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Kosovo: interventi umanitari

Kosovo - foto di Mario Salzano

La tesi cerca di seguire la storia degli spostamenti, volontari o meno, della popolazione civile in Kosovo dal 1999 ad oggi, e di trattare quindi il problema dei possibili scenari giuridici del paese e dei loro effetti sulla futura posizione degli esuli. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Di Ana Ljubojevic

La questione dello status definitivo del Kosovo, tuttora irrisolta, è strettamente connessa alla soluzione del problema dei rientri degli sfollati, ed ha ripercussioni non solo sul clima politico ma anche sulle condizioni sociali ed economiche della provincia stessa e dei suoi abitanti.

Nella prima parte dellla tesi si discutono le circostanze politiche che hanno portato al bombardamento della NATO nel 1999, e si spiega la scelta di "autoghettizzazione" fatta dalla maggioranza albano-kosovara avvenuta contemporaneamente alle violazioni dei diritti umani da parte del governo serbo.

Le violenze perpetuate dalla polizia serba, dall'esercito della FRJ e dalle crudeli formazioni di paramilitari hanno causato l'esodo forzato per centinaia di migliaia di albanesi verso la Macedonia e L'Albania.

Alla fine dell'intervento della NATO, una Missione delle Nazioni Unite per l'Amministrazione del Kosovo è stata incaricata dal Consiglio di sicurezza di formare un governo civile provvisorio che fosse in grado di pacificare la regione.

Per una sorta di "effetto domino", i Serbi e le altre minoranze etniche hanno quindi lasciato la Provincia temendo ritorsioni e vendette. A questo proposito, è da notare che i dati ufficiali sul numero di sfollati nella regione non sono univoci.

Il secondo capitolo confronta le varie statistiche su rifugiati e sfollati, cercando di spiegare il trend dei ritorni dal 2000 fino al 2006, e si descrivono le dinamiche dei flussi migratori nella Provincia del Kosovo. Nei fatti, tali cifre non sono che il risultato delle complesse mosse politiche avvenute nel sottobosco del dramma umanitario.

L'ultimo capitolo cerca invece di illustrare i decreti, i protocolli, le risoluzioni che influiranno in modo decisivo sullo status futuro della regione.

Le speculazioni sui contenuti della nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU sono state rimandate per alcuni mesi, dietro la minaccia del veto russo. Il rifiuto a priori del piano dell'inviato speciale dell'ONU Martii Ahtisaari ha aperto quindi la strada ad un processo negoziale più realistico e moderato da parte del trio UE-USA-Russia.

Tuttavia, nessuno può oggettivamente sostenere che il Kosovo possa essere reintegrato con successo nella struttura costituzionale serba e, d'altra parte, è difficile immaginare le minoranze non albanesi ben integrate in un Kosovo subito indipendente.

Esiste però la speranza che la struttura di potere nella regione stia cambiando, e che le nuove generazioni comunicheranno in modo diverso tra di loro. I decennali contrasti tra Serbi e Albano-kosovari sono destinati a scomparire dentro un'Europa dai confini fluidi e dalle identità ibride.

Occorre una soluzione nuova, ragionevole e pratica, che può essere trovata soltanto in seno e all'interno della società civile, tramite il suo sviluppo e il suo progresso, per fare dei Balcani una regione moderna, "normale" e stabile, finalmente riaccolta dalla sua madre naturale: l'Europa.

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