Foto di Danilo Krstanovic

112 articoli dell'Eco di Bergamo, pubblicati durante l'assedio di Sarajevo, e presi in esame in una tesi di laurea. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

24/03/2014 -  Linda Caglioni

Lo scoppio della guerra in Bosnia costringe l’Europa ad affrontare gli strascichi di una Guerra Fredda non del tutto risolti, i sogni di libertà di una neonata Repubblica, la frustrazione nello scoprire che l’Indipendenza di un Paese non è sufficiente riconoscerla ufficialmente affinché si trasformi in cosa reale.

Ma la guerra oltre Adriatico costringe anche l’Europa a confrontarsi con una realtà ‘lontana’, un intreccio di storia e religione che l’occhio occidentale, nella foga di comprendere, finisce spesso per racchiudere in sintesi dai confini ristretti. In che modo i mezzi d’informazione italiani si sono rapportati ai preconcetti legati all’immaginario balcanico? Il caso de ‘L’Eco di Bergamo’.

Nelle guerre jugoslave, i mezzi d’informazione delle parti coinvolte hanno svolto un ruolo chiave nel propagandare e nel fomentare gli ardori nazionalistici, rivelatisi complici fondamentali nel creare attorno alle velleità espansionistiche dei leader un fertile terreno entro cui insediarsi e svilupparsi . È infatti nell’ottica di un’informazione nazionale totalmente faziosa e distorta, quando non del tutto fasulla, che va contestualizzato e analizzato il corposo assoggettamento che la società civile dimostrò ai suoi leader agli albori della guerra jugoslava; una guerra la cui conclusione, sul finire del secolo breve, portò all’Europa un’area balcanica dai confini territoriali ridisegnati, e il peso di un nuovo sacrificio umano sulla coscienza.

Volendo spostare lo sguardo sulle modalità dell’approccio mediatico adottato dagli spettatori esterni nei confronti del conflitto, l’elaborato si focalizza sul caso italiano prendendo in considerazione, nello specifico, ‘L’Eco di Bergamo’, testata bergamasca ad orientamento cattolico. Partendo dall’analisi di 112 articoli estratti dal quotidiano durante il periodo d’attività redazionale che coincise con gli anni dell’assedio di Sarajevo, la ricerca si propone di mettere in luce le problematiche di copertura giornalistica più ricorrenti, riconducibili ed estendibili poi anche a gran parte degli altri quotidiani nazionali.

Dopo una rapida presentazione dei momenti nevralgici attorno cui la vicenda balcanica si snoda, il lavoro si è concentrato, in una prima fase, sull’individuazione delle più comuni categorie di strategia giornalistica adottate per esplicare gli eventi, per poi passare, in una fase successiva, ad una disamina più accurata di ciascuna categoria, affiancata dai rispettivi esempi via via individuati.

Il quadro informativo delineato appare generalmente poco adeguato a raccogliere tutte le peculiarità, le ambiguità e i paradossi di cui la guerra bosniaca è ricca. Emblema di questa semplificazione è, per esempio, l’utilizzo ricorrente di due definizioni per descrivere la natura del conflitto: civile ed interetnico, escludendo – o, comunque, mettendo in secondo piano - la più complessa considerazione degli aspetti legati agli interessi di mera natura politica.

Molto spesso ravvisabile è anche la presentazione della questione bosniaca come di un caso umanitario, con il frequente ricorso ai temi di più facile impatto emotivo, come i temi dei bambini rimasti orfani, degli affamati, delle associazioni di volontario attivatesi allo scopo di accogliere i profughi scampati agli orrori della guerra e giunti sui confini dei Paesi in pace stipati in convogli umanitari. La gerarchia delle tematiche trattate appare invece molto diversa sulle pagine di Oslobodenje, il quotidiano edito a Sarajevo che portò avanti l’attività redazionale per tutta la durata dell’assedio e di cui, nell’ultima sezione, è stato preso in considerazione un esiguo numero di articoli, per dare spazio ad un punto di vista che fosse diverso.


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