Dopo gli attentati di Londra, l'area Schengen in Europa è in discussione. Per molti cittadini dei Balcani, tuttavia, Schengen rappresenta da tempo un nuovo muro di Berlino. Considerazioni amare sul regime dei visti, il suo significato e gli interessi che lo sostengono. Visto da Sud Est

27/07/2005 -  Risto Karajkov Skopje

Questa è una tipica storia balcanica sui visti. Alla fine di giugno, un gruppo folcloristico di danze di Bitola, chiamato "Goce Delcev", si è recato all'Ambasciata britannica a Skopje per richiedere il visto per 45 suoi membri. Il gruppo era stato invitato al prestigioso festival di danza folk tradizionale di Langolen, Inghilterra. Forti della propria fama ed esperienza, il gruppo macedone si era preparato per partecipare e vincere, come avevano fatto in numerosi festival internazionali prima di questo. Hanno investito molto in nuovi costumi (gli appassionati sanno quanto costano questi vestiti e quanto sono considerati preziosi), e oltre a questo hanno raccolto i circa 2.000 euro necessari per i visti. Quando si sono presentati all'Ambasciata, verso mezzogiorno, con un clima di 40 gradi, il funzionario consolare - come richiesto dalla regolare procedura - gli ha chiesto di ballare. Voleva essere certa che si trattasse veramente di un gruppo di danza. E loro hanno ballato. Alla fine, di 45 di loro solo la metà hanno ottenuto il visto. L'altra metà non ce l'ha fatta, compreso il coreografo, il primo clarinetto, l'armonica, e molti ballerini. Probabilmente, non erano abbastanza bravi.

"La funzionaria ci ha chiesto di ballare di fronte all'Ambasciata per verificare che fossimo davvero dei ballerini folk", racconta uno dei membri dei "Goce Delcev". "All'inizio ci siamo messi a ridere, ma poi ci siamo resi conto che era una cosa seria. Abbiamo deciso di fare il "Belomorski splet", che dura 5 minuti ed è molto efficace. Così abbiamo ballato, saltato e roteato. Alla fine lei ha applaudito e credevamo di averla colpita, e che ci avrebbe concesso i visti. Ma quando siamo entrati... ci ha dimezzato".

I media sono venuti a conoscenza di quello che era successo quasi immediatamente. Ma con il tipico atteggiamento di rispetto e timore dell'autorità, all'inizio il gruppo folk non voleva parlare.

"Vi prego di non scrivere nulla", ha dichiarato inizialmente alla stampa il leader del gruppo, Pero Krivcevski, mentre la procedura dei visti era ancora in corso. "Faremo arrabbiare l'Ambasciata, non ci daranno i visti".

Ma una volta che i risultati finali sono stati resi noti, l'Ambasciata, con il tipico atteggiamento dei bastioni di un potere che non può essere interrogato, ha dichiarato che le procedure dei visti non sono da commentare. Poiché cresceva la pressione dei media, alla fine l'Ambasciatore ha dovuto dare una spiegazione, solo per riconfermare i fatti.

"Penso che quello che è accaduto sia stato male interpretato", ha dichiarato l'Ambasciatore Robert Dickson, "il funzionario non gli ha chiesto di ballare ma di mostrare una posizione di danza. Non si trattava di ballare per il divertimento di alcuno, e certamente non per umiliare nessuno".

Questo dimostra quanto sono istruiti i funzionari delle Ambasciate. Conoscono i tratti essenziali di ogni ambito, e possono distinguere il vero dal falso in ogni situazione. In un episodio simile, a un collega di chi vi scrive, che lavora come fotografo professionista, è stato chiesto che tipo di apertura di diaframma utilizza per le varie foto.

Alla fine, ovviamente, il gruppo ha dovuto disdire la partecipazione al festival. Una squadra di calcio può giocare con 5 giocatori? Invece di partire hanno presentato il proprio programma, questa volta in forma completa, il giorno in cui erano attesi al festival, di fronte all'Ambasciata, come segno di protesta. Il gruppo ha anche dichiarato che avrebbe raccolto l'intera documentazione del caso e che si sarebbe lamentato con il Ministero degli Affari Esteri macedone.

Per quanto triste, questa storia rappresenta solamente un episodio nella realtà quotidiana dei cittadini macedoni e dei Balcani. Tre anni fa era stata una giornalista straniera, Carol Ann Chang, di Taiwan, che aveva fatto una dura protesta pubblica contro l'Ambasciata greca a Skopje. Al suo cameraman macedone era stato negato il visto, ma il funzionario si era talmente adirato per il fatto che l'uomo avesse avuto il coraggio di chiedere un visto in un così breve lasso di tempo, da buttare per terra tutti i suoi documenti. Nei giorni successivi, 15.000 persone hanno firmato una petizione di protesta. L'unico risultato tangibile era stata la rimozione del funzionario consolare e un temporaneo miglioramento nella procedure e nei tempi di attesa di fronte all'Ambasciata.

