Al Kulturnog Centar di Belgrado espone Marija Dragojlović, rinomata artista attiva sin dai primi anni ottanta. La sua ultima personale è titolata Nostalgija, nostalgia. La quarta di cinque puntate di un reportage attraverso l'arte contemporanea di Belgrado e dintorni

26/08/2005 -  Anonymous User

Prima puntata, Petar Dobrovic

Seconda puntata, Marmo ghiacciato

Terza puntata, Don Chisciotte ed il professore

Di Luca Arnaudo
Al termine della passeggiata lungo Knez Mihailova, poco lontano dall'incrocio con la trafficata Kralja Milana al cui fondo si scorge l'incombente mole candida di Santa Sava, la più grande chiesa ortodossa del mondo, una modesta vetrina introduce allo spazio espositivo del Kulturnog Centra Centro Culturale di Belgrado, altra scoperta eventuale del camminare a zonzo e senza meta estetica per le vie della città. A dire il vero, dalla strada la galleria non si distingue molto da un ufficio: la superficie vetrata lascia infatti intravedere solo un ambiente spoglio dove alcuni uomini sono intenti a discutere attorno a un tavolo, su cui è appoggiato un libretto dalla copertina dorata. La parete di fondo, tuttavia, si rivela essere una tenda di pesante stoffa dal verso nero che nasconde una sala assai ampia, dove Marija Dragojlović - rinomata artista attiva sin dai primi anni ottanta, docente di pittura all'Accademia di belle arti - ha disposto gli elementi della sua ultima personale, Nostalgija Nostalgia.

La tenda, come un sipario, si alza dunque su di un teatro dove va in scena una raffinata commedia della memoria, costruita intorno a pochi oggetti che trasformano lo spazio circostante in un luogo irreale e assorto: concentrata installazione ambientale, l'allestimento colpisce infatti per la cura raffinata che induce l'osservatore a muoversi con estrema attenzione, come se l'aria stessa avesse la consistenza delicata di una ceramica di Meissen, capace di rompersi al minimo scarto brusco, non tanto fisico quanto piuttosto intellettuale. L'impressione viene data in primo luogo dalla teca di cristallo che custodisce una piccola testa di pierrot in porcellana, illuminata dalla luce di un faretto che taglia la penombra in cui è immerso il resto della sala. Sulle pareti intorno, due tenui disegni su carta dal gusto ricercatamente retrò, come modelli per ricami d'altri tempi - una coppia di innamorati, ancora un pierrot colto di profilo a suonare un mandolino adagiato sulla luna - alternano cinque ingrandimenti di vecchie fotografie, del tutto inusuali per le loro notevoli dimensioni. Sono soprattutto queste ultime immagini, ritoccate con colori dilavati che ne accentuano l'impressione di polveroso anacronismo dagherrotipico, a catturare lo sguardo con la stessa malìa sfibrante di un vecchio album di famiglia. Ritratti graziosi di piccole ballerine che si alternano a bambine in costumi teatrali da fiore o farfalla, a loro volta seguite da pose irrealmente compite di ragazzi in abiti scuri, le immagini raccontano frammenti incomprensibili di storie risalenti all'enigmatica quotidianità degli anni venti e trenta, componendo a poco a poco un'indagine profonda sulla natura stessa della nostalgia.

Quella 'voce del ritorno' cui fu inizialmente riservato il trattamento clinico di vera e propria patologia - frequente in particolare, a volersi concedere un refolo di erudizione, fra i soldati svizzeri destinati a guarnigioni straniere e per la prima volta analizzata nel 1688 da un laureando di medicina all'università di Basilea - viene qui colta dall'occhio concettuale della Dragojlović nella sua forma di categoria filosofica, ricreando con studiata artificialità un'atmosfera familiare e domestica che avrebbe forse entusiasmato il romantico Novalis, preso dalla sua idea di filosofia come "nostalgia, il desiderio di trovarsi dappertutto come a casa propria" (1), ma non può non far sentire ancora più spiritualmente senzatetto un disincantato contemporaneo. Nella caverna adorabile dell'artista belgradese si prende posto con l'aspettativa di un confortante racconto d'altri tempi, ma la voce narrante è rotta: la messinscena resa con i cascami di un passato infantile e borghesemente accogliente, fatto di recite scolastiche e vestiti della domenica per fanciullini attenti a non rompere i ninnoli di porcellana sulla credenza (dove s'indovina anche il posto occupato da una biscottiera piena di madeleines), insinua così nello spettatore il sentimento inquieto di un mondo di cui gli è stata negata la sfibrata dolcezza e insieme taciuta l'accogliente mediocrità, ravvivando il piacere dell'inazione alla luce di un fuoco da caminetto, poi subito spento per oscurarne l'inanità. Al tempo stesso, tuttavia, è forte fino a risultare struggente la sensazione di bellezza perduta che la combinazione di immagini e oggetti suggerisce: come se si fosse direttamente all'interno di una scatola di Cornell - noi stessi simili a figurine di carta - i frammenti riassemblati di memoria "aboliscono la separazione tra arte e vita", perché "la banalità è miracolosa se vista nel modo giusta, se riconosciuta" (2).

Lasciata la galleria, si esce di nuovo all'aperto con un dolore sottile nell'animo, solo in parte consapevole che il piacere malato della nostalgia si alimenta dell'incapacità umana di godere fino in fondo il presente, unico tempo concretamente dato. Del resto, è questo la nostalgia: una speranza di passato, ma un passato di cui si sa bene la plausibile irrealtà.

... continua

Note
1. Novalis, Frammenti, Rizzoli, Milano 1976, pag. 41.

2. Charles Simic, Il cacciatore di immagini. L'arte di Joseph Cornell, Adelphi, Milano 2005, pag. 45.


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