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Bosnia‐Erzegovina: una nuova sfida per la politica estera dell'Unione europea ita

Bosnia‐Erzegovina: una nuova sfida per la politica estera dell'Unione europea

Dobar dan - Sarajevo, Bosnia

L'instabilità politica in Bosnia Erzegovina può riportare alla guerra? Sembra altamente improbabile ma è certo che l'impasse bosniaca debba essere superata. Una tesi di laurea

Di Stefania Perna

Il fallimento dei recenti colloqui tra i rappresentanti dell'UE, degli USA e delle tre maggiori comunità etniche della Bosnia-Erzegovina, sta facendo riaffacciare i timori che l'instabilità politica presente in questo Paese, ancora vittima delle conseguenze della guerra degli anni'90, possa portare all'esplosione di una nuova spirale di violenza etnica. E' stato lo stesso Alto Rappresentante dell'Unione Europea per la Bosnia-Erzegovina, Valentin Inzko a definire "seria" l'attuale situazione del Paese balcanico.

In realtà sono diversi anni che la Bosnia brancola all'interno di una grave impasse politica dovuta all'impossibilità di trovare un accordo tra le tre diverse comunità etniche su questioni rilevanti, come la riforma costituzionale o la modifica di regolamenti che potrebbero aprirle le porte della NATO e dell'UE. Già lo scorso 26 marzo l'ex Alto Rappresentante dell'UE, Miroslav Lajčák, presentò anticipatamente le proprie dimissioni, denunciando a gran voce il poco interesse che la Comunità internazionale, ed in particolare Bruxelles e Washington, stava dedicando alla questione bosniaca. In effetti, negli ultimi anni eventi del calibro della guerra in Afghanistan o in Iraq, la questione del nucleare iraniano o i capricci della Corea del Nord, hanno spogliato la Bosnia-Erzegovina dell'attenzione che invece la sua situazione interna meriterebbe. Una circostanza particolarmente pericolosa, specie a fronte della recente dichiarazione d'indipendenza del Kosovo, che ha scosso gli equilibri regionali.

Dal 1995, anno della firma degli Accodi di Dayton, la Bosnia vive una realtà caratterizzata dalla coesistenza forzata di tre diverse comunità etniche, croata, serba e bosniaca, le quali, grazie all'assetto costituzionale definito all'interno degli Accordi, sembrano aver spostato la loro reciproca lotta dal piano militare a quello politico. L'obiettivo primario di Dayton è stato quello di porre fine al conflitto e di garantire a ciascuna di queste comunità un potere bilanciato che permettesse loro di amministrare autonomamente il territorio dello Stato, che a sua volta fu diviso secondo le linee etniche in due entità: la Repubblica Srpska e la Federazione di Bosnia-Erzegovina. Questa separazione amministrativa trova il suo riscontro concreto nel rispetto della IEBL (Inter-Entity Boundary Line), ovvero una linea di demarcazione che ha cristallizzato la posizione delle rispettive militanze alla fine del conflitto. In questa maniera le tre comunità sono rimaste divise, radicalizzandosi e alimentando allo stesso tempo formazioni politiche di tipo nazionalista.

In questo momento la Bosnia è in attesa di portare avanti il processo d'integrazione europea, il quale a sua volta si trova in un grave periodo di impasse non solo a causa dell'inattività dell'esecutivo di Sarajevo, ma anche per motivazioni interne all'Unione.

A Lajčák è succeduto Valentin Inzko che ora si trova a dover risolvere al più presto una serie di importanti questioni: portare avanti il processo di riforma interno e quello di adesione all'Unione, una sfida che non riguarda solo il futuro della Bosnia ma anche quello della politica estera dell'UE.

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