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Il ruolo del passato nella degenerazione del presente

Kosovo e nazionalismo serbo. Una tesi di laurea si propone di mettere in luce quale ruolo ha giocato la manipolazione revisionistica del passato nell'esplosione di questo conflitto jugoslavo. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Di Giacomo Bosisio

Quale ruolo ha giocato la manipolazione (strumentalmente) revisionistica del passato nell'esplosione del conflitto in Jugoslavia? Questa tesi di laurea, discussa nell'Anno accademico 2005/6, cerca di rispondere a tale interrogativo focalizzando l'attenzione sull'ascesa al potere di Slobodan Milošević, la cui parabola politica conosce una nuova fortuna dal momento in cui egli si auto-elegge paladino della nazione serba, a suo dire vittima di discriminazioni ordite dalla classe dirigente jugoslava ed esposta al rischio di scomparsa in Kosovo, una regione nevralgica per la complessa storia balcanica, da sempre contesa tra i serbi e gli albanesi del luogo.

Questa tesi intende dimostrare che a partire dalla metà degli anni '80 un gruppo dirigente all'interno della Repubblica di Serbia, colpevolmente spalleggiato da un ceto intellettuale succube del potere e traditore del proprio ruolo sociale, ha sistematicamente utilizzato la Storia come un'arma politica, con l'obiettivo di ottenere un compattamento del consenso interno utile a scalare i vertici del potere federale. Tale strategia criminale ha progressivamente avvelenato il clima politico all'interno della Federazione socialista jugoslava, trascinando sullo stesso terreno conflittuale tutte le altre repubbliche e l'arretrata Provincia autonoma in cui si sarebbe consumato lo strappo della dirigenza serba dall'ideologia dominante nella costruzione statuale voluta da Tito. Un assordante gazzarra di rivendicazioni politico-territoriali inconciliabili con lo status quo miste ad un atteggiamento di chiusura vittimistica creò così le basi culturali per l'esplosione della guerra, nello scenario di crescente e irrimediabile declino socio-economico seguito alla crisi finanziaria che aveva investito la Jugoslavia sin dalla metà degli anni '80.

La tesi cerca di indagare la storia regionale del Kosovo nel tentativo di comprendere come essa si sia potuta trasformare in un serbatoio di torti ed espedienti su cui sedicenti intellettuali si sono basati per condurre un'operazione di esasperazione degli animi che avrebbe preparato il clima intellettuale nel quale Milošević e i suoi seguaci trionfarono. Segue una breve panoramica storica del fenomeno nazionalista che, così come spesso è accaduto ed accade, è stato utilizzato nella vicenda jugoslava come un efficace e versatile mezzo di controllo sociale. Un catalizzatore di passioni e un agente di mobilitazione politica così potente da sfuggire di mano perfino a chi credeva di poterlo brandire come uno strumento di ricatto nei confronti di quanti si rifiutavano di rinunciare a credere nella caratteristica saliente della Jugoslavia socialista e della Penisola balcanica tutta, la convivenza nella diversità.

Nella terza parte del lavoro, l'autore sfrutta la sua esperienza di operatore espatriato di una piccola organizzazione non governativa attiva in Kosovo presso la Municipalità di Pejë/Peć ed impegnata nella conduzione di programmi di rientro di IDPs (Internally Displaced Person) serbi nei loro villaggi d'origine per raccogliere le testimonianze di alcuni abitanti della zona, albanesi e serbi, attraverso una serie di interviste che cercano di ricostruire e sottoporre a verifica l'analisi dei fatti riportata in precedenza.

La tesi ambirebbe a rappresentare uno spunto di riflessione per quanti si ostinano a ritenere che la Jugoslavia non potesse che concludere la sua vicenda storica con l'infinita tragedia che i lettori di Osservatorio sui Balcani ben conoscono.

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