Gli anni '90 passati quasi indenni rispetto ad altre repubbliche jugoslave, poi il progressivo braccio di ferro con Belgrado e la recente indipendenza (2006). E in tutte queste fasi una tangibile influenza esercitata dall'Unione Europea, di cui però il Montenegro non è ancora parte. Una tesi di laurea

14/07/2009 -  Anonymous User

Di Andrea Fellin

I Balcani occidentali, storica terra di frizione tra Oriente e Ponente, costituiscono ora una regione nevralgica per i futuri sviluppi dell'Unione Europea. Nell'area balcanica si confrontano due dinamiche divergenti, frutto dell'intreccio tra le forze endogene all'Unione Europea, di natura normativa e rispondenti a logiche integrazioniste, e forze esogene di segno opposto tendenti alla frammentazione. Tale situazione di contesto (contrasto) rappresenta lo scenario nel quale collocare l'evoluzione politica e sociale della piccola repubblica montenegrina, affermatasi ufficialmente nel 2006 dopo anni di gestazione.

Nonostante le sue ridotte dimensioni geografiche e demografiche, il Montenegro non si configura come un caso di indagine marginale. La rilevanza di questo micro-stato deriva da molteplici fattori: la presenza di una struttura verticale di potere caratteristica degli stati balcanici nati a seguito della disintegrazione della Jugoslavia, l'esistenza di forti elementi di continuità col passato, l'assenza quasi totale di conflitto nella turbolenta decade degli anni novanta e infine la definizione progressiva del suo status a livello internazionale, scandita da una tangibile influenza esercitata dall'Unione Europea.

La storia recente del Montenegro può essere analizzata individuando quattro fasi cruciali di sviluppo, in riferimento alle quali è possibile caratterizzare la natura e le modalità dell'intervento europeo. Le quattro fasi di tale periodizzazione coincidono con l'isolamento internazionale nella prima metà degli anni novanta, il sostegno economico e politico fornito al Montenegro in funzione anti-serba tra il 1998 e il 2001, la strategia di robusta mediazione adottata dall'Unione Europea in occasione della creazione della Serbia e Montenegro (2002) e infine l'azione diplomatica messa in campo per il referendum sull'indipendenza (2006).

Nel complesso, il rapporto tra Unione Europea e Montenegro è stato caratterizzato da due incoerenze sostanziali. Da un lato Bruxelles ha indirizzato gli stati balcanici in generale e il Montenegro nello specifico verso un processo di adattamento, istituzionale ma anche culturale, orientato non tanto a ciò che l'Unione è, quanto a ciò che ambisce ad apparire (EU come "potere normativo"). Ad eccezione del ruolo giocato in occasione del referendum per l'indipendenza, le pretese di normatività dell'Unione Europea si sono dimostrate in contrasto con il suo atteggiamento realista e razionale. Dall'altro lato anche il Montenegro ha evidenziato un gap tra la retorica europeista, spesso riflessa in un riformismo "virtuale", e la capacità effettiva di dare luogo a mutamenti tali da intaccare la verticalità delle strutture di potere. Questa divergenza tra oratoria ed azione, tra produzione legislativa e cambiamento concreto, è l'elemento che ha ricevuto maggiore risalto nell'ultimo Progress Report della Commissione europea.

Nonostante le palesi incrinature e la natura camaleontica della sua proiezione esterna, non si può tuttavia ridurre l'Unione Europea a un non-Power. Al contrario, il coinvolgimento nelle vicende montenegrine ha rilevato il potenziale non trascurabile della politica estera europea, incisiva e quindi in grado di condizionare il corso degli eventi. Tuttavia va notato che a questa incisività si sono associati risultati positivi, incontestabili e di lungo termine soltanto nelle circostanze in cui l'Unione Europea ha fondato la propria strategia su solide basi normative.


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