Una ONG serba ed una montenegrina. I loro rappresentanti descrivono le difficoltà e le opportunità della società civile balcanica nel diventare protagonista dello spazio politico europeo

18/04/2008 -  Anita Clara

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Formare cittadini europei nei paesi dove la prospettiva dell'Europa è ancora lontana. Creare una coscienza sovranazionale mentre i nazionalismi giocano un ruolo di primo piano nella politica locale. Sostenere la creazione di un dialogo stabile tra i 3 elementi del triangolo: società civile, Unione Europea, Governi nazionali e locali. È quanto si ripropongono nella loro azione costante alcune Organizzazioni Non Governative della Serbia e del Montenegro, rappresentate dai loro responsabili presso il convegno di Lubiana dedicato ai rapporti tra società civile e Unione Europea.

Appartenente alla comunità rutena di Novi Sad, ex giornalista radiofonica («ormai non ci sono più media liberi in Serbia»), Olja Homa è da anni impegnata con la ONG "The Citizens' Pact for South Eastern Europe" in progetti che spaziano oltre gli angusti confini della Serbia per portare i cittadini serbi verso un orizzonte di riconciliazione con le altre repubbliche della ex Jugoslavia e verso l'ambizione di un'appartenenza allo spazio europeo.

Arrivata in Slovenia con il visto Schengen sul suo passaporto, Olja Homa trova che «i convegni risultano troppo spesso dispersivi e inconcludenti, perché non si fa altro che parlare e parlare, senza arrivare ad azioni concrete», ma almeno questa è per lei l'occasione di rinnovare i contatti con i colleghi membri di altre organizzazioni non governative del Sud Est Europa e di offrire una testimonianza sul suo lavoro.

E così racconta che la missione di "Citizens' Pact for SEE" è in sostanza quella di «spiegare e dimostrare che il processo di integrazione europea non viene da Belgrado, dalla capitale. La maggior parte del lavoro infatti va svolto a livello locale, attraverso le comunità». I progetti di questa ONG coinvolgono le municipalità serbe in una serie di interscambi che hanno la finalità di mettere direttamente in contatto persone con persone: «abbiamo cominciato cercando partner olandesi per 4 municipalità della Vojvodina. Il più riuscito è stato il programma 'Focus Vojvodina', terminato lo scorso dicembre: abbiamo avuto l'opportunità di lavorare con gli stessi referenti e partner per 4 anni. Eravamo determinati a trovare amministratori locali che non fossero schiacciati dalle loro ambizioni politiche e a cui non importassero i cambi dei partiti al potere nelle elezioni locali, ma che semplicemente desiderassero dare un contributo alla loro comunità, che agissero insomma con responsabilità nei confronti dei propri vicini, invece che con servilismo verso il partito in carica o verso il potere centrale a Belgrado. E così è stato. Per questo il programma ha avuto successo, concludendosi con un forum davvero soddisfacente. Adesso cominceremo di nuovo con un altro progetto, occupandoci di piccoli villaggi situati in aree di confine: la nostra intenzione è di mettere in relazione tra loro un certo numero di municipalità della Vojvodina con altrettante della Croazia o della Bosnia».

Attivista determinata, Olja Homa racconta che i partecipanti ai progetti della sua ONG sono «generalmente persone giovani, talvolta molto giovani, in altri casi invece sono persone mature. C'è sempre un modo per arrivare alla gente. Ed è importante raggiungere le comunità più marginali, dove nessuno sa l'inglese, dove tutti aspettano passivamente le notizie da Belgrado. ... Il vero problema degli ultimi 20 anni in Serbia è la mancanza di fiducia. L'opinione pubblica sente di non poter cambiare niente, di non essere in grado di incidere sull'andamento delle cose, di non poter fare la differenza. E nessun politico incoraggia le comunità locali, se non quando è tempo di elezioni. Invece occorre esserci e parlare con le persone comuni della vita di ogni giorno: il primo passo è decidere sul giardino della comunità, sulla spazzatura o sul campo di pallacanestro. Bisogna dar loro la coscienza di essere cittadini in Serbia, prima di tutto. Poi, farli sentire parte di una collettività all'interno di una regione, quella balcanica, dove in fin dei conti siamo tutti la stessa cosa. E, infine, prepararli a guardare all'Europa».

