Mostar (Foto Luka Zanoni)

Mostar (Foto Luka Zanoni)

Attraverso gli altipiani dell'Erzegovina fino a raggiungere Mostar. I paesaggi, i sapori, i simboli di una terra frequentata da migliaia di pellegrini di Medjugorije, ignari di Blagaj e della sua tekija. La terza puntata del reportage di Michele Nardelli

17/07/2012 -  Michele Nardelli

Dopo Goli Otok e Martin Brod, arriviamo nell'Erzegovina. Lungo il tragitto attraversiamo paesaggi meravigliosi che non conoscevo, altipiani, pascoli, boschi, ancora profondamente segnati dalla guerra nonostante siano passati diciassette anni. Come se il tempo si fosse fermato, consapevoli che la ricostruzione presuppone un ritorno sempre difficile, a volte impossibile. Senza il fervore di una comunità, si possono anche ricostruire le case ma poi rimangono vuote di un nuovo abbandono. Spesso i proprietari sono morti nella guerra. A volte mancano i denari per intentare una causa legale quale passaggio obbligato per ritornare in possesso delle abitazioni e terre che, non dimentichiamolo, facevano parte del bottino.

Questo è l'esito. La sensazione di un conflitto sospeso emerge dalle parole di Selma, che pure ha scelto di tornare ma che s'interroga se questa terra sarà la stessa che vedrà crescere suo figlio. Selma è appassionata del lavoro di antropologa, impegnata nella valorizzazione dei prodotti dell'Erzegovina. Non ci siamo mai incontrati prima, anche se le nostre attività si sono spesso incrociate, fra turismo responsabile, progetti agricoli e cooperazione internazionale.

Siamo a Mostar, nello spazio aperto a due passi dal "Vecchio" per promuovere i sapori dell'Erzegovina, dove ci propongono una degustazione del famoso formaggio nel sacco, di bevande al sambuco e alla salvia, di vini bianchi come la Žilavka. Ma il momento di parola che Selma ci dedica è tutto rivolto alla preoccupazione per il suo paese che non sa uscire dal proprio incubo. E dove la soluzione che inesorabilmente sembra prevalere è la divisione, ovvero la fine della Bosnia Erzegovina.

Migliaia di pellegrini reduci da Medjugorije (il luogo di culto mariano più frequentato d'Europa, nonostante il Vaticano non l'abbia mai riconosciuto) affollano quelle strade di pietra e quel ponte che i nazionalisti croati hanno martellato fino a farne un cumulo di macerie, come avvenne in quel novembre del 1993 quando il ponte che a quella città dava il nome cadde a pezzi nelle acque gelide della Neretva. Erano simboli di una storia che gli amici di padre Zovko (il capo spirituale di Medjugorije) volevano cancellare. Mi chiedo cosa si porteranno via in termini di sapere queste persone che seguono il loro sacerdote o la guida con la bandierina di riconoscimento. Quale narrazione verrà proposta a questi pellegrini sulla distruzione di quel ponte così come di Počitelj, una perla dell'architettura ottomana a pochi chilometri da Mostar?

Quelle persone non sapranno mai nemmeno dell'esistenza di Blagaj e della sua tekija, il luogo dove nel 1463 venne emesso l'editto con il quale Mehemet II accreditava i francescani bosniaci dei suoi favori e della totale libertà di culto. Considerata la prima carta dei diritti umani, assume una particolare importanza storica perché siglata 29 anni prima di un altro editto, quello con il quale nel 1492 vennero cacciati i musulmani e gli ebrei da Sefarad, come quest'ultimi chiamavano la Spagna. Né dei Bogomili e di quel che rimane della loro eresia cristiana nei dintorni di Stolac, senza la cui conoscenza è difficile comprendere l'islam endogeno di queste terre.

Stranamente per questa stagione non fa troppo caldo. Cenare in una delle kafane sulla Neretva a due passi dal ponte è una delle cose più belle che vi possa capitare. Laura e Edoardo, nostri compagni di viaggio che sono a Mostar per la prima volta, catturano immagini con lo stupore di chi si rammarica per non aver conosciuto prima questi luoghi di straordinaria bellezza. E che potrebbero vivere della loro unicità.

Ha ragione, Selma, ad essere preoccupata. Né la politica locale, né la comunità internazionale, sanno trovare strade nuove per dare risposte alle contraddizioni che gli anni '90 (e il dopoguerra) hanno lasciato dietro di sé. Quel che potrebbe fare la differenza per questa terra sono persone come lei.


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