Una tavola selezionata dal lavoro di ricerca

L'analisi urbanistica del territorio che si estende a nord della capitale albanese Tirana poi il progetto di riqualificazione di un quartiere della città di Durazzo. Una tesi di laurea

30/07/2013 -  Erblin Berisha

“Osservare oltre le baraccopoli”, da questa curiosità nasce il lavoro di ricerca nei territori albanesi, per capire di chi è la responsabilità ed individuare le soluzioni. La ricerca si muove su una triplice scalarità: territorio, trasformazione e informalità. Questa pluralità di filtri permette di conoscere il contesto di sviluppo di un paese alle prese con una transizione instabile.

Il territorio della regione Tiranё - Durrёs - Kavajё risulta essere il presente di una futura area metropolitana, senza soluzioni di continuità amministrativa ed incapace di immaginarsi. La tesi si propone di considerare quest’area come una priorità nazionale di sviluppo, dove sperimentare una sorta di pianificazione, che tenga conto dei tre macro sistemi che la compongono: ambientale, urbano/infrastrutturale e rurale.

L’obiettivo è di realizzare un territorio “attivo”, in grado di essere propulsore di uno sviluppo sostenibile attraverso la tutela dei sistemi collinari, costieri e fluviale favorendo contemporaneamente la promozione di un tessuto agricolo di qualità ed il controllo dello sviluppo urbano.

La seconda fase della tesi si concentra sulle trasformazioni che la città di Durazzo ha subito negli ultimi vent’anni e come il tessuto urbano sia stato aggredito dall’attività edilizia sotto forma di un abusivismo diffuso. In questo quadro le proposte da mettere in atto sono di carattere strategico e si riferiscono alla questione abitativa, ai progetti relativi al sistema portuale e al quartiere informale di Kёneta.

Infine la tesi si concentra sul quartiere di Kёneta, con 40000 abitanti provenienti da tutto il territorio nazionale nell’ambito di venti anni di sviluppo incontrollato, due scuole per un totale di 2000 bambini circa ed un inquinamento diffuso; questa realtà è la testimonianza di un duplice abusivismo, quello di necessità, dovuto alla mancanza di abitazione e quello ben peggiore che possiamo definire “amministrativo”. In quest’ottica, trovare le responsabilità ha aiutato ad individuare i ruoli che ogni attore in gioco deve avere nella trasformazione del quartiere. Il processo d’intervento, che possiamo definire come progressivo, si struttura su tre fasi differenti:

1) gestione dell’emergenza

Si considerano gli interventi che sono necessari immediatamente ed hanno un basso costo come la raccolta partecipata dei rifiuti, la bonifica dei canali esistenti, la creazione di aree pubbliche attrezzate, i campi di gioco informali, i micro asili nido autogestiti.

2) implementazioni dei servizi

Si prevede la realizzazione di servizi attualmente inesistenti nel quartiere, come il centro sanitario, la biblioteca, il centro giovani, il centro anziani, la scuola artigianale, la radio locale ecc. Tutte queste trasformazioni devono avvenire con la totale partecipazione della popolazione, attraverso il suo coinvolgimento in tutte le fasi, dall’iniziativa, alla realizzazione materiale delle strutture, usufruendo dell’autocostruzione e dell’utilizzo di strutture incomplete, fino alla gestione dei servizi erogati.

3) la città post-informale

L’ultima fase vede la conclusione di tutti i progetti e le azioni necessarie a garantire uno sviluppo sostenibile del quartiere. L’obiettivo finale è di realizzare un quartiere capace di far fronte alle trasformazioni e di promuoverle attraverso politiche che già sono state sperimentate ed attuate.

“Osservare oltre la baraccopoli” ci ha permesso di definire cosa significhi “territori e luoghi progressivi”. La loro costituzione non è casuale, ma una combinazione di conoscenza delle regole locali, dei rapporti sociali e culturali, della programmazione amministrativa attraverso elementi di governance, promozione di sistemi di partecipazione. La presenza simultanea di questi fattori è decisiva nel far sì che le politiche, i progetti e le azioni messe in campo possano creare una reale trasformazione urbana e non essere percepiti come atti di ingerenza da parte di organi amministrativi e strumenti urbanistici.


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