Secondo Olja Homa, l'esempio ideale di coinvolgimento sociale è il 34enne sindaco di Indjija, una cittadina situata tra Novi Sad e Belgrado, Goran Jesić: «nella zona tutti sanno chi è, tutti riconoscono la sua faccia, a causa del suo impegno reale tra la gente». Grazie alla sua attività, Indjia è adesso una località avanzata e con un'amministrazione efficiente, che vanta 25 nuove fabbriche, e dove in giugno arriveranno addirittura i Red Hot Chili Peppers in concerto. «È necessario che i tuoi cittadini credano in te -conclude Olja Homa -. Che credano che farai qualcosa per loro, che li aiuterai ad avere un domani migliore».

Anche secondo il montenegrino Goran Djurović, co-fondatore e direttore del "Centar za Razvoj NeVladinih Organizacija" (Centro per lo sviluppo delle ONG), sono i cittadini stessi, la loro partecipazione a possedere la chiave per il processo di integrazione, e non i loro rappresentanti politici.

Descrivendo l'odierna situazione sociale in Montenegro, Goran Djurović riferisce: «la società civile possiede gli strumenti e le capacità per partecipare alla politica e ai processi decisionali, ma nei fatti la sua influenza è nulla e il suo livello di coinvolgimento non corrisponde affatto alle esigenze reali. L'Unione Europea si prodiga principalmente verso il rapporto con i governi, mentre lo sviluppo degli organismi che dovrebbero incrementare una giusta comunicazione tra i cittadini e l'UE semplicemente non esiste».

Secondo quanto rilevato dal monitoraggio che il CRNVO ha svolto da Podgorica, l'effettiva partecipazione delle organizzazioni, che dovrebbe riguardare tutti gli aspetti del vivere civile, dall'individuazione dei problemi alla valutazione e realizzazione di politiche specifiche, è discontinua e di bassissimo livello.

C'è da dire che la delegazione della Commissione Europea in Montenegro è appena agli inizi: alla fine dell'anno scorso sono stati stabiliti i primi contatti e c'è grande attesa rispetto allo sviluppo di una concreta comunicazione. «Ma le organizzazioni locali - avverte Goran Djurović -, non sono del tutto consapevoli dell'importanza della delegazione della Commissione Europea e non sanno conquistarsi un ruolo di rilievo come interlocutori, così come spetterebbe loro. C'è quindi la necessità di creare una rete di ONG per facilitare la comunicazione tra la società civile, le autorità pubbliche e l'UE.

Indubbiamente, il ruolo dell'Unione Europea in questo processo è quello di creare un meccanismo che permetta e assicuri alla società civile di far sentire la propria voce e incidere concretamente sul progresso della comunità. E il modo c'è: i membri della delegazione o i rappresentanti venuti da Bruxelles dovrebbero prendere parte più di frequente alle iniziative promosse dalle organizzazioni cittadine. Ciò significherebbe infatti dare un supporto visibile allo sforzo già in atto da parte della società civile nel delineare una sua posizione all'interno dell'Europa e nei confronti delle istituzioni del loro paese».

In definitiva, l'Unione Europea e la società civile dovranno diventare partner - dichiara Goran Djurović - che conclude: «Il ruolo dell'UE è quello di sostenere la creazione di una cittadinanza europea che contribuisca al processo di democratizzazione all'interno dei paesi membri, sappia avanzare richieste ai governi nazionali ed esigerne la realizzazione. Le organizzazioni della società civile, per parte loro, hanno il difficile compito di migliorare la qualità della vita a livello locale: se non si incrementa una comunicazione adeguata, la società civile non sarà in grado di offrire di più».


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