Donne di Srebrenica a Tuzla (foto Gughi Fassino)

All'indomani della sentenza della Corte internazionale di giustizia dell'Aja abbiamo intervistato Elvira Mujicic, autrice del libro ''Al di là del caos''. Quando i rumori della guerra si spengono cosa rimane? Cosa rimane dopo Srebrenica?

27/02/2007 -  Nicole Corritore

"I tragici fatti dei Balcani continuano, non si esauriscono nel ricordo come avviene per altri. Chi li ha vissuti, chi ne è stato vittima, non li dimentica facilmente. Chi per tanto tempo è stato immerso in essi non può cancellarli dalla memoria". Prefazione a cura di Predrag Matvejevic al libro "Al di là del caos"

Ieri, in una sua sentenza, la Corte internazionale di giustizia dell'Aja ha affermato che a Srebrenica avvenne un genocidio, ma che la Serbia non può essere ritenuta imputabile per questo fatto e per la guerra in Bosnia. Quale la tua reazione?

Mi aspettavo una sentenza di questo tipo e quindi non sono rimasta stupita. Milosevic è morto e il processo a suo carico non è potuto continuare, Mladic e Karadzic non sono stati ancora arrestati ... difficile aspettarsi un esito diverso. Nel caso avessero condannato la Serbia noi cittadini della Bosnia l'avremmo visto come atto di giustizia ma non per colpevolizzare i cittadini serbi ma per rendere chiare le responsabilità dei governi che allora erano al potere in Serbia e per individuare le responsabilità dell'aggressione che venne fatta nei confronti della Bosnia Erzegovina.

A breve l'uscita del tuo primo libro, "Al di là del caos". Un viaggio fisico che dall'Italia ti ha riportato a Srebrenica, dove sei nata. E un viaggio psicologico. Cosa ti ha spinto a scriverlo?

E' stato un atto egoistico. Per anni non avevo voluto più pensare a Srebrenica, avevo pensato che la strategia migliore fosse non pensarci più. Avevo 15 anni quando è successa la strage in cui sono scomparsi mio padre e mio zio. Poi mi sono ammalata di attacchi di panico, vari disturbi psicologici e quando cercavo di analizzarli, finivo con il ricordo sempre a Srebrenica. Ho quindi iniziato a scrivere un memorandum, un diario di tutto quello che ricordavo per un bisogno mio, psicologico, e non perché avessi l'idea "sociale" di dare memoria a Srebrenica.

Poi, dato che è la scrittura che cresce te e non sei tu che la comandi, tutto si è trasformato. Ho scritto la prima bozza che ho finito durante una mia permanenza a Srebrenica dopo dodici anni che non ci tornavo. Ho finito le mie terapie psicologiche e l'ho lasciato "decantare" per un po'. Dopodiché è morto Milosevic, ogni due giorni sembra che prendano Mladic ma poi non succede, hanno premiato i soldati olandesi che erano a Srebrenica nei giorni del massacro .... Tutto ciò ti risveglia un po' di rabbia "sociale", che non è solo tua personale. Così ho iniziato a scriverlo sotto forma di libro.

All'inizio non volevo essere arrabbiata, perché al mio paese, al tempo della ex-Jugoslavia, mi avevano insegnato che dovevamo essere cosmopoliti, che avevamo mille religioni diverse, che dovevamo convivere. Ho proprio notato che all'inizio non provavo rabbia, senso di ingiustizia, come se avessi accettato tutto. Invece poi, grazie ad uno spettacolo teatrale che ho visto, "Souvenir Srebrenica" di Roberta Biagiarelli, mi sono accorta che si arrabbiano degli italiani per ingiustizie subite da noi, e mi son chiesta perché non avrei dovuto farlo anch'io.

Quindi il libro ti è servito per affrontare il trauma che hai vissuto e per trasmettere pubblicamente questa rabbia in maniera costruttiva?

