In assenza di politiche di inclusione, i centri per disabili in Kosovo sono sostenuti da ONG e associazioni internazionali, mentre le istituzioni locali e internazionali si arenano di fronte ai pregiudizi

24/12/2007 -  Marjola Rukaj

"Dopo il conflitto del '99, la situazione dei disabili in Kosovo è migliorata, se paragonata alle pessime condizioni in cui si trovavano prima di allora, tuttavia è ancora drammatica", afferma Fitore Hasanaj, direttrice del 'Centro per una vita indipendente' a Peja/ Pec, un centro diurno per disabili fisici e mentali che è sostenuto dall'ONG italiana Comunità Internazionale di Capodarco e che collabora strettamente con il Tavolo Trentino con il Kossovo.

Fino ai primi anni 2000, ai disabili, come si usa nelle società poco sensibilizzate ai diritti di questo gruppo vulnerabile, era riservata una vita isolata, erano spesso rinchiusi nelle abitazioni, lontano dagli occhi dei vicini, per proteggersi dagli insulti e dai pregiudizi. Non di rado, si trattava di una scelta (forzata) degli stessi disabili che preferivano isolarsi piuttosto che essere oggetto di palese scherno e discriminazioni. Pare che la situazione stia notevolmente cambiando, ma solo per merito delle organizzazioni internazionali che sostengono organizzazioni locali no-profit, sia attraverso risorse economiche sia fornendo training per riqualificare lo staff.

L'origine di questo impegno internazionale rispetto alle condizioni di vita dei disabili e delle loro famiglie risale al '99, quando nei campi di accoglienza allestiti in Albania, Macedonia e Montenegro ci si rese conto che questa parte degli sfollati costituiva uno dei gruppi più vulnerabili ed al contempo meno visibili. Al rientro, dopo una prima fase in cui sono stati stanziati finanziamenti per la ricostruzione delle abitazioni danneggiate e l'aiuto economico alle loro famiglie, sono stati allestiti veri centri di riabilitazione psico-fisica dei bambini disabili. Sono state molteplici ed enormi le difficoltà cui far fronte: mancanza di spazi, difficoltà burocratiche e, come prima, pregiudizi radicati nel resto della popolazione.

A Peja/Pec, il 'Centro per una vita indipendente' rimane tuttora senza una propria sede. "Inizialmente, stavamo negli ambienti dell'ospedale della città ma dopo poco tempo ci hanno costretto a liberare lo spazio perché, ci hanno detto, serviva ai reparti. Per il momento ci ospita la scuola per non vedenti, ma anche lì siamo provvisori, in attesa di una nostra sede dove stabilirci" racconta la direttrice Hasanaj.

Trovare un tetto per il centro dei disabili infatti incontra molte difficoltà a Peja/Pec. Il comune ha offerto al centro diverse possibilità. Nella maggioranza dei casi, tuttavia, si trattava di stabili fatiscenti la cui ristrutturazione sarebbe costata quanto la costruzione di un nuovo edificio; in altri casi, venivano offerti dei terreni di proprietà comunale che però erano collocati in luoghi accidentati e difficilmente raggiungibili, o in pieno centro cittadino dove il traffico delle auto e le barriere architettoniche non avrebbero permesso la mobilità a persone disabili.

Inoltre, gli impedimenti non sono venuti solo dalla poca collaborazione da parte delle autorità locali. Dopo varie opzioni non adatte alla costruzione del nuovo centro, è stato individuato il terreno idoneo. Il finanziamento dei lavori era stanziato dalla KFOR. A quel punto, però, i residenti della zona hanno mostrato la propria opposizione ed ostilità al progetto, temendo che i disabili fossero pericolosi o violenti. Una lettera di protesta è stata consegnata al comune e ha provocato la immediata sospensione dei lavori da parte degli uffici municipali, atto che la KFOR non ha contestato, adeguandosi.

"Ci sono ancora molti pregiudizi" spiega la direttrice del centro, affermando che bisogna impegnarsi in una campagna di sensibilizzazione che li faccia accettare e che faciliti l'inclusione dei disabili nella società.

Per ora la costruzione del centro, dopo l'opposizione degli abitanti della città, è sospesa negli uffici del comune, con la piena indifferenza della KFOR che, non mobilitandosi a favore del centro diurno, ha avuto come effetto l'implicito appoggio alla protesta degli abitanti. Anche il consiglio comunale sembra diviso tra chi sostiene la costruzione del centro, e chi la ritiene inutile e superflua dato che esiste un'altra iniziativa del genere, la Handikos, che tuttavia ha altri obiettivi, e competenze. "Noi ci occupiamo di riabilitazione fisica e mentale, e la nostra è una scuola diurna, in cui si cerca di sostenere i bambini disabili a recuperare negli studi allo scopo di inserirli, quando possibile, nelle classi regolari con i loro coetanei. Al contrario, la Handikos offre una riabilitazione fisica, di qualche ora a settimana, svolge quindi attività di tutt'altro tipo" spiega Hasanaj.

Nonostante le difficoltà, tuttavia, i risultati non mancano. Finora il centro diurno, sebbene senza sede definitiva, è riuscito a facilitare l'inserimento nella scuola dell'obbligo di due ragazze disabili le quali, dopo aver superato un esame d'ammissione, sono riuscite ad accedere alle classi regolari e a seguire le lezioni con i loro coetanei. A loro è stato assicurato il sostegno continuo del personale del 'Centro per una vita indipendente', sia in classe, sia nella preparazione delle lezioni.

Le discriminazioni sono tuttora molto evidenti anche nelle scuole dove il concetto delle classi uniche, sostenuto dal Centro della Hasanaj, è estraneo e del tutto nuovo. Si è infatti ereditato il sistema scolastico jugoslavo che relegava gli studenti disabili in classi speciali, ed inoltre si continua a non avere personale preparato nel sostegno dei diversamente abili. "E' solo un modo palese di discriminazione, sostiene Hasanaj, perché l'insegnante è lo stesso sia per i disabili sia per gli altri, perciò non ha una formazione specifica al sostegno. La conseguenza è l'isolamento dagli altri allievi."
Il Centro ha già avviato una campagna di sensibilizzazione che prevede degli incontri nelle scuole dell'obbligo per far conoscere i ragazzi disabili alle classi, presentandoli come alunni di pari diritti, non diversi dagli altri, e tanto meno pericolosi. Sono previsti inoltre corsi di formazione per il personale di sostegno, e per gli insegnanti che si troveranno a contatto con questi alunni.

La tutela da parte delle istituzioni rimane vaga e solo sulla carta. "E' unicamente grazie alle organizzazioni straniere se siamo riusciti a migliorare qualcosa" sostiene la direttrice del centro, " il sostengo da parte delle autorità locali rimane purtroppo del tutto formale."
Nonostante si siano fatti dei passi avanti, un trattamento dignitoso ed inclusivo è lontano dal realizzarsi. Le fragili istituzioni locali, l'inadeguatezza dell'amministrazione internazionale ed i pregiudizi della società Kosovara non aiutano.

Sullo stesso tema si veda anche il caso bosinaco: Diversamente abili: no all'esclusione


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