Nagorno Karabakh (flickr/Kylar Loussikan)

Il conflitto sul Nagorno-Karabakh è diventato un punto cruciale per capire le dinamiche relazionali che coinvolgono il Caucaso meridionale e in particolare per comprendere le relazioni tra Azerbaijan, Turchia e Iran. Una tesi di laurea. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

12/05/2014 -  Anna Carnera

Il Caucaso Meridionale è sempre stata una zona di conflitti dovuti soprattutto alla sua posizione geografica che ne ha fatto zona di passaggio di tre diversi imperi, quello persiano, quello ottomano e quello russo, che hanno lasciato nel territorio una ricca eredità storica e culturale.

La nascita della Repubblica dell’Azerbaijan, paese ricco di risorse energetiche e strategicamente collocato nell’incrocio tra Asia e Europa, coincide con la crescita delle tensioni nel Nagorno-Karabakh, un enclave contesa all’interno del nuovo stato abitata da una maggioranza armena. Queste tensioni portarono, nel 1992, allo scoppio di una guerra tra l’Azerbaijan e l’enclave, sostenuta dalle truppe armene, che si era autoproclamata indipendente. Dopo varie tregue fallite e l’occupazione del 20% del territorio azero da parte degli armeni, nel maggio del 1994 i due paesi firmarono un armistizio che ha congelato il conflitto fino ad ora.

La politica estera dell’Azerbaijan negli ultimi vent’anni si è concentrata sulla ricerca di una soluzione per il Nagorno-Karabakh alle proprie condizioni: il rispetto dell’integrità territoriale azera, il ritiro delle truppe armene e il ritorno dei profughi azeri. Questa vera e propria ossessione della politica azera ha inevitabilmente condizionato anche le relazioni estere del paese che avvantaggiano quelli stati e quelle organizzazioni internazionali che possono in qualche modo aiutare Baku a raggiungere il suo obiettivo.

Il conflitto sul Nagorno-Karabakh è diventato quindi, un punto cruciale per capire le dinamiche relazionali che coinvolgono il Caucaso Meridionale e proprio per questo con la mia tesi ho voluto concentrarmi soprattutto sulle relazioni tra Azerbaijan, Turchia e Iran, i due stati che hanno tentato, senza molto successo, di guadagnarsi un ruolo di leader regionale dopo il presunto vuoto lasciato dalla caduta dell’URSS.

Il lavoro è suddiviso in tre capitoli. Nel primo, dopo una breve introduzione teorica (sull'uso appropriato dei termini nell'analisi dei conflitti), è presentata una ricostruzione storica del conflitto dal 1988 fino alla tregua del 1994.

Il finale del capitolo è dedicato alla politica estera portata avanti dai due presidenti azeri, Elçibay e Aliyev, che hanno gestito la guerra, determinando le alleanze del Paese.

Il secondo capitolo è dedicato ai due attori esterni che hanno cercato di imporsi nel panorama caucasico: la Turchia e l'Iran. Questo capitolo si sviluppa in maniera speculare trattando prima i rapporti dei due stati con l'Azerbaijan, poi con l'Armenia e infine il loro comportamento durante la guerra del Nagorno-Karabakh.

Il terzo capitolo si apre con un approfondimento sulle posizioni dei paesi occidentali, quali gli Stati Uniti e l'Unione Europea. In seguito è analizzato il ruolo nel processo di pace svolto dall'OSCE, dal Gruppo di Minsk e dalla Russia. Nei successivi due paragrafi vengono descritti i recenti avvenimenti che hanno coinvolto Turchia e Iran nella regione.

Nella mia ricerca ho utilizzato diversi tipi di materiali: testi storici, ma anche articoli scientifici apparsi su testate quali il Journal of Balkan and Near Eastern Studies o The Middle East Journal, nonché il materiale fornito dai siti di Osservatorio Balcani e Caucaso e dell’Istituto Affari Internazionali.


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