Il carcere speciale delle Nazioni Unite a Scheveningen ospita tutti i detenuti ex jugoslavi in attesa di giudizio all'Aja. Tra di loro c'è ora anche il croato Ante Gotovina, accusato per i crimini commessi durante l'operazione Tempesta ma considerato un eroe da molti suoi connazionali

26/06/2008 -  Azra Nuhefendić Trieste

"Un Club Mediterranée sul Mare del Nord...(1)", così l'ex Procuratore Capo del Tribunale dell'Aia, Carla del Ponte, descrive il carcere di Scheveningen.

La compagnia della prigione è composta da rappresentanti di quasi tutti i popoli della ex Jugoslavia. A parte la provenienza, i detenuti di Scheveningen hanno varie cose in comune. Il male, ad esempio.

Memore di quello che avevano fatto durante la guerra in ex Jugoslavia, mi immaginavo che questi carcerati speciali si picchiassero tra di loro, si tagliassero la gola, si torturassero, si violentassero, si cavassero gli occhi, insomma che ci facessero tutto quello che incoraggiavano e istigavano gli altri a fare.

Niente affatto. Tra di loro, dicono, regna un'atmosfera molto civile. Mantengono le amicizie, si rispettano e si chiamano con i titoli "presidente", "generale", "ministro", "professore".

Da tre anni il Club se lo gode anche il generale croato Ante Gotovina, accusato per crimini di guerra e crimini contro l'umanità compiuti durante l'operazione Tempesta (così fu chiamata la vasta operazione militare condotta in Croazia nel 1995).

Nel 2003 il nome di Ante Gotovina è apparso, insieme a infami altri latitanti, criminali di guerra, Radovan Karadzic e Ratko Mladic, nella Risoluzione numero 1503 delle Nazioni Unite.

Le rare indiscrezioni che arrivano dal carcere dell'Aja indicano che il generale Gotovina si distingue tra i compagni detenuti per essere un ottimo cuoco (specialità pesce). Poi, pare, dipinge anche. Non ci sono conferme ufficiali di queste curiosità.

Si sa però con certezza che tra il generale Gotovina e Slobodan Milosevic, il "boia dei Balcani" (cosi la stampa occidentale chiamava regolarmente l'ex presidente serbo) c'era qualcosa di più di una semplice cortesia. Quando è morto Milosevic, il generale Gotovina ha pubblicato su un quotidiano belgradese le sue condoglianze alla famiglia del "boia".

Manifesti inneggianti a Gotovina

Bello, alto, seducente nella sua uniforme militare, con gli occhi azzurri pungenti, la reputazione di un Don Giovanni, il generale Ante Gotovina, ahimé, possedeva tutti gli ingredienti per spezzare i cuori. E il generale spezzava davvero. Ma a quanto pare non solo i cuori.

Davanti al Tribunale dell'Aja proprio in questi giorni va in scena il suo processo. L'accusa sostiene che il generale Ante Gotovina sapeva, o aveva modo di sapere, che suoi subordinati stavano per commettere, o avevano commesso, crimini come la persecuzione politica, razziale e religiosa; la deportazione; il trasferimento forzato; il saccheggio di proprietà pubblica e private; la distruzione di cittadine e villaggi non giustificata da necessità militari; l'omicidio; atti disumani e trattamenti crudeli.

Durante l'operazione Tempesta, in soli tre giorni l'esercito croato ha recuperato il 25 per cento del territorio che per quattro anni era stato sotto il controllo dei ribelli serbi della Krajina.

Alla vigila della Tempesta, l'ex presidente croato Franjo Tudjman ha istruito i propri vertici politico-militari in questo modo: "Dobbiamo colpire i serbi (della Krajina) in modo tale che praticamente scompaiano (2)".

Le sue parole si sono avverate.

Nella Tempesta quasi tutti i serbi della Krajina, circa 200.000, sono fuggiti. Presi dal panico, i serbi lasciavano tutto. Scappavano cercando soltanto di salvare la vita. Tanti hanno perso anche quella. L'esercito croato bombardava le colonne dei profughi lunghe decine di chilometri. I serbi fuggivano ammassati nei trattori, su carri trainati da animali, e alla fine arrivavano anche quelli che scappavano a piedi.

"La più efficace pulizia etnica compiuta nei Balcani", così il Rappresentante speciale dell'Unione Europea per l'ex Jugoslavia, Carl Bilt, ha definito la Tempesta.

Pochi serbi della Krajina, di solito vecchi, che erano rimasti pensando "non ho fatto male a nessuno", sono stati uccisi, massacrati, dati alle fiamme. Il giornalista olandese Edmond Vanderostjan ha testimoniato che "tra le città di Gospic e Gracac tutta la zona serba era stata incendiata, ogni casa, ogni edificio, ogni stalla, il bestiame, tutto bruciava... Il saccheggio fu organizzato e la partecipazione era di massa".

