Durante la presentazione della Carta di Trento

Ripensare la cooperazione e proporre nuovi percorsi. Alcuni soggetti trentini hanno elaborato insieme la "Carta di Trento". Ne parliamo con Fabio Pipinato rappresentante della Fondazione Fontana, uno degli enti promotori

31/12/2008 -  Nicole Corritore

A dicembre è stata presentata ufficialmente la "Carta di Trento - Per una migliore cooperazione internazionale", un documento attraverso il quale si cerca di rileggere il tempo presente e ripensare la cooperazione secondo una nuova visione e una nuova pratica. Lo stesso giorno, a Roma si presentava il Libro bianco della cooperazione.

La Carta è l'esito di un percorso di riflessione condotto congiuntamente da vari soggetti impegnati a diverso titolo nell'attività di solidarietà internazionale. Come ricorda Fabio Pipinato della Fondazione Fontana: "La Carta di Trento nasce dall'incontro di un gruppo di organizzazioni, promotrtici dell'iniziativa. Sono Accri, Tremembè onlus, Cam - Consorzio Associazioni con il Mozambico, Fondazione Fontana onlus, WWF Italia, GTV - Gruppo trentino di volontariato, Mandacarù, Osservatorio Balcani e Caucaso, Università degli Studi di Trento, e man mano se ne stanno aggiungendo altri".

Una decina di soggetti italiani che si occupano di cooperazione che si è messa attorno a un tavolo per riflettere e cercare di delineare i tratti di ciò che Pipinato definisce "la cooperazione che vorremmo". Quali le motivazioni che li hanno spinti ad avviare un percorso in parte autocritico rispetto alle modalità di lavoro della cooperazione di ieri e di oggi? Come poter tradurre in pratica questa riflessione? "Il senso e i risultati della riflessione comune fatta nei mesi scorsi tra noi, sono oggi sintetizzati nei dieci punti della Carta. A partire dal primo, in cui si sottolinea la necessità di una cooperazione che ragioni prima di agire e dunque riesca a pensare la propria azione e ad adattarla a un mondo in continuo cambiamento, fino al decimo, che auspica la crescita di una cooperazione decentrata che riconosca il proprio 'senso del limite' e sia perciò basata su un approccio attento ai territori e sia disponibile a sperimentare modalità nuove di intervento", spiega Pipinato.

Difatti la Carta è un catalogo che nei dieci punti sottolinea l'importanza di una cooperazione non autoreferenziale, che dia centralità alle relazioni con le comunità locali e si svincoli dalla logica dei bisogni insita nella dicotomia donatore-beneficiario, adotti percorsi di cooperazione sostenibile e responsabile, crei per la composita realtà dei suoi attori visioni d'insieme sia nell'approccio sia nell'operatività.

Tutti temi cruciali che Pipinato definisce 'provocazioni'. Un'operazione culturale necessaria affinché le relazioni di cooperazione si instaurino non solo in occasione di un conflitto ma soprattutto prima, a prevenzione delle crisi. Una nota in parte critica viene rivolta alla pratica ormai diffusa di raccogliere fondi attraverso gli sms: "Raccogliere fondi via sms per costruire una clinica iperspecializzata in un paese dove si muore per una mancata vaccinazione, può essere utile ma a mio modo di vedere non è la priorità. E' infatti fondamentale condurre un lavoro politico a diversi livelli. Difficile ma necessario. Se vogliamo che la cooperazione divenga strumento di radicali cambiamenti dobbiamo fare in modo che vengano riconosciuti diritti fondamentali come l'acqua potabile, le vaccinazioni e la possibilità di avere un'istruzione". Pipinato sottolinea inoltre che per operare in questo senso vanno continuamente offerti spazi di istruzione, formazione e ricerca; questa è la ragione per cui anche l'Università di Trento è tra i promotori della Carta.

Un lavoro che secondo Pipinato richiede gradi sforzi di connessione tra i molteplici soggetti che abitano il mondo della cooperazione internazionale: "Il futuro sta nella costruzione di una 'comunità di pensiero' che a partire da un documento condiviso si possa evolvere. Esistono ad esempio altre 'carte' nate in alcuni territori italiani, come la Toscana, il Piemonte che si pongono il problema di costruire un paradigma nuovo per una migliore cooperazione. Dobbiamo far dialogare queste voci e poi tradurle in progettualità futura".

Il portavoce della Fondazione Fontana ricorda che questo impegno non può esulare dal lavoro di disseminazione informativa: "Ci siamo da subito posti l'obiettivo di promuovere la Carta di Trento anche attraverso i mass media e numerosi appuntamenti pubblici italiani. La risposta dei media è stata inaspettatamente buona, a dimostrazione che il tema è attuale e interessa". Un interesse che ha superato i confini italiani, visto che come racconta Pipinato alcuni organi della Commissione europea hanno fatto richiesta ai promotori di tradurre la Carta in lingua inglese, per poterne conoscere nel dettaglio i contenuti. Uno degli ultimi esempi è quello dell'Università di Trento che l'ha lanciata nella sua rete di 15 atenei europei che hanno corsi di cooperazione allo sviluppo e master di specializzazione: il risultato è un generale interesse ad aprire la discussione all'interno degli ambienti della formazione accademica.

"Ad esempio considero molto positivo il fatto che un'organizzazione importante come il GTV ma anche il consorzio Altromercato, si siano messi a ragionare sulla carta di Trento e abbiamo elaborato dei documenti ad hoc che la sviluppano. Ritengo sia fondamentale il solo fatto che i consigli di amministrazione di alcune grosse organizzazioni si siano 'fermati a riflettere' per poi rispondere e dare un importante contributo al documento finale". Segnali importanti che però a detta di Pipinato non si traducono ancora in un cambiamento generale della progettualità: "Certo, se poi andiamo a vedere i progetti vediamo che è ancora necessaria un'evoluzione.

Secondo Pipinato è un processo che presenta diverse difficoltà. Tuttavia, dice, è il processo stesso l'ambito centrale del cambiamento. "Abbiamo bisogno di operare insieme. La realtà italiana è ben diversa da quella svedese o norvegese dove esistono dieci ONG da 120 dipendenti. La Fondazione Fontana ad esempio ha 10 persone in organico, molte altre associazioni non superano i 3 dipendenti e si basano su tanto lavoro di volontariato. Questo è un dato positivo perché ci permette di radicarci meglio nel territorio con cui operiamo, ma di fronte ad un'azione forte e durevole nel tempo, anche sul piano politico, è necessario trovare sinergie. Quando abbiamo fatto sistema, abbiamo ottenuto risultati molto più importanti ".

Per aderire al progetto e promuovere la "Carta di Trento" nel proprio territorio contattare i promotori: email:cooperazione@unimondo.org


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