Il bisogno di conoscenza del paese d'origine, lo spaesamento della seconda generazione di migranti, il ruolo della scuola. Dopo la festa di Igea Marina, il professor Ennio Grassi racconta la comunità albanese in provincia di Rimini

13/05/2009 -  Irene Dioli

Dal 23 al 26 aprile si è svolta a Igea Marina l'iniziativa "Parole fra le sponde. L'Albania per noi", dedicata al dialogo interculturale e ai diritti umani. Può raccontarci lo spirito della manifestazione e farne un bilancio?

L'idea era quella di interpretare il tema del 25 aprile in una chiave diversa, quella dell'interculturalità come nuova frontiera della pace, e con questo dico una cosa abbastanza ovvia. Meno scontata è stata l'adesione del pubblico a questa iniziativa, che coinvolgeva due soggetti istituzionali: l'amministrazione e la realtà scolastica. Ai momenti di dibattito che hanno coinvolto amministratori, insegnanti e operatori culturali si sono affiancati spazi dedicati all'espressione poetica, che come spesso accade riesce a comunicare conoscenze molto più di saggi e articoli di carattere sociologico e politologico. Ancora una volta la poesia si è rivelata in grado di formare, comunicare, tradurre una sensibilità - uso questo termine nel suo significato etimologico di "portare oltre", trans-ducere. È stato un momento molto coinvolgente, con oltre duecento persone riunite ad ascoltare, riflettere, discutere...un momento che si è poi sciolto nelle danze e nella festa che ha cercato di dare voce e significato al tema dell'interculturalità. Questa è in sintesi la vicenda bellariese, la cui partecipazione segnala una necessità autentica di dialogo. Il mondo dell'immigrazione albanese, in particolare quello giovanile, ha risposto in una forma inedita anche per una comunità dai numeri così importanti, ma di cui non avevamo percepito questo intenso bisogno di farsi capire.

Eppure di Albania si parla tanto e da tempo...cosa si può fare per cambiare il modo in cui ci si avvicina - o forse non si riesce ad avvicinarsi - a questo paese?

Nutro la convinzione che, nonostante la buona volontà messa in campo, l'Albania sia più detta di quanto non si conosca: esistono stereotipi critici che la banalizzano, la contraggono. Le categorie interpretative che si applicano sono prevalentemente di tipo istituzionale, e dietro di sé lasciano un notevole silenzio e una mancata capitalizzazione delle esperienze che rendono molto difficile capire questo paese, apparentemente semplice ma in realtà estremamente complesso. Proprio da una prima riflessione nell'ambito di queste giornate è emerso che lo scambio economico, spesso l'elemento principale che regge i rapporti fra realtà diverse, non può costituire un percorso di integrazione adeguato. L'unico vero terreno di socializzazione all'interno del quale si può giocare la partita del dialogo interculturale, di quanto va sotto il nome di integrazione - termine che abolirei per la quantità di equivoci che genera - è la scuola. Non ci sono alternative. Tuttavia, la scuola è ad oggi poco capace di recepire i bisogni di conoscenza, informazione e formazione della popolazione. Per questa ragione stiamo pianificando di avviare, in una realtà piccola e proprio per questo governabile, sperimentabile, come la provincia di Rimini, progetti di sostegno alla didattica per le scuole elementari e medie.

Come si articoleranno questi progetti?

L'obiettivo è quello di fornire strumenti didattici di sostegno all'attività degli insegnanti italiani, nell'ambito delle materie dove è più facile e naturale avvicinare espressioni culturali poco conosciute. Ad esempio, alcuni insegnanti di lettere hanno chiesto di poter avere libretti bilingui con testo a fronte, che presentino elementi della cultura albanese e possano essere letti dai ragazzini italiani e dai loro compagni di classe albanesi, con un'attenzione alle diversità linguistiche e all'intreccio delle culture. Questo strumento, che sarà sperimentato grazie alla volontà delle scuole e al sostegno delle amministrazioni comunali, rappresenta un segnale di attenzione potenzialmente in grado di trasmettere anche al bambino albanese qualcosa che non avrebbe mai appreso sulle sue origini, sulla sua cultura e sulla cultura contemporanea che condivide con i suoi amici italiani. Con il prossimo anno scolastico vorremmo avviare le iniziative per la scuola elementare e media. In seguito è prevista una fase che coinvolgerà le scuole superiori, fase che vorremmo accompagnata da un'operazione un po' più complessa, che non riguarderà solo la provincia di Rimini.

Quale sarà il nucleo concettuale di questa seconda fase dei progetti?

L'obiettivo sarà quello di produrre piccole storie dei paesi d'origine della popolazione scolastica immigrata. Non parliamo di storie tradizionali di carattere politico-diplomatico, ma di storie della formazione delle identità nazionali - non visioni ideologiche né ideologizzate, ma che tentino di riempire di interrogativi ciò che noi definiamo "le identità nazionali". A partire dall'iniziativa locale, affidata a insegnanti formati che condividano accanto le nostre storie artistiche e letterarie con quelle dei paesi d'origine dei bambini - che avrà riguardato in questo caso la conoscenza dell'Albania, ma potrà in futuro interessare la Romania o altri paesi - si svilupperà un tentativo di realizzare storie che veicolino una rilettura non ideologica delle identità. Si tratta quindi di due livelli diversi: il primo, più semplice, si concretizza nella realizzazione di un volumetto con cui raccontare l'Albania ai bambini italiani e albanesi, accompagnando il percorso formativo nella realtà delle scuole primarie locali. Il secondo passo, più impegnativo, si propone di mettere insieme delle idee per raccontare le storie delle identità nazionali su una base diversa. Non identità differenti - "la mia storia nasce contro" - ma identità intrecciate - "io metto in condivisione la mia storia". È chiaro che questo implica una rilettura delle storie locali, un'attenzione alla cultura e alla formazione più che alle vicende politiche in sé.

