Srebrenica (foto Gughi Fassino)

Dieci anni da Dayton, dieci anni nei quali la Bosnia Erzegovina ha faticato a ripartire. La Caritas BiH e la Caritas Europa hanno promosso una conferenza nella quale si è discusso di povertà. Partendo dal basso, da chi vive ancora povertà economica e marginalità sociale. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

14/10/2005 -  Anonymous User

Di Daniele Bombardi e Francesco Granari*

Si è tenuta l'11 ottobre scorso a Sarajevo la Conferenza organizzata da Caritas Bosnia ed Erzegovina, in collaborazione con Caritas Europa, sul tema "La povertà in Bosnia ed Erzegovina a 10 anni dagli Accordi di Pace di Dayton".

In occasione del decennale degli Accordi, sono numerose le iniziative inerenti il futuro della Bosnia ed Erzegovina (BiH): la maggior parte di esse si interessa delle grandi questioni irrisolte, a livello istituzionale, economico, militare, strategico. L'obbiettivo di Caritas, invece, era quello di far vedere alle istituzioni politiche bosniache e alla comunità internazionale la BiH "dal basso", partendo dai bisogni fondamentali di chi ancora vive situazioni di povertà economica e di marginalità sociale. Si è trattato di dare voce a chi non ne ha.

L'altra finalità era la promozione del dialogo interreligioso come mezzo indispensabile per la risoluzione dei problemi della povertà. Dato il complesso quadro sociale, etnico e religioso del paese, si possono a risolvere queste questioni solo attraverso l'unione di tutte le forze disponibili e la cooperazione tra gli attori interessati.

Conscia del ruolo e delle responsabilità sociali che la religione ricopre in un contesto come quello bosniaco, Caritas BiH ha pensato dunque di coinvolgere le principali organizzazioni caritatevoli delle altre fedi: la musulmana Merhamet , l'ortodossa Dobrotvor e l'ebraica Benevolencija. Come sottolineato da don Vittorio Nozza, Direttore di Caritas Italiana presente alla Conferenza, "l'interreligiosità va costruita non dall'alto ma dal basso, i risultati positivi dell'ecumenismo non cadono da cielo ma nascono dalla gente e da iniziative come queste: un cammino comune tra religioni diverse è dunque possibile".

Per capire a fondo le cause dei problemi di povertà nella BiH odierna, il dibattito è stato fatto partire da un momento ben preciso: l'Accordo di Pace di Dayton (DPA), infatti, non rappresenta solo il punto di partenza per un'analisi del paese dal punto di vista economico, politico ed istituzionale, ma lo è anche per quello che riguarda le questioni sociali e i problemi di convivenza interetnica.

Dayton per la prima volta nella storia del paese ha sancito de facto la divisione del territorio secondo linee di appartenenza etnica: attraverso la divisione della BiH in due entità (la Repubblica Srpska e la Federazione croato-musulmana) è stata creata una relazione indissolubile tra l'appartenenza ad una comunità e la porzione di territorio da questa occupata. I cittadini della BiH non si sentono "bosniaci", ma croati, musulmani e serbi: la BiH esiste sulla carta ma non nel cuore della sua gente. La presenza di cinque livelli di governo sullo stesso territorio (municipalità, cantoni, due entità, governo centrale e ufficio dell'Alto Rappresentante) impedisce la formazione di un senso comune di appartenenza allo Stato: serbi e croati, ad esempio, guardano ancora rispettivamente più a Belgrado e a Zagabria che a Sarajevo.

L'ambigua e anomala struttura data allo Stato ha prodotto poi un quadro socio-economico in continuo degrado che non ha ridimensionato alcuni effetti perversi del periodo bellico come la corruzione, i traffici illeciti e lo sviluppo di reti criminali, ma anzi al contrario sembra averli protetti.

La divisione del paese in due entità è anche un problema di natura economica: non c'è alcuna logica produttiva in questo perché la mancanza di collaborazione tra i gruppi etnici rende più difficile la ripresa. Tutto ciò ha dato origine, in ultimo, a nuove forme di povertà. Come affermato nel Documento finale della Conferenza, nella BiH odierna "i segni della povertà sono visibili sul piano delle abitazioni, dell'istruzione, dell'occupazione, delle migrazioni, della sanità e dell'assistenza sociale".

