo settore economico o energetico. Gli scambi, le relazioni tra comunità, l'estensione agli studenti russi di programmi come l'Erasmus possono attenuare quel sentimento di isolamento che rischia di allontanare la Russia dall'Europa. Contribuendo forse anche alla crescita di una cultura del rispetto dei diritti umani, vera sfida per un Paese spesso ostaggio del proprio passato oscuro.


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