Esatto. Infatti lo chiamo "la mia creatura" perché mi ha cambiato, ha cambiato il mio modo di pensare, il mio modo di sentire le cose, un po' si è anche distanziato da me tutto quello che è successo perché nel momento in cui riesci a farlo leggere agli altri, ti lascia in pace. Con il libro sono riuscita anche a pronunciare certe parole, a capire come stavo, l'origine di tutti i miei incubi... questi uomini con le barbe e altre immagini strane. Nel libro sono riuscita ad affrontarle.
Spesso nella mia scrittura potrò sembrare anche arrogante, perché emerge la mia rabbia, nei confronti dell'Europa o dell'esercito paramilitare serbo. Non è una rabbia cieca ma che nasce anche dall'aver letto molto, essermi informata, sulla storia della ex-Jugoslavia, sul revisionismo storico che si sta cercando di fare, su quello che si dice "non essere successo" a Srebrenica. Poi ho soprattutto superato quella classica vergogna derivata dal fatto che sono state uccise 8.000 persone e si sa chi sono responsabili ma sono ancora tranquillamente in libertà.

Parli di vergogna. Puoi spiegarci meglio?

Sono cresciuta in una famiglia "titina", nel senso buono del termine e quindi senza riferirmi a fatti come quelle di cui si è parlato molto, ad esempio le foibe. Intendo una famiglia in cui non si facevano distinguo, c'erano matrimoni misti, la convivenza non era costretta, forzata. Riuscire a dire, dieci anni dopo "cavolo, quel ragazzino che era mio amico, fa parte di quell'etnia che mi ha ucciso quasi tutti i parenti"... Ti vergogni, del fatto che sia potuto succedere, del fatto che non te ne sei accorto. Forse non c'era nemmeno nulla di cui accorgersi, perché forse ha preso il sopravvento una specie di follia di massa. La vergogna anche di perdere in qualche modo il tuo passato, perché per quindici anni vivi con l'illusione di un certo paese, di una certa ex-Jugoslavia e poi invece scopri che non esiste o per lo meno non esiste più...

Parli di Europa. Sei di adozione italiana e bosniaca di origine. Da cittadina europea "di mezzo" come vivi questo rapporto con la rabbia nei confronti dell'Europa che ha lasciato Srebrenica da sola in quel luglio '95 ma anche dopo?

Vorrei sottolineare che mi sento molto europea. Forse ciò che è avvenuto a Srebrenica era "il prezzo" che si doveva pagare perché si arrivasse alla firma del trattato di Dayton. Sembra proprio un massacro costruito... la guerra è infatti finita solo qualche mese dopo. Rispetto all'Europa posso fare delle ipotesi personali: forse non se n'è accorta, forse ci ha visto troppo distanti. Perché veniamo dai Balcani, perché siamo "slavi" o "strani". O forse non aveva capito, come tutti coloro che hanno cercato di mettere le mani in Bosnia, che cosa era effettivamente la storia dell'ex-jugoslavia e che cosa si portava dietro.

Ritengo che la presenza dell'ONU durante la guerra, così come era stata strutturata, sia stata inutile. Non so come abbiano fatto a non accorgersene. In una città assediata, dove la gente moriva di fame da tre anni e mezzo era inutile mandare lì cento ragazzi di vent'anni mentre le forze serbe si preparavano ad attaccare, è ovvio che non abbiano mosso un dito. Erano dell'ONU, erano lì per mantenere la pace... uno spreco di soldi, per mantenere la pace in un paese che era in guerra. Si può mantenere qualcosa che c'è...non qualcosa che non c'è! Sembra quasi che con l'intervento ONU si volessero scaricare la coscienza, per poter dire "qualcosa abbiamo fatto, ci siamo stati" ma senza un reale obiettivo di ingerenza. Per dirla nuda e cruda, penso che l'Europa abbia lasciato che ci ammazzassimo tra noi. Per dieci anni, fino all'intervento in Kosovo, ci hanno lasciato a litigarcela da soli, non capendo nulla.

