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La barriera linguistica rappresenta un forte ostacolo all'integrazione delle donne balcaniche in Trentino. Un'analisi della situazione e una panoramica delle iniziative nel territorio provinciale

17/12/2009 -  Gilda Lyghounis Trento

Raftjma (la chiameremo così), macedone di etnia albanese, è in fila davanti alla sua classe, una quinta elementare di Trento. Dietro la porta chiusa, le maestre danno udienza ai genitori. Raftjma ha 10 anni, ma - unica della classe - sorpasserà quella porta "proibita" insieme alla mamma che, nonostante abiti da tre anni in Trentino, non sa una parola d'italiano. La figlia, insomma, che come tutti i bambini impara in fretta le lingue, traduce ogni volta alla madre quello che le insegnanti hanno da dire sul suo rendimento: voti, giudizi, consigli per migliorare. "Un'abitudine che le maestre non dovrebbero tollerare, o almeno potrebbero segnalare al dirigente d'Istituto il bisogno di una mediatrice linguistica" commenta Adriano Tomasi del Dipartimento Istruzione della Provincia Autonoma di Trento. "È umano che Raftjma 'edulcori' alla madre eventuali appunti negativi degli insegnanti. Ma è educativo mettere una bambina nelle condizioni di mentire ai genitori?"

In realtà Raftjma è brava a scuola, ma la sua condizione di interprete simultanea della madre non è certo limitata al pianeta scuola. Lo stesso succede dal pediatra, al supermercato, in farmacia. E quando Raftjma è in classe, sopperisce la sorella minore che va ancora all'asilo e ha orari più corti. La signora macedone, insomma, che fa la casalinga, al di fuori della famiglia è una donna muta, invisibile, avvolta nel suo foulard. Ma come lei ce ne sono moltissime, fra le strade delle città o dei paesini della provincia. Ce lo conferma una scheda informativa, relativa proprio alla comunità macedone, del Cinformi ("Centro informativo per l'immigrazione", unità operativa del Servizio per le politiche sociali e abitative della Provincia Autonoma di Trento).

Il Cinformi facilita l'accesso dei cittadini stranieri ai servizi pubblici e offre informazioni e consulenza sulle modalità di ingresso e soggiorno in Italia, nonchè supporto linguistico e culturale. A scegliere il Trentino sono soprattutto gli albanesi della Macedonia, la cui presenza si annota già dopo gli anni 90' come lavoratori nelle cave di porfido nella zona della Bassa Valsugana. La crescita annuale, intorno al 7%, è dovuta soprattutto agli ingressi per lavoro e, negli ultimi anni anche ai ricongiungimenti familiari che ha determinato l'aumento della presenza delle donne fino a riequilibrare quasi quella degli uomini. Dopo il conflitto armato che ha segnato la Macedonia nel 2001 si sono registrati alcuni casi in cui i macedoni hanno chiesto asilo politico in Trentino. Gli immigrati macedoni sono concentrati nelle Valli dell'Adige, Alta Valsugana e Giudicarie, dove svolgono lavori nell'ambito delle costruzioni, nelle cave di porfido e nel commercio. Negli stessi settori si affermano anche come imprenditori.

Solo un quarto delle donne macedoni lavora, in particolare nella ristorazione, negli alberghi o nelle pulizie. Il resto si occupa della casa e, non parlando la lingua italiana, difficilmente si integra nella comunità locale. A fare da interprete nei rapporti con i vari servizi sul territorio, o al supermercato, sono, i figli, in media 2 o 3 per famiglia, che frequentando la scuola apprendono molto più in fretta la lingua italiana. Lo conferma Michela Bonvecchio, mediatrice linguistica esterna in una scuola: "Succede, succede che i figli facciano da interprete: non tutte le elementari ricorrono alla mediazione linguistica". Anche perché pesa sui bilanci dell'Istituto...E a nulla serve indicare alla mamma di Raftjma, come a tante altre, il volantino "Corsi d'italiano per stranieri" che troneggia orgoglioso e colorato proprio all'uscita della scuola elementare della figlia.
Il volantino del corso misto EDA (Educazione degli Adulti, ente della Provincia) è scritto solo in italiano, e vanta fra le caratteristiche "facilitanti" la gratuità e l'orario serale delle lezioni. Ottimo per i lavoratori, certo.

"Ma molte di queste donne non uscirebbero mai di sera per frequentare un corso!" commenta Mara Tognetti, docente di Politiche dell'Immigrazione alla facoltà di Sociologia dell'università di Milano Bicocca. "Chi le accompagna? E nelle zone più isolate, per esempio nelle zone rurali, ci sono autobus con orari adatti? E poi, non si può generalizzare fra etnia ed etnia. Per le donne originarie del Pakistan, ad esempio, per motivi religiosi e culturali è impensabile uscire senza il permesso del marito. Per quelle arrivate in Italia dai Balcani, invece, ognuna fa caso a sé: ci sono gruppi di donne acculturate come in genere le rumene, spesso con già una laurea o un diploma in tasca dal paese di origine. Le albanesi (quelle dell'Albania come dal Kosovo o dalla Macedonia appunto), che a volte hanno vissuto per anni nei loro Paesi in sacche di isolamento fra le montagne, invece, sovente sono semianalfabete: figuriamoci accostarci a un corso d'italiano!
Insomma, le variabili in gioco sono molte: tutto dipende dal luogo e dal ceto sociale d'origine, ma anche da quello d'arrivo. Anche in Trentino ci sono da un lato centri con grande offerta formativa e d'accoglienza, come il popoloso sobborgo di Gardolo a Trento, con alto tasso d'immigrazione, e dall'altro piccoli agglomerati di cascine, dove le donne immigrate, se non sono casalinghe, al massimo lavorano nelle campagne senza proferire una parola!"

