Le possibili conseguenze della scomparsa di Milosevic sull'azione del Tribunale Penale Internazionale dell'Aja e sull'arresto dei criminali ancora latitanti. In Serbia, il blocco di potere su cui si fondava la dittatura scompare con la fine del dittatore?

13/03/2006 -  Andrea Rossini

Ora è davvero gotov, finito, come annunciavano gli oppositori di Otpor nelle frenetiche settimane a ridosso del 5 ottobre 2000, data della sollevazione popolare che ha segnato la sua fine politica. Mentre infuria la polemica sulle cause della morte - ucciso dal Tribunale dell'Aja secondo i familiari, mentre la procuratrice capo Del Ponte non ha escluso l'ipotesi del suicidio - si ragiona sulle possibili conseguenze di questa morte. Lui è finito, ma è davvero finita? Il 2006, con gli appuntamenti decisivi del referendum in Montenegro e dei negoziati sullo status del Kosovo, vedrà davvero l'avvalorarsi del proclama-auspicio di inizio anno di Barroso, e in generale della comunità internazionale, secondo cui questo sarà "l'anno decisivo per i Balcani"? Per la Serbia, fanalino di coda nel percorso di integrazione europea dei Balcani occidentali, questa scomparsa rappresenterà una scorciatoia verso Bruxelles, oppure la questione dei crimini di guerra resterà ancora un ostacolo insormontabile?

Milosevic non era un nazionalista, era un dittatore. Ha conquistato il potere, lo ha conservato e rafforzato attraverso l'eliminazione fisica degli avversari (il suo mentore, Ivan Stambolic, era stato il primo a "sparire") e il controllo di tutti i gangli della vita politica e amministrativa oltre che dei mezzi di informazione. Il nazionalismo ha certamente rappresentato una tessera importante di questo percorso, a cominciare dal famoso discorso - "Nessuno vi toccherà più..." - tenuto nel 1987 ai serbi del Kosovo, che in queste ore viene ricordato nei commenti della stampa di tutto il mondo. Quel discorso, tenuto a Pristina da un esitante funzionario di partito, immortalato nel famoso documentario "Jugoslavia, morte di una nazione", è stato una tappa fondamentale nell'ascesa dell'astro Milosevic. Eppure, la sola lente del nazionalismo non riesce a spiegare quanto è avvenuto nei dieci tragici anni della dissoluzione della Jugoslavia, quelli del potere Milosevic, e non aiuta a comprendere lo scenario che si apre oggi, dopo la morte dell'ex presidente.

Con la fondazione, nel 1990, del Partito Socialista Serbo, Milosevic si era messo a capo di un'alleanza in cui trovavano spazio, oltre ai nazionalisti, ex comunisti e funzionari dello Stato, l'esercito, la chiesa ortodossa, gli intellettuali (l'Accademia delle Scienze). Era questo il blocco politico e sociale che rappresentava la base del potere di Milosevic. Il nazionalismo era un'opzione, utile per chiamare il popolo a raccolta e mantenere la costante minaccia del nemico esterno, ma non rappresentava la direttrice principale né la principale matrice ideologica della dittatura. In Serbia le minoranze non sono mai state fatte oggetto di attacchi sistematici da parte del potere. La Vojvodina (nonostante la cancellazione dello statuto di autonomia) resta ancora oggi una delle poche regioni multietniche dello spazio ex jugoslavo, e i musulmani del Sangiaccato non sono mai stati attaccati. Obiettivo principale di quel blocco politico e sociale era semplicemente la conservazione del potere, in un contesto che molto semplicemente non ne prevedeva la cessione, neppure in caso di perdita delle elezioni come nel 1996 (nonostante la lunga battaglia della coalizione Zajedno) o nel 2000 (senza la rivolta popolare e l'assalto al parlamento, ci sarebbe molto probabilmente ancora lui). Laddove tuttavia le questioni nazionali potevano essere utilmente agitate, come ad esempio in Kosovo o contro le repubbliche secessioniste, anche queste entravano in agenda.

Se il problema fosse semplicemente il nazionalismo non si riesce a comprendere perché, oggi, con un governo e un presidente "democratici", la Serbia continui a muoversi tra improvvise partenze, accelerazioni e brusche frenate. La domanda è se il blocco su cui Milosevic fondava il proprio potere, a prescindere dal nazionalismo e dai nazionalisti, sia ancora vitale. La paradossale vicenda della persistente latitanza di Mladic sembra confermare, ad esempio, che il potere politico (civile) non abbia ancora stabilito definitivamente il controllo su quello militare, e in particolare sui servizi segreti. Ieri, il terzo anniversario dell'omicidio Djindjic era il macabro anniversario che ricordava la persistente influenza del potere criminale nel paese.

Sembra dunque poco probabile che la morte di Slobo possa proiettare degli effetti di qualche rilievo a Belgrado e le prime dichiarazioni, a parte le condoglianze di rito, sembrano confermare questa ipotesi. L'effetto principale potrebbe però riguardare il lavoro di elaborazione su quanto avvenuto in questi anni nella regione e, in particolare, l'opera limitata ma importante svolta sotto questo profilo dalla giustizia internazionale.

All'Aja, la prima ovvia conseguenza della morte di Milosevic è che il processo è finito, il processo resterà senza verdetto. Oltre a vanificare anni di dibattimenti e di lavoro d'indagine, il modo in cui il processo è bruscamente terminato potrebbe però produrre conseguenze anche più rilevanti. I giudici, solo poche settimane fa, avevano respinto la richiesta dell'imputato di poter essere trasferito in Russia per essere curato, nonostante le assicurazioni sulla custodia e la riconsegna del prigioniero fatte avere dalle autorità russe al Tribunale Internazionale attraverso i canali diplomatici. In attesa che vengano resi noti i risultati dell'autopsia, l'intera vicenda resta un rompicapo. Milosevic, all'Aja, aveva accesso a tutte le cure. La Corte aveva permesso l'interruzione del processo decine di volte proprio per i problemi di salute dell'imputato. Recentemente era stato disposto che i medici dell'Istituto Bakunin di Mosca avrebbero potuto recarsi all'Aja per le cure che Milosevic avrebbe voluto seguire in Russia. A soli 13 giorni dal suicidio di Milan Babic, però, la morte in cella dell'imputato più eccellente del Tribunale, malato, rappresenta una potenziale perdita di legittimità dell'istanza giudiziaria internazionale di fronte all'opinione pubblica internazionale e in particolare serba. Ieri la procuratrice capo dell'Aja, Carla del Ponte, ha dichiarato che: "La morte di Milosevic rappresenta per me una sconfitta totale e un danno gravissimo per la giustizia internazionale". Cosa significa? Che sarà più difficile in queste condizioni richiedere la consegna di Karadzic e Mladic, oltre che dei rimanenti latitanti?

La drammaturga Bliljana Srbljanovic ha recentemente ricordato Milosevic come "uno dei giocatori della peggior specie, quelli che godono della perdita". Nella sua ultima partita, questa volta il giocatore potrebbe essersi portato via il banco.


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