Questa non comprensione di ciò che fosse l'ex-Jugoslavia, di cosa stesse succedendo... lo trovi anche nella gente con cui hai a che fare quotidianamente in Italia?

Assolutamente sì. Una cosa che mi sconvolge è che quando dico "sono di Srebrenica" penso che la gente possa averla sentita nominare... non dico quelli della mia età che allora erano troppo giovani, ma almeno la generazione che nel 1995 era adulta, che guardava la televisione. Invece non sanno cosa sia Srebrenica. Cos'è? Una città, un luogo? E' l'unico genocidio del dopoguerra europeo e non lo sanno: questo fatto fa riflettere molto. Se mettiamo sullo stesso piano la strage delle Torri gemelle e Srebrenica, come fa Matvejevic nella prefazione del libro, nonostante a Srebrenica siano morte 8.000 persone e il fatto sia stato dichiarato genocidio, nessuno ha pensato di mettersi a cercare i criminali responsabili. Forse perché ci sono morti che non valgono, forse perché vi sembravamo lontani.

Vedere in televisione la gente di Srebrenica, scheletri non persone, erano immagini da cui vi sentivate lontani, diversamente dalle persone vestite in giacca e cravatta come voi, morte sotto le Torri gemelle. Forse perché comprendere l'ex-Jugoslavia non è facile, ci sono quattro religioni, una storia complessa e invece di far lo sforzo di capire, si rimuove. Quindi eravamo, e siamo, un'Europa che non è Europa. Infatti credo saremo anche l'unico paese dell'area che non vi entrerà mai. Un mancato ingresso che crea nella gente una profonda delusione ma anche senso di ingiustizia. Non per fare i soliti paragoni ma la domanda che ci facciamo è perché può entrare un paese come la Serbia e noi no. Non me la prendo con la popolazione, mi riferisco ai governi che hanno giudato quel paese, alla mancata collaborazione mostrata nel prendere i criminali. E' un po' un controsenso. Tutto bene finché bisogna mandarci i vestiti tramite la Caritas ma quando poi arriva il momento di accettare la Bosnia come paese europeo, non si capisce bene perché venga negato. Certo, anche la Bosnia è un paese che dovrebbe essere ripulito, pieno di criminali di guerra di tutti i tipi, bosniaci, anche tra gli stessi musulmani, perché la guerra crea criminali, mica gente onesta.

Hai finito il libro a Srebrenica. Quando ci sei tornata? Come hai vissuto questo ritorno?

Ci sono tornata dodici anni dopo essere scappata via da profuga e, attraverso la Croazia, essere approdata in Italia. Mi sono sentita strana: quando stai in un posto in cui cresci e poi ci ritorni da adulta, ti sembra tutto piccolo. Inoltre, è piccolo veramente: la metà delle cose non ci sono più perché è stata bombardata. Tornare a casa mia, soprattutto da mai nonna, e non trovare altro che tre muri che si tengono su a stento, senza porte e finestre, dove ci vivono i cani randagi, è stato molto difficile. Perché per dodici anni hai vissuto lontano con la nostalgia di queste cose, e non essendoci mai tornata continui ad alimentare la nostalgia per Srebrenica, a pensare che potresti tornare a viverci. Poi torni, guardi la tua scuola ed è scritto solo in cirillico mentre prima della guerra si usavano tutti e due gli alfabeti, arrivi alla casa di tua nonna dove sei cresciuta e trovi solo macerie. Ma soprattutto parli con le persone, la maggior parte anziane o persone di quarant'anni perché i giovani non ci tornano a studiare in una scuola dove ti insegnano che Mladic è un eroe nazionale.
Quindi parli con le persone, guardi quante donne ci sono e quanti uomini non ci sono, perché la popolazione musulmana di Srebrenica è una popolazione di donne, e non ti fa bene. Soprattutto non ti fa bene ascoltare chi ti racconta "vedi quello che abita là? Era tra i serbi quando ci hanno deportato". Ti senti impotente. Cammini per strada e i responsabili dei crimini camminano per strada come te, provi paura.