Quali sono i legami della comunità albanese con il paese d'origine, e come si intrecciano con il bisogno di conoscenza a cui si cerca di dare una risposta?

Qui si pone una questione in qualche modo emblematica di una condizione diffusa nella realtà albanese immigrata in Italia e quindi anche in questo versante della costa romagnola. Quella con il paese d'origine è una relazione tendenzialmente ridotta, tanto per ragioni di difficoltà di movimento quanto per fattori legati al percorso che sta facendo l'Albania oggi. Tra le dinamiche economiche e sociali albanesi e quelle che vengono vissute qui c'è uno scarto molto forte, avvertito soprattutto dalla seconda generazione immigrata. Noi abbiamo una popolazione scolastica che torna poco "a casa", e nel tempo il legame con la terra d'origine si è consumato, anche per una mancata attenzione da parte delle istituzioni albanesi (e italiane) verso questa presenza e queste necessità. Inoltre, la popolazione giovanile presenta una consistente mortalità scolastica, e contemporaneamente comincia a mostrare tratti di spaesamento, determinato da un lato da relazioni deboli con la patria di origine e dall'altro da un mancato radicamento nella realtà d'accoglienza. Questo fa capire che l'integrazione - e uso questa parole con le mille virgolette con cui occorre usarla - non è avvenuta come sperato, come dovuto. La presenza di realtà giovanili auto-referenziali, che vivono spesso in condizioni di disagio sociale, ci segnala il livello di difficoltà che hanno le istituzioni italiane a comprendere appieno questo fenomeno. Si potrà dire che è nuovo, che vent'anni non costituiscono un tempo sufficiente per comprenderlo...più semplicemente, io dico che non si è fatto fino in fondo quello che si doveva fare, ovvero attrezzare l'unico forte strumento di socializzazione - la scuola. La scuola è stata abbandonata. L'iniziativa di Bellaria si è realizzata anche in questa chiave, con centinaia di giovani della comunità scolastica che si ritrovavano - alcuni per la prima volta - grazie a pratiche ludiche come il ballo e il canto. Questo vuol dire che qualcosa si può fare, ma i ritardi sono tanti e ci preoccupano.

Come influiscono su questa sensazione di spaesamento le problematiche di ottenimento della cittadinanza?

Credo che i limiti imposti dalla legislazione attuale costituiscano una deterrenza di carattere psicologico ancora prima che legale. Quello della cittadinanza non è l'unico tema in campo, ma rappresenta la condizione per sentirsi parte di una comunità. Se il problema non sarà affrontato con strumenti legislativi diversi, aumenterà in forme esponenziali: senza una garanzia di vera e piena cittadinanza, i ragazzi tendenzialmente preferiranno non andare a scuola e trovare scorciatoie lavorative che, considerata l'età, sono sempre a rischio. Quello che si percepisce è una sensazione di frustrazione totale, una condizione di "figli di nessuno".

Ha usato piuttosto criticamente il termine "integrazione". Quali problematiche presenta questa parola, e quali potrebbero essere le espressioni alternative?

Le parole per nominare questa condizione non ci sono, perché questa condizione non è stata pienamente nominata e pienamente compresa. L'integrazione traccia sempre il segno della rinuncia, di una perdita che è già avvenuta. Questi ragazzi non hanno legami se non forse ricordi altrui, non hanno radici culturali proprie, vivono una condizione di continuo spaesamento. Io parlerei di "identità in comune", di condivisione...ma questi ragazzi cosa mettono in comune? Mettono in comune la loro solitudine dal punto di vista delle relazioni sociali, il fatto di non conoscere nemmeno la propria storia, che le famiglie stesse, pur in buona fede, hanno reso impalpabile. E se anche la conoscessero, non avrebbero gli strumenti per capirla: non esiste un testo di storia della cultura albanese in grado di costituire un punto di riferimento. La storia della loro identità non è stata scritta se non nelle forme dell'ideologia. Non si è riscritta la storia se non attraverso cesure - fascismo, comunismo, transizione - che loro vivono senza consapevolezza. Questo costituisce un elemento di violenza, una condizione in cui l'identità non esiste, esiste solo l'espropriazione ulteriore di un'identità che è andata perduta da tempo.

* Ennio Grassi, sociologo della letteratura e dell'arte, è stato Consigliere diplomatico per il Governo italiano a Tirana e responsabile delle iniziative di cooperazione nell'ambito del sostegno al sistema formativo scolastico e universitario albanese, nonché Consigliere scientifico presso il Ministero della Pubblica Istruzione e il Ministero degli Affari Esteri Italiani


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