Ad esprimere un parere competente sulle modalità possibili per superare i problemi creati dal DPA, è stato invitato alla Conferenza uno dei più stimati e noti uomini politici del mondo balcanico: Aloijze Peterle, primo Presidente del Consiglio della Slovenia indipendente e oggi Parlamentare europeo. A suo avviso, la via da seguire per migliorare la situazione è quella di "un rafforzamento del dialogo politico e sociale all'interno della Bosnia ed Erzegovina, piuttosto che una revisione a livello internazionale dell'accordo stesso". Approdo finale del processo di sviluppo dovrebbe essere, sempre secondo Peterle, l'ingresso del paese nell'Unione Europea. A seguito del suo intervento, si è aperto un ampio dibattito con gli esponenti della società civile, delle istituzioni locali e delle organizzazioni internazionali operanti nel paese, che ha fatto emergere nuove ed interessanti soluzioni per risolvere le numerose questioni lasciate ancora aperte dall'Accordo stesso.

Si è passati poi all'apertura dei lavori della Tavola Rotonda, momento centrale della Conferenza. Le quattro principali organizzazioni caritatevoli di carattere religioso, assieme agli esponenti del governo nazionale, hanno discusso delle problematiche inerenti le povertà del paese, delle loro attività in questo settore, e delle possibili soluzioni da adottare.

Il problema è stato affrontato da molte angolature, e sono emerse le molteplici sfaccettature di questa complessa questione. Tutti i partecipanti si sono trovati d'accordo sul fatto che, nel caso della BiH di oggi, non si può più parlare di "povertà" al singolare, ma di "povertà" al plurale: non è più un concetto solamente economico, ma è anche sociale e culturale. "Povero" è anche colui che viene privato della propria identità, che non può esprimere liberamente il proprio credo religioso, che non può fare rientro nella propria casa in condizioni di sicurezza, che vive ai margini della società solo per ragioni di discriminazione etnica. È in quest'ottica che si è potuto affermare che, a dieci anni dal termine della guerra, le situazioni di povertà in BiH sono probabilmente aumentate invece che diminuite.

I lavori si sono conclusi con la presentazione di un Documento finale, altamente significativo perché firmato dai rappresentanti di quattro differenti organizzazioni a carattere religioso. Esso contiene una prospettiva di sviluppo della BiH e alcune raccomandazioni dirette ai responsabili politici nazionali ed internazionali. Alla base di ogni riflessione, ci sono i valori condivisi della dignità umana ("l'uomo come misura delle cose"), della solidarietà, della giustizia sociale, della sussidiarietà tra i livelli di governo , della valorizzazione delle diversità e del rispetto dei diritti umani.

A giudizio di chi opera quotidianamente con queste situazioni di povertà estrema, è necessario avviare riforme che garantiscano a tutti un salario dignitoso e minime condizioni di tutela assistenziale, ancora insufficienti.

Vanno poi aiutati i giovani più capaci, futura classe dirigente del paese, evitando la drammatica fuga di cervelli di questi anni: "senza un numero importante di persone istruite viene messa in questione anche la qualità futura delle relazioni sociali, politiche, economiche e scientifiche in questo paese".

Bisogna eliminare gli ostacoli che impediscono alle stesse organizzazioni di combattere la povertà: su tutti la tassazione per i beni di prima necessità destinati ai più poveri. È, ad esempio, molto grave il fatto che le associazioni caritatevoli non vengano esentate dal pagamento della tassa sull'importazione di beni dall'estero, quali cibo, vestiario, materiale edile e altre forme di dono a fini umanitari.
Occorre infine rompere l'isolamento di ciascuna componente etnica dalle altre due e trovare nuovi e migliori modi di vivere insieme. Un vero progresso sociale è infatti possibile solo se a forme "verticali" di solidarietà dall'alto verso il basso (dalle istituzioni verso i cittadini), si associa anche una solidarietà "orizzontale" in grado di coinvolgere le varie comunità etniche su un piano di parità ed uguaglianza. Fino ad ora, in BiH, troppe forme di povertà sono state generate o aggravate da discriminazioni di natura etnica.

Al tempo stesso i partecipanti hanno voluto esprimere la loro fiducia verso il futuro di questo paese. Le risorse economiche ed umane nella BiH odierna non mancano: quello che va fatto è eliminare gli ostacoli e le cause strutturali che impediscono a queste di esprimersi e fruttare. Come efficacemente sintetizzato nel corso della Tavola Rotonda "la BiH non è un paese povero, ma è un paese con problemi di povertà".

* Caschi Bianchi, stanno prestando servizio per Caritas italiana rispettivamente in Bosnia e in Kosovo


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