Guerra in Georgia

Dopo quindici anni di "conflitto congelato" la guerra è ritornata nel 2008 in Georgia. Una tesi di laurea. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

03/05/2011 -  Michele Coacci

Nel cercare di ricostruire le cause che hanno portato ad una ripresa delle ostilità in Georgia dopo un quindicennio di ‘congelamento’, si è osservato come ci si trovi in presenza di diversi campi di tensione. Dall’analisi dell’origine storica recente dei conflitti etno-territoriali in Abkhazia e Ossezia del Sud si comprende come sul livello più strettamente locale del conflitto, negli ultimi anni si siano innestati altri campi di tensione a livello internazionale, che hanno poi avuto un ruolo fondamentale nel riaccendere la tensione e nel portare ad una nuova guerra.

In questo contesto, il conflitto dell’agosto 2008 si inquadra nello sviluppo di relazioni tese tra Russia e Georgia a partire, in particolare, dalla Rivoluzione delle Rose che ha portato alla cacciata di Eduard Shevardnadze dalla presidenza del paese caucasico e all’affermazione di un nuovo gruppo dirigente a Tbilisi fortemente filo-occidentale. La serie di contrasti sorti negli ultimi anni tra i due paesi è stata limitata al piano politico-diplomatico fino a quando lo scontro tra una Russia maggiormente confidente sul piano internazionale e l’Occidente, abituato negli anni ’90-2000 a tenere relativamente conto dell’opinione russa nelle questioni internazionali, non ha raggiunto un punto di rottura. La decisione della NATO di promettere una futura adesione a Georgia ed Ucraina, i paesi protagonisti delle Rivoluzioni Colorate del 2003 e 2004, ha provocato nella Russia un aggravamento del malcontento già manifestato in seguito al riconoscimento della dichiarazione d’indipendenza del Kosovo da parte di diverse cancellerie occidentali.

Più che nella ricostruzione delle responsabilità per l’avvio delle ostilità, il lavoro si concentra nel cercare di comprendere l’interazione tra i vari campi di tensione che porteranno alla guerra e nel suo inquadramento in quel processo di trasformazione della struttura unipolare del sistema internazionale di cui la nuova assertività russa sul piano internazionale è un’espressione. In questo quadro, i conflitti ‘congelati’ nello spazio post-sovietico, come nel caso dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, costituiscono dei punti caldi suscettibili di diventare nuovamente dei campi di battaglia nelle guerre ‘per procura’ tra le Grandi Potenze.

In conclusione, si può affermare che la Georgia è stata in qualche modo la ‘valvola di sfogo’ delle tensioni tra Russia e Occidente accumulatesi negli anni di maggiore iniziativa unilaterale americana. Tuttavia, secondo quanto accertato dal Rapporto della commissione indipendente d’inchiesta dell’Unione Europea, la responsabilità del presidente georgiano Saakashvili nell’aver sparato il primo colpo bombardando Tskhinvali, la capitale dell’Ossezia del Sud nella notte tra il 7 e l’8 agosto 2008, ha facilitato per la Russia l’identificazione di un bersaglio per una risposta all’unilateralismo occidentale, vista anche la presenza delle proprie truppe di peacekeeping nella regione separatista.

La nuova situazione di ‘congelamento’ dei conflitti, instaurata dal cessate il fuoco negoziato da Sarkozy e sostenuta da dei periodici incontri a Ginevra tra le parti in conflitto, continua a rimanere un potenziale fattore di instabilità. Inoltre, il riconoscimento dell’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud da parte della Russia (oltre che di Venezuela, Nauru e Nicaragua) non ha contribuito a risolvere le controversie con l’Occidente sullo status delle due regioni separatiste.


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