Oleg Panfilov, direttore del Centro per il Giornalismo in Situazioni Estreme, ha raccontato a Osservatorio Balcani e Caucaso qual è la situazione in cui lavorano giornalisti e media nell'area caucasica, e cosa si può fare per migliorarla

27/02/2009 -  Giorgio Comai Mosca

Il Centro per il Giornalismo in Situazioni Estreme (Cjes) ha la propria sede al quarto piano di un grande palazzo su una delle vie più trafficate di Mosca. Il Centro si occupa di monitorare la situazione dei giornalisti nello spazio post-sovietico, con particolare attenzione alle aree che sono state attraversate da conflitti negli anni successivi al crollo dell'Urss, e di fornire assistenza a giornalisti che subiscono violenze o sono perseguiti dallo stato. Il Caucaso nel suo complesso rimane quindi una delle aree seguite con più attenzione.

Oleg Panfilov, in quale situazione si trovano a lavorare i giornalisti attualmente nel Caucaso Settentrionale?

È difficile trovare veri giornalisti nel Caucaso settentrionale. La maggior parte dei giornalisti attivi nella regione lavora per giornali controllati dallo stato o dalle autorità locali; queste sono persone che scrivono, ma non sono certo giornalisti, non sono obiettivi. Ci sono esempi di giornali di opposizione, ma il fatto che siano di opposizione non li rende certo più obiettivi.

In quest'area sono comunque attivi molti giornalisti, che lavorano per testate differenti...

Abbiamo tentato di costituire una rete di giornalisti del Caucaso settentrionale, fatta di persone che condividessero i nostri principi, ma non ci è stato possibile. Delle poche persone che avevamo trovato, alcune sono emigrate, altre hanno smesso di lavorare come giornalisti perché in seguito alla loro attività professionale erano stati oggetto di indagini ed erano stati portati a processo.
Chi lavora per giornali di stato non sente il bisogno di un'organizzazione come la nostra che parla di libertà, ed avrebbe paura ad entrare a farne parte.

Quale ritiene possa essere la via di uscita da questa situazione?

Penso che l'unica soluzione siano programmi di formazione. Sono piuttosto scettico rispetto al modo in cui venivano investiti fondi nel periodo direttamente successivo al crollo dell'Unione Sovietica per costituire nuovi giornali o altri progetti di questo tipo.

Si riferisce a fondi provenienti dall'estero?

Sì. Non basta schioccare le dita e stampare un giornale per avere media liberi. Bisogna prima preparare persone che siano libere nella propria mente. Non appena ho iniziato a lavorare nelle università, ho capito che il problema principale è nella testa dei giornalisti. Educare giornalisti che hanno studiato ai tempi dell'Unione Sovietica è impossibile. Per questo ancora 10 anni fa abbiamo deciso di non lavorare con persone con più di 35 anni, perché hanno ancora l'Unione Sovietica in testa, ed è difficile parlare con loro di libertà. Mi sembra che l'unica possibilità sia rappresentata da corsi aggiuntivi nelle università, perché adesso si studia ancora secondo programmi sovietici.

Lei ritiene che le università possano essere disponibili a sviluppare corsi di questo tipo, anche con il supporto di organizzazioni esterne come la vostra?

Sì, sono disponibili. Si trovano a lavorare in forte carenza di risorse, e anche per questo sono disponibili ad accettare qualsiasi aiuto. E comunque noi non offriamo un programma da dissidenti, non ci occupiamo di politica. Noi, ad esempio, proporremmo la presenza di famosi giornalisti per condurre lezioni magistrali. Conosco università che sarebbero disposte a collaborazioni di questo tipo, anche in Daghestan, in Ossezia del Nord o in Cecenia.

Per quanto riguarda la formazione, qual è invece la situazione nel Caucaso meridionale?

Anche nel Caucaso meridionale c'è lo stesso tipo di problema. In Georgia un po' alla volta le cose hanno cominciato a cambiare. In Georgia c'è già un'università americana che offre un master in giornalismo. E adesso stiamo per aprire in un'altra università, la Čavčavadze, un master di giornalismo. In Georgia c'è un'atmosfera politica piuttosto buona, per quanto riguarda l'apertura di questo tipo di scuole.

Che ne è del vostro progetto Pankisi.info, un portale di informazione ed analisi in lingua russa sulla Georgia, che dava spazio sia ad autori russi che ad autori georgiani?

In questo periodo stiamo riorganizzando la struttura, ma il progetto rimane attivo, e presto sarà online con un nuovo nome. Fino ad ora era un progetto solo russo-georgiano, ora vogliamo che diventi un portale sulla Georgia dove trovano spazio voci dalla Georgia, dalla Russia, ma anche dagli altri paesi della regione, o dall'Europa. Continuerà ad essere attivo anche il nostro servizio di monitoring della stampa, dove si trovano articoli di giornali russi e georgiani. Certo, spesso gli articoli sono di parte, ma sono convinto che un lettore intelligente sia in grado di distinguere informazioni dalla propaganda.

Ma rimarrà un progetto in lingua russa?

Sì, ci teniamo che rimanga un progetto in lingua russa. In questo modo, chi capisce il russo può almeno cercare di capire quale è davvero la situazione in Georgia. In Russia persiste una campagna di propaganda informativa contro questo paese.

Qual è invece la situazione dei media all'interno di Ossezia del Sud e Abkhazia? Vi sono dei media indipendenti?

In Ossezia del Sud non ci sono affatto media liberi... c'era una piccola radio, ma mi sembra che dopo il conflitto non abbia mai ripreso le trasmissioni. La situazione è più interessante in Abkhazia. Proprio qualche giorno fa, il direttore di un giornale, Čegemskaja Pravda, ha subito delle forti pressioni da parte delle autorità, e l'evento ha avuto ampia risonanza. In Abkhazia c'è anche una televisione che non dipende dal budget statale, Abaza Tv, e quindi è formalmente indipendente. In realtà, è controllata dall'opposizione. Quindi in Abkhazia c'è un canale pubblico che fa propaganda, ed un canale dell'opposizione che dice tutto al contrario, fa contro-propaganda.

Il vostro centro monitora le violenze subite dai giornalisti, le difficoltà anche legali che incontrano, e le rende pubbliche con comunicati quotidiani e bollettini settimanali. Ritiene che questo aiuti a migliorare la situazione in cui lavorano i giornalisti nella regione?

Penso che sia importante rendere note le vessazioni che subiscono i giornalisti da parte dello stato, ma non solo. Sappiamo che molte organizzazioni internazionali che si occupano di libertà di stampa, tra cui Cpj e Reporters sans frontières, consultano i nostri bollettini per avere informazioni aggiornate sull'area di nostra competenza. Sono importanti anche le manifestazioni di sostegno della libertà di stampa. Certo, colpisce sempre che manifestazioni per la libertà di stampa in Russia raccolgano più partecipanti a Parigi che a Mosca. Ma questa è la mentalità che c'è qui.
In ogni caso, sono convinto che sia importante dare visibilità alle difficoltà che incontrano i giornalisti. Chi è al potere legge i comunicati rilasciati dalle organizzazioni internazionali, ed in qualche misura deve tenerne conto.

Fornite anche supporto diretto a giornalisti in difficoltà?

Sì, in alcuni casi forniamo supporto giuridico a giornalisti che sono stati portati a processo per la loro attività lavorativa. Lo facciamo anche se in alcuni casi non condividiamo le idee o i metodi di lavoro di queste persone, perché pensiamo che un giornalista non debba scrivere con il timore di finire in carcere.


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