Che fare allora per fare uscire queste donne dall'invisibilità? "Dovrebbero ovviamente organizzare corsi di mattina" continua Tognetti. "Ma non basta: bisogna entrare in contatto con queste donne e le loro famiglie. Rompere il muro del silenzio che le racchiude: in Lombardia, per esempio, in una scuola hanno organizzato una ludoteca dove erano messe a disposizione delle macchine da cucire. In questo modo, le madri si sentivano 'autorizzate' ad andare a cucire per i figli, e intanto, oltre a frequentarsi fra immigrate di diverse nazionalità e socializzare, imparavano delle basi di italiano grazie ad una mediatrice linguistica messa a disposizione della scuola che si era sensibilizzata al problema".

E in Trentino? "Anche a Gardolo, in Oltrefersina e in via Solteri, il Comune di Trento ha aperto corsi per sole donne al mattino, con tanto di servizio di baby-sitting per le donne immigrate con figli piccolissimi!" spiega con orgoglio Adriano Tomasi, che per dieci anni ha fatto esperienza sul campo come responsabile dell'Istituto di Pergine 1. "A Pergine erano stati i servizi sociali a segnalarci le famiglie in difficoltà per motivi economici o sanitari, e spesso saltava fuori il problema di una donna chiusa in casa tutto il giorno sola con i figli. Già nel 2003-2004 abbiamo attivato corsi d'italiano permettendo loro di portarsi i piccoli in aula. Qui in Provincia siamo sensibili alle problematiche dei Balcani: non dimentichiamo che ai tempi dell'Impero austro-ungarico il potere dell'imperatore andava da Trento a Sarajevo!"

Ma torniamo a Gardolo. "Dal 2004 ad oggi abbiamo avviato un corso d'italiano per immigrate il martedì mattina, condotto da 6 insegnanti volontarie in pensione, con tanto di servizio di baby-sitting gestito da 4 volontarie" racconta Domingo Garberoglio, promotore dell'iniziativa. "Abbiamo avuto in 5 anni 33 donne provenienti dai Balcani (9 albanesi, 1 bosniaca, 1 croata, 6 kosovare, 7 macedoni, 7 rumene, 2 bulgare su un totale di 147 signore, in prevalenza marocchine). Il tutto nella Biblioteca pubblica". Ma come avviene il contatto per convincere le donne a frequentare il corso? "Tramite le maestre all'asilo e alle elementari"continua Garberoglio. "Spesso con il consenso dei padri, perché in alcune comunità sono loro a tenere i contatti con la scuola dei figli. E convincerli dell'importanza che la loro signora sappia spiegare, ad esempio, al pediatria un disturbo improvviso del figlio o sappia fare la spesa da sola è una grande risorsa. Anche se ci è capitato che alcune donne, in particolare di etnia albanese, frequentino il nostro corso...di nascosto dai mariti".

Nelle valli, invece, il rischio di isolamento è più forte. Ma l'offerta formativa non manca. Ci sono corsi misti organizzati dall'Eda (Educazione degli Adulti, sempre della Provincia Autonoma): e non mancano le iscritte provenienti dai Balcani. A Roveré della Luna c'è una sola signora macedone, alfabetizzata in lingua madre. A Tione troviamo due donne macedoni, 2 rumene, 1 bosniaca. A Pinzolo 2 macedoni. Nel centro Eda di Val di Cembra sono molte le donne, tutte macedoni (mogli e madri di lavoratori nelle cave di porfido) tranne una albanese: a Fornace 7, a Cembra 6, a Segonzano 1. Tra loro 4 scrivono solo in stampatello lentamente, copiando dalle compagne e facendosi aiutare dai figli nei compiti a casa. Poi c'è il vasto modo del volontariato: a Gardolo l'associazione "La luna a dondolo", con attività artistiche e di alfabetizzazione; a Trento il "Gioco degli Specchi", con corsi al sabato mattina. Tutto riservato alle donne.

Le opportunità insomma non mancano. Ma come convincere la mamma di Raftjma ad usarle? "Sensibilizzando le maestre, oppure i consultori familiari che ci raccontano delle difficoltà di molte donne a comunicare in italiano. Andare casa per casa, invece, senza essere invitati, spesso è controproducente: si è guardati con diffidenza" dice Tomasi. Forse anche un volantino multilingue aiuterebbe. "Noi a Gardolo da quest'anno lo facciamo in russo, inglese, francese, hurdu, arabo e spagnolo" dice Garberoglio. Perché non anche in serbo-croato?


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