Peja/Peć oggi, di David Bailey MBE - www.flickr.com

Una relazione ormai decennale. E' quella tra la comunità trentina e quella di Peć/Peja, in Kosovo. Viene festeggiata con una serie di eventi, per ricordare quanto fatto e per rilanciare verso il futuro

04/03/2010 -  Mauro Cereghini*

Era una primavera difficile, quella del 1999. Una primavera di guerra nel sud est dell'Europa, al di là dell'Adriatico. Mezz'ora appena di volo dalle nostre coste, poco più di un giorno per andarci via terra e mare. Il Kosovo compariva allora sulle prime pagine di tutti i giornali mondiali. Solo allora, bisognerebbe dire, visto il silenzio sui dieci anni precedenti, vissuti tra repressioni violente e resistenza non armata della popolazione albanese dopo la soppressione dell'autonomia decisa da Slobodan Milošević nel 1989. E vi compariva per una cosa terribile: la guerra. Guerra tra milizie dell'Uck albanese, che avevano abbandonato la nonviolenza, ed esercito serbo. Ma anche guerra aerea della Nato su tutta la Serbia. Guerra nostra quindi, perché erano anche italiani gli aerei che bombardavano città, ponti e perfino impianti petrolchimici a ridosso delle case. Guerra evitabile, probabilmente. Guerra sbagliata, come sempre accade quando si rincorrono le emergenze mediatiche anziché prevenire i conflitti. Guerra brutta, di sicuro, come tutte: uranio impoverito e danni collaterali, tragedie e profughi. Profughi soprattutto, con quasi la metà della popolazione albanese cacciata o in fuga dalle proprie case. In molti raggiunsero l'Albania. E in molti li aiutarono.

La primavera del 1999 è anche la prima volta che la protezione civile trentina interveniva all'estero, in una crisi internazionale complicata. Tecnici della Provincia e del 118, volontari dei Nuvola, dei vigili del fuoco, della croce rossa... Mani e braccia, teste e cuori. Generosità e intelligenza per gestire la difficile situazione dei campi profughi a Kukes, in Albania, proprio sul confine con il Kosovo. Sul confine con la guerra. Per molti era la prima volta nei Balcani, ma già si pensava che non sarebbe stata l'ultima, come per tutti gli impegni presi seriamente. Nasceva così nel giugno di quell'anno l'idea del Tavolo Trentino con il Kosovo, un coordinamento permanente fra associazioni di volontariato, istituzioni e singole persone che volevano mobilitarsi in favore del paese balcanico e dei suoi abitanti. Modello che è stato poi ripreso e migliorato dai Tavoli trentini di solidarietà per lo tsunami, per l'Abruzzo e oggi per Haiti.

La scelta è stata di unire da subito solidarietà umanitaria e impegno politico per il dialogo e la ricostruzione della pace. Con serietà, quindi cercando di conoscere bene il contesto in cui si andava ad operare, ad esempio le complicate relazioni tra le comunità nazionali: la grande maggioranza albanese, vincitrice dopo la guerra, ma anche la minoranza serba e le altre ancor più dimenticate come rom, bosniaci o egiziani. E soprattutto con continuità, oltre la prima emergenza in cui tanti, a volte troppi, si mobilitano.

E... siamo ancora qua. Il Tavolo, con il supporto costante della Provincia, opera nell'area di Peja/Peć, al nord-ovest del Kosovo, da più di dieci anni. E non ha smesso, perché dalla ricostruzione delle case e dei tetti si è passati a quella, molto più difficile, dell'economia, del tessuto sociale e delle relazioni tra persone e gruppi nazionali. Le cooperative di allevatori, contadini e apicoltori; il turismo ambientale con le guide alpine ed i piccoli agritur; il sostegno ai centri per disabili, per vittime di violenza domestica, all'auto-mutuo aiuto; il centro giovanile Zoom, i progetti di avvicinamento scolastico nel quartiere rom, i campi estivi, il Torneo della pace; le scorte disarmate per i cittadini del villaggio serbo di Goraždevac, gli interventi nelle scuole, la riflessione sul conflitto e la sua elaborazione.

Decine sono i volontari ancora impegnati, forse in modo più silenzioso del 1999, ma in continuità ideale con allora. Pezzi di Trentino diverso, che si sono però incontrati in un viaggio in nave o durante una riunione di lavoro: l'alpino con l'obiettore di coscienza, l'esperto agricolo con quello informatico... Anche questo è stato il Tavolo, un costruire comunità qui oltre che cercare di riportarla altrove. E un trovare senso e utilità per noi dentro ciò che si fa all'estero. Ad esempio negli scambi giovanili, che sono importanti tanto per i ragazzi kosovari, altrimenti privi di contatti vista la gran difficoltà ad ottenere un visto di viaggio, quanto per i trentini che si confrontano con una realtà così diversa dalla loro. Eppure così vicina.

Tutto bene, quindi? No, certamente ci sono stati anche errori e difficoltà. Una cooperazione fatta di scambi e relazioni, più che di nastri da tagliare, è difficile da soppesare e valutare. Alcuni ci hanno detto che appoggiavamo troppo i serbi. Per altri troppo gli albanesi. Mettersi in mezzo è sempre difficile, ma ci pare ancora la cosa più sensata da fare. Abitare il conflitto, si potrebbe chiamare, e molto ne sanno i volontari dell'Operazione Colomba che in tutto questo tempo hanno vissuto di persona nel villaggio serbo più difficile della zona. Perché dopo una catastrofe come la guerra, ma anche dopo un terremoto o uno tsunami, è importante ricostruire le case in pochi mesi. Ma poi occorre accompagnare le persone a ricostruirsi la vita, negli anni.

E' questo forse l'insegnamento principale che, nel loro piccolo, i dieci anni del Tavolo con il Kossovo ci lasciano. Cuore, conoscenza e continuità. Un insegnamento utile specialmente per chi, fuori dal Trentino, sembra aver usato le emergenze umanitarie per altri scopi. Trasformandole in business, visibilità mediatica e velocità: nel dimenticarsene.

* Mauro Cereghini è Presidente del Tavolo Trentino con il Kossovo


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