Paolo a Sarajevo, di fronte alla Vječna Vatra (Foto G. Porta)

All'alba del 23 agosto è morto nell'ospedale di Trieste Paolo Vittone, inviato della redazione esteri di Radio Popolare. Dal 1992 in poi aveva percorso tutta l'ex Jugoslavia, prima come sindacalista della CISL impegnato in azioni di solidarietà con i lavoratori di quei paesi, poi come giornalista. Il nostro ricordo

26/08/2009 -  Nicole Corritore

Di Paolo non potevi non notare tre cose, quando camminando ti si avvicinava. Il naso "alla Cyrano de Bergerac" su cui sempre ironizzava con fare giocoso, la sigaretta attaccata alla mano da sembrare un sesto dito, il sorriso sornione di chi ha da raccontare viaggi veri e immaginari.

Nella sua vita, spentasi lo scorso 23 agosto nell'ospedale di Trieste dopo una lunga malattia, Paolo Vittone ha viaggiato tanto, posso dire senza sosta e instancabilmente. Molti di quei "viaggi" in ex Jugoslavia li abbiamo fatti insieme. Ci incontrammo la prima volta a Milano ad un dibattito pubblico, in quel maledetto 1992 in cui paesi a pochi chilometri dall'Italia erano precipitati nel baratro della guerra.

Eravamo entrambi parte di quella massa di individui, gruppi, associazioni, coppie, famiglie, cordate di amici o vicini di casa, che si erano rifiutati di accettare passivamente le notizie presentate sui tiggì. Non ce l'avevamo più fatta a starcene seduti in poltrona, a guardare bambini dagli occhi sgranati, corpi dilaniati, donne senza più lacrime, buttati sullo schermo come fossero abitanti di un altro pianeta a noi lontano e sconosciuto. Ma quel pianeta era a poche centinaia di chilometri: là, oltre le belle spiagge della Dalmazia, dove fino all'anno prima ci eravamo rosolati al sole e rimpinzati di palačinke e čevapčići per una manciata di dinari jugoslavi.

Paolo Vittone era allora responsabile dell'ufficio internazionale della CISL di Milano, io semplice volontaria come tante e tanti altri che raccoglievano vestiti, cibo e fondi da inviare oltre Adriatico, offrivano accoglienza nelle proprie case a donne e uomini in fuga dalla guerra. Paolo era dunque sindacalista, ed è con il sindacato che iniziò ad immergersi totalmente in una battaglia che fu politica, oltre che umanitaria. Cominciò con le adozioni a distanza di lavoratori che nel 1992, in Croazia, avevano perso il lavoro. Era un caso, come lo chiamavamo, di "pulizia etnica in guanti bianchi". Quelle decine di licenziati erano accomunati da un singolare fatto: tutti avevano dichiarato nel censimento del 1991 - l'ultimo prima dello scoppio del conflitto - di essere tutt'altro fuorché croati. Tra loro c'era chi aveva scritto jugoslavo, chi serbo, chi ungherese, chi non compilò... Uno di loro, 25enne, ci raccontò ridendo di essersi dichiarato "buddista principiante", tanto gli sembrava assurdo dover definire la sua appartenenza "etno-religiosa".

Paolo in Montenegro nei giorni del referendum per l'indipendenza (Foto Luka Zanoni)

Da quella prima azione di solidarietà, sostenuta dalla CISL nazionale, ne seguirono altre e altre ancora anche grazie al sostegno logistico del Consorzio Italiano di Solidarietà che nei Balcani aveva aperto degli uffici. Soprattutto a Mostar, città che Paolo raccontò ai lavoratori della CISL attraverso brevi video girati nel 1994, a guerra in corso. Eravamo insieme anche allora e ricordo Paolo usare l'ironia in un particolare momento di tensione. Per concludere il lavoro dovevamo filmare una panoramica della città. Sui monti non ci si poteva addentrare, l'unica possibilità era arrampicarci sull'ultimo piano dello scheletro del Razvitak, un palazzone di tredici piani che dalla riva est del centro città dominava tutta la valle. Raggiunta la terrazza-tetto Paolo, ancora con il fiatone, si accese una sigaretta e sorridendo sentenziò: "Beh, se ora crolla ci risparmiamo i tredici piani a piedi per scendere!". Non crollò, ma venne abbattuto pochi anni dopo la fine del conflitto perché impossibile ristrutturarlo.

Un breve flashback di Paolo e di come ha vissuto la sua vita: riflettendo, tra dubbi e paure, ma con ironia e passione. Sbagliando anche e arrabbiandosi, ma sicuramente senza perdere la capacità di dare e darsi nella vita privata come nel lavoro. Andò in Kosovo, subito dopo i bombardamenti, per capire e informare gli ascoltatori di Radio Popolare. Andò a Srebrenica e realizzò un lungo lavoro audio con cui far parlare chi a Srebrenica cerca di ri-vivere, oggi. Continuò nel silenzio ad aiutare persone - oramai amici a doppio filo - bosniaci, croati, "buddisti principianti"... a ricostruirsi una vita nel dopoguerra.

Il 25 agosto 2008 Paolo Vittone concludeva il suo viaggio a piedi da Trieste a Bihać, da lui raccontato con brevi reportage sulle pagine del quotidiano Il Piccolo. Solo un anno dopo Trieste è la città che l'ha accompagnato all'ultima tappa. E' stato Paolo a scegliere Trieste, o forse - chissà - Trieste ha scelto lui. La chiusura dell'ultimo reportage risponde molto meglio di tante altre parole. Ci spiega che il legame di Paolo nato nel 1992 con la gente e la terra che da Trieste si apre verso oriente - in un orizzonte infinito di intrecci e meticciati - sopravviverà alla sua scomparsa. Buon viaggio, Paolo.

"C'è la scommessa vinta con me stesso di non cercare record o prestazioni fisiche ma di viaggiare, camminare e riprendermi il tempo presente, e per quel che posso il mio corpo. Rimbalzo avanti e indietro lungo il percorso fatto, mentre l'auto divora la strada, mi trascina via. I ragazzini ricominciano a sbraitare, ma ormai siamo già quasi arrivati a Trieste. E lì sotto, la vedo, sfavillante di sole ... Torno davanti al mare, a godermi a grandi sorsi il suo profumo. Le terre che ho visto le ricordo quando erano scannate dalla guerra, quando tutti ne reclamavano il possesso, cercando deliranti giustificazioni storiche, usando la lingua pura come una clava. Vukovar, Sarajevo, Mostar, Bihać, Tuzla, Knin. In molti hanno voluto possederle, purificarle, disegnarne l'identità, vietargli sogni e desideri. Ascolto intorno a me le parole in dialetto triestino, in sloveno, in croato. Sono ancora dentro il senso profondo della mescolanza. Resto impigliato con lo sguardo nel magnetismo del filo dell'orizzonte marino. E mi accorgo di aver capito che quando si ama un luogo, così come quando si ama una persona, non ci si chiede come possederlo, come controllarlo, ma piuttosto come appartenergli." Dentro gli occhi tutto un viaggio che è già finito, Il Piccolo, 25 agosto 2008

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