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Dalla Jugoslavia all'ex-Jugoslavia: una rassegna ita

Dalla Jugoslavia all'ex-Jugoslavia: una rassegna

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A partire dal 1991 i fatti accaduti in Jugoslavia hanno cambiato, drammaticamente, la storia dell'Europa. Riceviamo e volentieri pubblichiamo una rassegna sulla storia della Jugoslavia e dei terribili anni '90

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Di Beppe Cuoco

Gli accadimenti che sono avvenuti luogo oltre Adriatico, dall'anno 1991, hanno segnato - per molti aspetti - un vero e proprio punto di svolta in relazione ai tanti elementi delle dinamiche internazionali, considerati nella loro dimensione politica, sociale, giuridica, economica ed umanitaria.
Le certezze che si ritenevano provate dagli eventi storici del 1989, hanno dimostrato la propria debolezza e si sono presto infrante, lasciando la Comunità Internazionale del tutto impreparata a gestire quella che può si può definire come la crisi europea più drammatica dal termine del secondo conflitto mondiale.

A distanza di oltre un lustro dalla fine dell'ultimo conflitto in terra balcanica, quello Kossovaro , non ci si può d'altronde nemmeno illudere sul fatto che le questioni le quali hanno originato i conflitti, abbiano trovato stabile composizione, e conseguentemente sul fatto che rischi di nuovi focolai di tensione siano scongiurati.

Parlando di penisola balcanica, e più precisamente di quel territorio che fino al 1991 le nostre mappe chiamavano Jugoslavia, sarebbe troppo facile arrendersi all'utilizzo di semplificazioni (suggestive per definizione ancorché spesso ingannevoli) quali "una terra di nessuno tra l'Occidente e l'Oriente, una regione segnata da linee di frattura secolari, eterno focolaio di odi ancestrali che da sempre hanno diviso i suoi differenti gruppi etnici" .

Eppure questo modo di percepire i Balcani è così diffuso che nel linguaggio corrente è invalso addirittura il termine "balcanizzazione" inteso quale riduzione di una situazione al disordine perpetuo ; certo non si può negare come i tragici fatti che sono accaduti luogo in questa regione nel passato decennio abbiano rafforzato una siffatta visione, che fornisce una spiegazione autoevidente a problematiche che invece meriterebbero ben altro approfondimento.

Il divampare dei conflitti etnici nel vecchio blocco comunista dopo la fine della guerra fredda è stato attribuito al fatto che la pace di Versailles, (successiva alla prima guerra mondiale), avesse creato "stati artificiali", instabili e non rappresentativi delle popolazioni eterogenee che vivevano nei loro confini, e che questa instabilità - poi congelata dalle monolitiche dittature comuniste - avesse trovato la sua naturale (e cruenta) conclusione con la scomparsa della cortina di ferro. E il miglior simbolo del ragionamento non poteva essere che quella città dove "tutto " era cominciato il 28 Giugno del 1914 , quando un giovane estremista serbo - Gavrilo Princip - aveva colpito a morte l'erede al trono dell'impero Austro-Ungarico, Francesco Ferdinando, scatenando così la I guerra mondiale, e dove nella primavera del 1992 erano divampati la guerra più crudele e l'assedio più lungo che gli europei ricordassero dal 1945.

Seguendo questa logica ogni cosa diviene immediata e di facile comprensione, tutto segue fedelmente il tracciato della storia, e la ristrutturazione geopolitica della Regione balcanica ne è la naturale conseguenza.

Una tale valutazione è errata nella sua semplicità e per di più non è utile, poiché non considera i meccanismi complessi (storici politici e sociali) per cui un sistema è sorto, si è stabilizzato, è entrato in crisi e si è infine sfaldato: parlare di semplice "ritorno al passato" è un buon rifugio concettuale per coloro i quali quel passato forse non lo conoscono appieno.

La guerra jugoslava ha svegliato l'Europa dal comodo torpore seguito alla fine della guerra fredda, e si è trattato di un risveglio assai brusco: la crisi jugoslava ha infatti, per usare una terminologia sportiva, battuto una triste serie di record : per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale sono saltati i confini di una nazione europea, nonostante i principi di diritto internazionale sulla loro intangibilità; per la prima volta dalla sua istituzione la NATO ha condotto un'operazione militare di offesa, un Capo di Stato è stato arrestato per genocidio e crimini contro l'umanità, per la prima volta dopo l'era nazista le forze armate della Repubblica federale tedesca sono state inviate in missione all'estero. Ma vi sono altri terribili primati da registrare: sono quello di Srebrenica, una piccola città della Bosnia centrale che ha visto tutta la sua popolazione maschile (le stime si aggirano tra le 6000 e le 8000 persone) massacrata e inghiottita dalle fosse comuni; o quello di Sarajevo, il cui assedio - per durata - ha superato quello epico di Stalingrado : accadimenti che hanno svelato l'inesistenza politica dell'Europa.

Un altro aspetto da denunciare in questa sede riguarda la semplificazione dei conflitti balcanici operata dai nostri mass media e dalle nostre forze politiche: per molti anni l'opinione dominante ha considerato moderni e riformisti il nazionalismo sloveno e croato, contrapponendoli a un nazionalismo serbo di stampo nazional-comunista e oppressivo; ebbene, anche se non si vuole qui dividere col bilancino le responsabilità da attribuire (e non certo in eguale misura) ai vari attori balcanici , sarebbe interessante approfondire gli interessi internazionali che hanno speculato sulla tragedia jugoslava, e forse emergerebbero profili di responsabilità ben aldilà dei confini della vecchia federazione jugoslava .

* Con questo alvoro di ricerca Beppe Cuoco ha concluso il Master in Peacekeeping Management organizzato dall'Università di Torino

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