Volevo tornare soprattutto per rivedere le persone che conoscevo. Il problema più grosso è stato proprio quello. Tra tutti gli amici di mio padre e mia madre ne ho incontrati solo due, perché la maggior parte sono morti, mentre altri sono serbi quindi oggi vivono in Serbia o altrove. Sono anche andata a cercare gente della mia età, per vedere che fine avessero fatto, come vivessero. Purtroppo non ho trovato nessuno, chi ha ventisette anni come me a Srebrenica non ci torna.

Cosa ritieni necessario in futuro per Srebrenica e anche per i cittadini di Srebrenica sparpagliati per il mondo? Esistono in loco dei progetti di intervento, di cooperazione internazionale, che stanno affrontando i grandi problemi ancora esistenti?

Per Srebrenica e i suoi cittadini, bisogna fare giustizia. Quando sono tornata a Srebrenica non dormivo tranquilla, perché quando sai che nella tua città vivono delle persone che hanno fatto determinate cose, non puoi vivere serenamente. Non puoi farlo nemmeno con gli altri, coloro che non hanno fatto niente, perché è come se nessuno ti riconoscesse il torto che hai subito. E coloro che ne sono responsabili, è giusto che paghino.

L'unica associazione che c'è a Srebrenica e che lavora bene in questo senso è "Tuzlanska Amika". E' l'unica che si occupa delle persone che hanno subito traumi, che ne pagano le pesanti conseguenze. Purtroppo non c'è attenzione nei confronti delle persone che hanno subito questi traumi in generale in tutta la Bosnia ma soprattutto a Srebrenica che è vista come l'ultima fetta del mondo. Non c'è attenzione verso Srebrenica dall'Europa, ma non è che ce ne sia da parte della Bosnia stessa! Tant'è che le persone che hanno subito traumi, stupri, conseguenti gravidanze imposte, non vengono assolutamente sostenute, tutelate.

La presenza internazionale è quasi nulla. Ho conosciuto qualcuno che porta vanti un progetto in loco ma l'ho ritenuto fallimentare, pur avendoci anche partecipato. Non è importante la sigla... ma voglio dire che a distanza di quasi due anni dall'inizio di questo progetto, non ho visto sul territorio un reale e concreto impatto. Le persone che vengono dall'estero, per brevi periodi a Srebrenica, non hanno reali contatti con la gente, non parlano la lingua locale. Comincio a pensare che gli italiani siano convinti che serva molto di più lavorare sul posto che da fuori per capire e operare bene. Questo non è vero o per lo meno non basta. Se pensiamo ad Andrea Rossini, che ha fatto un documentario su Srebrenica, Roberta Biagiarelli che porta in giro uno spettacolo su Srebrenica... sono cose che fanno capire alle persone cosa è successo davvero. E una volta che l'hai capito, che hai studiato, puoi andare là e fare qualcosa. Ma fino a quando non hai le idee chiare, non hai letto nemmeno due atti del Tribunale de L'Aja, non è giusto che vai e fai improvvisazione, ti cerchi un ruolo....in Bosnia è facile crearsi un ruolo ma bisogna partire da basi di preparazione solide per andare in una città come Srebrenica, ed essere utile.

Il tuo futuro?

Scrivo da quando ho quattro anni, mi piacerebbe continuare. Ma sono molto irrequieta. Vivo a Roma da un anno ma penso già a dove potrei andare adesso. Sono un po' incostante, perché quando ti strappano le radici, poi tutte le altre non attecchiscono molto bene...

Al di là del caos
Elvira Mujcic
Infinito edizioni 2007


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