Grozny, Cecenia / copyright Shutterstock

Il conflitto russo-ceceno, una tragedia umanitaria trasformata dalla propaganda mediatica in guerra contro il terrorismo. Una tesi di laurea

10/01/2013 -  Ambra Ivaldi

l lavoro si articola in tre capitoli complementari, ognuno incentrato su un aspetto diverso della questione cecena, e si propone di far luce su alcune problematiche di uno dei conflitti più sanguinosi e dimenticati dell'epoca contemporanea. Analizzando in particolare la seconda guerra cecena, si vuole sottolineare come la propaganda messa in atto dagli apparati politico-militari russi abbia tentato di rifoggiare un conflitto che vedeva da un lato una nazione disperatamente determinata a mantenere a ogni costo la propria minacciata integrità psicologica e territoriale e dall'altro un popolo in lotta per la propria indipendenza, e lo abbia trasformato in una guerra fra civiltà e terrorismo. Non a caso la seconda campagna cecena è chiamata «operazione antiterrorismo» e cela dietro tale denominazione la complessità di un conflitto con radici storiche antiche e soprattutto il tentativo di legittimare i crimini commessi a danno della popolazione civile. Molti autori peraltro osservano come la seconda guerra cecena abbia rappresentato un capitale elettorale fondamentale per la vittoria di Putin alle presidenziali del 2000.

Il primo capitolo tenta di esplorare le origini storiche e culturali della resistenza cecena e documenta in particolare gli avvenimenti storici susseguitisi dagli anni Novanta ai giorni nostri. Sono così trattati i temi dell’organizzazione sociale del popolo ceceno e le differenze fra il sufismo, la versione dell’islam radicata in Cecenia, e il wahhabismo, la variante più integralista che ha trovato un terreno fertile nella Cecenia dilaniata dalla prima campagna russa. Si ripercorrono quindi gli eventi storici che hanno caratterizzato le due guerre sottolineando il crescente inasprimento della violenza perpetrata da ambo le parti.

Il secondo capitolo illustra la dimensione umanitaria del conflitto, con una particolare attenzione ai crimini commessi dall’esercito e dalla polizia russi a danno dei civili ceceni. Inoltre si affronta ampiamente il problema degli sfollati interni, per lo più dislocati nei campi della vicina Repubblica inguscia e costretti a rientrare in una Cecenia ancora ben lontana dalla stabilizzazione, nonostante le tanto pubblicizzate politiche di normalizzazione. Infine si introduce il tema delle altre vittime delle campagne cecene, ovvero i giornalisti e i membri delle organizzazioni umanitarie che, soprattutto durante la seconda guerra, hanno visto notevolmente ridotto il loro campo d’azione e hanno subito gravissime ritorsioni a causa del loro lavoro.

Il terzo capitolo è un’analisi in parte sperimentale dei linguaggi mediatici e politici utilizzati dalle autorità russe per ottenere e mantenere il consenso intorno al secondo conflitto. Emerge un ruolo preponderante dell’uso – da alcuni definito criminoso – della propaganda mediatica da parte di Vladimir Putin e del suo entourage che insiste sulla retorica del terrorismo e tende a fomentare istanze nazionaliste e xenofobe puntando sulla disinformazione, sulla demonizzazione del nemico e sulla paura. Agli occhi di una parte della popolazione questa combinazione di elementi comporta la legittimazione non solo dell’intervento militare, ma anche dei crimini commessi durante la guerra, ritenuti inevitabili in un conflitto, o, peggio, giusti in quanto contro i ceceni, descritti come banditi, terroristi, animali da annientare.


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