Nell'agosto del '95 hanno interpellato il generale Ante Gotovina chiedendogli di fermare le uccisioni e il saccheggio, ed egli "ha minacciato di uccidere il portavoce della missione UNCRO, Aluna Roberts (3)".

Il saccheggio è continuato per mesi dopo la Tempesta. Di questo scrive Giacomo Scotti, giornalista e scrittore. Il titolo del suo libro parla da sé: "Croazia, operazione Tempesta: la liberazione della Krajina ed il genocidio del popolo serbo", (Gamberetti, 1996).

Il generale Gotovina uscì dalla Tempesta nella veste di eroe nazionale: gli dedicavano canzoni, su di lui venivano scritti libri, fiorivano i club dei suoi tifosi. Nessuno poteva resistergli. Neanche il Papa Giovanni Paolo II, che lo benedì durante la sua visita in Croazia.

La celebrità, il generale Gotovina, non l'ha ottenuta all'improvviso, da un giorno all'altro, come quando si diventa ricchi vincendo la lotteria. Prima di diventare la leggenda nazionale, il generale Gotovina ha fatto una lunga carriera. Ma ben poco eroica.

A diciotto anni si è unito alla Legione Straniera francese. Dopo ha fatto l'istruttore a vari gruppi paramilitari di destra, tra l'Africa e il Sud America. In Francia, invece, faceva lavori più delicati: rubava gioielli, si occupava di estorsione, rapine, sequestro e detenzione illegale di persone.

In Croazia è tornato soltanto nel 1991, ma giusto in tempo per fare una rapida carriera militare. In due anni da caporale è diventato generale dell'esercito croato.

Quando il Tribunale dell'Aja rese pubblica l'accusa contro il generale Gotovina, tanti croati l'hanno presa come un insulto personale: ci sono state dimostrazioni, proteste, minacce alla comunità internazionale. Quando Gotovina fuggì, perché non se la sentiva di affrontare il Tribunale, molti sostenevano la sua latitanza; addirittura le suore di Medjugorje si sono impegnate per raccogliere un po' di denaro per il fuggiasco generale Gotovina.

"Da dove proviene questa diabolica complicità con il male, questa infernale identificazione con i criminali, questa difesa del proprio popolo sostenendo il male", si chiedeva il noto scrittore serbo Radomir Konstantinovic, riferendosi ai numerosi criminali di guerra considerati eroi in Serbia (Arkan, Vojislav Seselj, Ratko Mladic, Radovan Karadzic, Goran Hadzic etc).

Ma questa patologia è abbastanza diffusa. L'infame comandante dell'esercito bosniaco Musan Topalovic Caco, colpevole per le uccisioni dei serbi di Sarajevo, e non solo dei serbi, durante la guerra, fu sepolto da eroe, malgrado prima di morire avesse ucciso una ventina di giovani poliziotti mandati ad arrestarlo!

Come è possibile che persone comuni e buone, quelli che normalmente sono disgustati dal crimine, cambino a tal punto da accettarlo, da consentire che il crimine venga commesso anche nel loro nome?

C'è solo una spiegazione: il nazionalismo, spesso considerato il cancro di una nazione.

Nella Stanford Encyclopedia of Philosophy è scritto che "il nazionalismo fu a lungo tempo ignorato... Si considerava un relitto dei tempi passati. Recentemente è tornato ad essere al centro dei dibattiti, in parte come conseguenza degli spettacolari e violenti conflitti nazionalistici in Jugoslavia e Ruanda".

Per i nazionalisti il processo a uno "nostro", a un membro del nostro popolo, è il processo all'intera nazione. Da questo ragionamento si evince che nel nome del nostro popolo, o della nostra patria, tutto è consentito: uccidere, espellere, rubare, fare la pulizia etnica, violentare.

Il caso più esplicito di questo tipo di ragionamento sono le parole del generale serbo Ratko Mladic: dopo aver svuotato e distrutto Srebrenica, dopo averne sterminato gli abitanti musulmani, ha dichiarato di "regalare la città al popolo serbo".

Questo particolare distorto della coscienza nazionale è stato colto anche dai paramilitari serbi del gruppo degli Skorpioni. Sono quelli che si sono filmati mentre uccidevano i bosniaci di Srebrenica. Alla domanda perché si fossero filmati, uno di loro ha detto: "Perché eravamo sicuri che dopo la guerra saremo diventati eroi"(4).

(1) Carla del Ponte, "La caccia: io e i criminali di guerra", p.322
(2) Trascrizioni della seduta dei vertici politici e militari della Croazia tenutasi a Brioni il 31 luglio 1995
(3) Testimonianza davanti al tribunale dell'Aja del comandante delle Nazioni Unite, Settore Sud, generale Alen Foran
(4) Zivko Kosanovic, membro degli Skorpioni, (Dani, 17.06.2005)


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