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Trasferimenti forzati di popolazione nel secondo dopoguerra: il caso istriano-dalmata ita

Trasferimenti forzati di popolazione nel secondo dopoguerra: il caso istriano-dalmata

Un'immagine dell'esodo dall'Istria

In questa tesi di laurea si ripercorre il drammatico esodo delle comunità italiane dalle regioni da loro abitate e passate, dopo la seconda guerra mondiale, alla Jugoslavia. Riportiamo una breve introduzione a cura dell'autore della tesi ed il testo integrale di quest'ultima.

Di Marco Santaroni

Dopo la fine della seconda guerra mondiale gli italiani che abitavano la Venezia Giulia, l'Istria e la Dalmazia abbandonarono in massa queste regioni, passate alla Jugoslavia per effetto del trattato di pace.

L'esodo si sviluppò in un arco di tempo che va dal 1945 al 1956 e si articolò in diverse fasi, cioè man mano che sui territori interessati veniva stabilito il controllo jugoslavo: prima la Dalmazia, poi Fiume, l'Istria centro-meridionale e infine la "zona B". Si verificarono partenze anche prima del 1945. Zara, infatti, fu abbandonata dalla sua popolazione, compattamente italiana, già nel 1944, in seguito ai disastrosi bombardamenti alleati.

L'accordo Tito-Alexander del 9 giugno 1945 segnò l'inizio dell'esodo vero e proprio. Se da una parte con tale compromesso si metteva fine all'occupazione jugoslava di Trieste, dall'altra si assegnava quasi tutta l'Istria, Fiume e le località dalmate alla Jugoslavia. La parte orientale della Venezia Giulia e l'Istria nord-occidentale formavano una zona d'occupazione sottoposta all'amministrazione militare jugoslava (Zona B). Rimanevano sotto il controllo anglo-americano - e quindi potevano ancora nutrire speranze di assegnazione all'Italia - la rimanente porzione di Venezia Giulia (Zona A) e la città di Pola come énclave non collegata per via di terra.

Il trattato di pace, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, assegnò anche Pola alla Jugoslavia e stabilì che le due zone d'occupazione sarebbero state smilitarizzate ed unite per formare il Territorio Libero di Trieste (TLT), che avrebbe avuto uno statuto approvato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Tale progetto non fu mai realizzato, a causa del disaccordo tra i membri permanenti del Consiglio.

Seguirono anni di tensione tra Italia e Jugoslavia e di angosciosa incertezza per gli abitanti delle due zone d'occupazione. Si arrivò così alla firma del Memorandum d'intesa del 5 ottobre 1954, con il quale si assegnava la zona A all'Italia, seppure con degli aggiustamenti di confine sfavorevoli. La popolazione italiana abbandonò la zona B, ormai di fatto integrata per molti aspetti nella Jugoslavia.

L'ultimo capitolo della travagliata storia del confine orientale d'Italia fu scritto ad Osimo il 10 ottobre 1975. Con questo trattato si sanciva la piena sovranità jugoslava sulla zona B e si ribadiva quella italiana sulla zona A. Inoltre i due paesi stabilivano forme di cooperazione e si impegnavano per una più ampia protezione delle minoranze etniche. Il trattato fu ratificato solo nel 1979, a causa delle forti critiche del parlamento italiano.

Le letture dell'esodo fornite fino a qualche tempo fa erano fortemente influenzate da giudizi politici, visto che era la Jugoslavia di Tito il paese da cui gli italiani fuggivano.
La destra ha per lungo tempo strumentalizzato la vicenda, con il fine di demonizzare il comunismo jugoslavo, dimenticando le nefandezze compiute dai fascisti a danno di sloveni e croati.
La sinistra ha tentato in un primo momento di ridurre il fenomeno ad una semplice fuga di fascisti, poi - dopo la scomunica di Tito - ha preferito tacere, per non suscitare dubbi sulla bontà delle democrazie popolari.

Differentemente da altri casi di trasferimento massiccio di popolazione che interessarono l'Europa - soprattutto orientale e balcanica - nei due dopoguerra, l'esodo istriano non fu la conseguenza di un atto formale di espulsione, né di accordi per lo scambio o di pratiche di concentramento e deportazione forzata.

L'effetto complessivo della politica jugoslava fu quello di spingere gli italiani all'esodo, ma è d'obbligo chiederci se ci sia stata la volontà non dichiarata di espulsione su base etnica o se si sia trattato di una ricaduta oggettiva della natura totalitaria del regime jugoslavo.

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