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Come è fruita la televisione dalla comunità rom di Tirana? Una tesi di laurea. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

02/11/2011 -  Giulia Magnani

Questo lavoro nasce da un’esperienza etnografica condotta a stretto contatto con diverse comunità rom di Tirana durante l’ultima settimana di agosto 2009. L’intento è quello di indagare come la televisione è fruita dalla comunità rom, quali sono i contenuti privilegiati e come questo medium modifica una cultura così diversa dalla nostra.

Nella nuova Unione europea a ventisette Stati i rom costituiscono la minoranza più numerosa e, formalmente, la meno riconosciuta. La stessa legge 482 del 1999 non riconosce in Italia i rom come minoranza linguistica. In Italia vivono circa 150.000 rom, cioè lo 0.25 per cento della popolazione, e più della metà sono cittadini italiani. La tv abitua a pensarli come “zingari”, una massa nomade indistinta nel tempo e nello spazio. Eppure le differenze sono tante e l’ignoranza della lingua romanes troppo spesso conduce a comode generalizzazioni.

Può essere azzardato affermare che la televisione è un mezzo d’integrazione tra culture diverse, ma è quello che le osservazioni hanno dimostrato. Come aveva intuito la ricercatrice americana Jane Dick Zatta, il messaggio mediatico è flessibile alle esigenze dei riceventi e i media non indeboliscono le difese culturali del pubblico, semmai le modificano attraverso gli scambi che permettono, creando culture ibride.

Nelle comunità che fruiscono il medium tv, la distinzione tra rom e gagé è molto meno marcata; l’esperienza mediata permette di conoscere l’altro a poco a poco e facilita il rapporto diretto. Inoltre, ci si può riscoprire simili nel vedere entrambi alcuni format di successo, come Affari tuoi. Soprattutto oggi che il confronto con questa minoranza è quanto mai difficile, notare che i rom guardano i nostri stessi programmi insegna che non siamo poi così diversi e un punto di contatto può essere trovato. In tal senso, un ripensamento sull’emarginazione territoriale e sociale dei rom in Italia potrebbe permettere di allentare le tensioni e evitare il conflitto.

Se si pensa a come l’audience occidentale guarda la televisione, il consumo televisivo rom mostra che un altro mondo è possibile: una realtà alternativa in cui la tv non è al centro del vivere quotidiano e in cui i rapporti faccia a faccia sono ancora l’elemento più importante della socializzazione primaria. Non si tratta di una rinuncia al mezzo televisivo, ma di un suo ridimensionamento.

In questa analisi, il ruolo di chi lavora nel mondo della comunicazione diventa di grande importanza, perché possiede il potere di far circolare immagini, opinioni e idee. La televisione può essere un mezzo d’integrazione, bisogna sfruttarlo, magari in modo silenzioso tra un telegiornale, un film, una fiction e un format di successo. Servono consapevolezza del proprio ruolo, professionalità e senso di responsabilità per ciò che si produce. Si dovrebbe tenere a mente che si lavora per la collettività e che i propri messaggi raggiungono un pubblico che oggi, prima di essere attivo o passivo, è soprattutto di culture diverse. L’uso dell’ etnografia per lo studio delle comunicazioni di massa è un approccio recente; tale interdisciplinarità è auspicabile e necessaria. L’esplorazione del quotidiano (forse del suo lato più esotico) è ancora in buona parte tutta da scrivere.


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