Queste sono solo le istantanee più pittoresche dell'etnografia delle richieste di visto, che comprende ore di code sotto il sole o la pioggia, accamparsi di fronte agli edifici consolari, litigi, suppliche e lacrime.

"E' il nuovo Muro di Berlino. Per la gente dei Balcani occidentali, il regime di Schengen rappresenta un simbolo della ghettizzazione e discriminazione", ha dichiarato uno scrittore macedone due anni fa nel corso di un incontro regionale di intellettuali che ne chiedevano l'abolizione.

Naturalmente gli Stati sono del tutto autonomi nel regolare i propri affari, e se chiedete ai loro cittadini probabilmente saranno d'accordo con il regime restrittivo imposto dai propri governi. Tuttavia, c'è molto di più riguardo a questa questione.

In primo luogo, c'è una spinosa questione di assolutismo. Il diritto all'appello, in tutti i settori, indipendentemente dalla loro importanza, è un diritto civile universale. Non con Ambasciate e Consolati però. Loro sono liberi di prendere qualsivoglia decisione, non devono risponderne di fronte a nessuno, e sono esenti da qualsiasi appello o controllo. Questo rende le persone che lavorano in queste strutture (e più i locali che gli internazionali) dei piccoli tiranni. Semplicemente, ci sono troppe irregolarità e troppa mancanza di civiltà nel comportamento delle autorità consolari. Si può affrontare questo tema sotto diversi aspetti: la patologia del potere, una deliberata politica volta a scoraggiare i richiedenti (legalmente non potrebbero negarti il visto, ma se ti chiedono 5 volte di presentare un documento ulteriore, il che capita frequentemente, rinuncerai), abuso di potere, scarsa capacità manageriale. Perché non è mai chiaro quali documenti bisogna presentare per ottenere un visto, e il funzionario può sempre chiedere delle carte in più?

In secondo luogo, c'è la questione di cui nessuno parla, i soldi. La verità è che i visti rappresentano un enorme affare per i governi che possono permettersi di imporli. Da un lato puoi fare una selezione accurata delle persone cui permetti l'accesso nel tuo Paese concedendo un visto ogni 5 richieste, e allo stesso tempo lo fai pagare caro. I governi dicono che il costo del visto copre le spese per il suo rilascio. Si deve trattare di una procedura molto costosa, e più per alcuni che per altri. il costo unificato di un visto Schengen è ora di 35 euro. In passato, diversi Stati dell'area Schengen chiedevano cifre diverse; poi hanno deciso di stabilire una tariffa comune così da scoraggiare il "visa shopping" nelle Ambasciate meno care. Circa 300.000 cittadini macedoni devono recarsi all'estero almeno una volta all'anno, il che rende la spesa per visti grosso modo 10 milioni di euro all'anno. Volenti o nolenti, questo è un terzo di quanto la Macedonia riceverà dai programmi CARDS della Commissione Europea quest'anno, in termini nominali. Peraltro ci sono diversi trucchi, più o meno sporchi, in questo affare. Alcuni consolati ad esempio ti restituiscono i soldi se non ottieni il visto, altri invece no, se li tengono, per coprire le dichiarate spese di procedura. Alcuni consolati sono più propensi a darti un visto di multi-entrata, altri non lo fanno. Perché dovrebbero, quando puoi sempre tornare e pagare un'altra volta? Se poi i visti costano davvero così tanto, come mai i costi sono sempre così contingenti e dipendono dal tipo di accordo politico in vigore? I governi, a volte, possono semplicemente accordarsi a rilasciare visti gratuiti.

Infine, ma certamente non meno importante, è una triste consapevolezza che l'Occidente considera i visti come una sorta di grande concessione fatta ai Balcani. E ritiene di poterli utilizzare come leva politica. Questo dovrebbe essere preso in considerazione come indicatore sia della maturità che della filantropia delle politiche occidentali.

Alcuni mesi fa, nella rincorsa alla riapertura dei negoziati sullo status del Kosovo, il settimanale The Economist rifletteva sul fatto che i Serbi avrebbero potuto ammorbidire le proprie posizioni in cambio di un alleggerimento del regime dei visti. Recentemente, un anonimo diplomatico europeo commentava sui media macedoni che la Macedonia avrebbe potuto essere il primo Paese della regione a godere della revoca dei visti, a condizione di procedere speditamente nelle riforme.

Si tratta di un mercanteggiare corretto e rispettoso? Dal punto di vista della gente dei Balcani, no. Forse dovremmo semplicemente tenerci i visti. E imparare qualche ballo caratteristico per quando li andiamo a elemosinare.


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