L'isola di Akdamar, lago di Van (Foto Bryce Edwards, Flickr)

Un lungo viaggio nel sud est della Turchia raccogliendo materiale per una tesi di laurea. L'incontro con il popolo curdo, nella regione dove l'individuo si fonde con la collettività. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

28/04/2010 -  Carlotta Grisi

Sono arrivata il 19 Marzo in Diyarbakir-Amed per celebrare il Newroz, il nuovo anno curdo, e cominciare la ricerca sul campo per la mia tesi. Il tema della tesi è AKP (il Partito della Giustizia e dello Sviluppo del premier Erdoğan) e questione curda: come e se è cambiato l’approccio alla questione curda durante i governi AKP a partire dalla sua ascesa al potere nel 2002, miglioramenti e cambiamenti rispetto alla linea politica dell’élite kemalista, le politiche e i progetti attuati dall’AKP nei confronti del popolo curdo, e, parte fondamentale, la percezione dello stesso popolo curdo sull’AKP e la situazione attuale.

Grazie ad Aldo, un amico conosciuto ad Istanbul, sono stata ospitata da una famiglia curda in Amed e ho vissuto con loro per un intero mese, entrando a far davvero parte della famiglia, sentendomi figlia e sorella. Non mi hanno aperto solo la porta di casa ma la porta d’entrata al mondo curdo fatto di legami forti, di unità, di calore e condivisione, dove l’individuo si fonde per diventare popolo.

Ho trascorso un mese nel Kurdistan turco tenendo come base Amed e facendo piccoli viaggi in aree di interesse per la mia ricerca ma toccando anche luoghi fuori dall’itinerario previsto lasciandomi trasportare dalle persone incontrate, le quali hanno aperto nuovi incontri, nuove possibilità e tracciato altre strade.

Una meta imperdibile sia per gli eventi accaduti e il posto che ricopre nella memoria collettiva, sia per le sue alte montagne e bellezze naturali è l’area di Hakkari – Colemerg, situata all’estremo confine sud-orientale del Kurdistan turco. Aldo ed io stendiamo la cartina e tracciamo la rotta teorica: Amed – Van – Hakkari - Yükseköva e ritorno ad Amed passando per Bitlis, città roccaforte dell’AKP dal 2007. Date: una settimana, 6-13 aprile 2010. Il viaggio poi si è dilungato includendo Semdinli, ‘paese di inizio’, in cui il 15 agosto 1984 il PKK ha iniziato la sua lotta. Qui, seduti a bere un çay con un pastore, abbiamo ammirato le cime innevate delle montagne divise tra Iran, Iraq e Turchia, e parlato dell’inconsistenza dei confini, di quanto queste linee siano labili per gli abitanti di quest’area i quali le oltrepassano giornalmente per visitare i propri famigliari sparsi in Iraq e Iran o per comprare benzina, sigarette, çay, da rivendere in Turchia: contrabbando, unica attività rimasta per guadagnare qualcosa.

Partenza da Amed in autobus il mattino presto, direzione est. Tagliamo il Kurdistan in orizzontale da ovest ad est. Campi di grano verdissimi, ai lati basse montagne marroni e di roccia, niente alberi. Avanzando lentamente il territorio comincia a cambiare, entriamo in queste montagne collinose e seguiamo le valli e il corso del fiume: ci sono le prime pinete (credo), i colori sono il verde, il rosso e marrone della terra; poi incominciano i lavori e facciamo un lungo tratto in una valle rocciosa, grigia, polverosa. Raggiungiamo il grande lago di Van. Loro lo chiamano Mare (Deniz), perché come nel mare non è facile vedere l’altra sponda, è infatti il lago più esteso della Turchia. E’ di un blu acceso che a tratti si mischia ai verdi e agli azzurri, incorniciato da file di alte montagne di cui, guardando contro sole, scorgo solo i profili neri delle prime e i picchi innevati luccicanti in secondo piano. Costeggiamo il lago a nord, la strada è di sassi. Riprendiamo il cammino, o meglio l’autobus, per Hakkari-Colemerg, puntiamo quindi a Sud-Est, all’area di triplice confine tra Iraq, Iran e Turchia. Punto di partenza e punto di arrivo si trovano entrambi a 1.700 metri sul livello del mare, ma non siamo in pianura, ci addentriamo nelle montagne che ad Hakkari e Yükseköva divengono le più alte e impervie di tutta la Turchia, la strada si snoda tra passi e valichi, è un continuo sali-scendi in cui incontriamo pochi e piccoli villaggi. La primavera non è ancora iniziata, i colori rimangono il grigio delle rocce e il marrone della terra, piove, ma non fa freddo. Hakkari è situata in un piccolo pianoro, appoggiata alla montagna, come fosse seduta su una sedia di roccia, e accerchiata sui tre lati da montagne altissime, spigolose, vive. La ‘prigione a cielo aperto’ la chiamano i suoi abitanti: una sola strada di entrata, una sola strada di uscita e appostamenti militari tutto attorno a controllare ogni movimenti. Ci viene chiesto perché siamo venuti, qual è lo scopo della nostra visita, quanto ci fermeremo, ma il tutto si risolve in pochi minuti, nessun contrattempo.

Yükseköva-Gever, in turco Alta Pianura, rispecchia le sue caratteristiche toponomastiche, piccolo centro fondato su un lunghissimo e ampio altipiano che attraversiamo lateralmente sul margine nord, seguendo le morbide collinette che come onde del mare ci trasportano a destinazione.

Nelle città in cui siamo stati abbiamo visitato le sedi del partito curdo BDP (Bariş ve Demokrasi partisi, il Partito della Pace e Democrazia) e del pro-islamico, democratico-conservatore AKP, le municipalità, e sfruttato i contatti che di volta in volta gli amici incontrati ci davano. Abbiamo così avuto la possibilità di parlare con alcuni giornalisti, agenzie e personaggi locali. Dappertutto ci hanno accolto con calore, ci hanno ascoltato e dedicato tempo e attenzione. Con l’unica eccezione del sindaco di Bitlis (AKP) che dopo averci fatto aspettare due ore ci ha liquidati con una conversazione di venti minuti scarsi e parole vuote e insensate. Ribadisco che è stata un’eccezione, in tutte le altre sedi AKP siamo stati accolti bene anche se sempre con una certa diffidenza (non mi hanno mai permesso, a parte uno, di utilizzare il dittafono per registrare), e un modo di condurre la conversazione spesso sulla difensiva. Altra nota dolente per me e Aldo è l’utilizzo di çay differente che cambia rispetto al colore politico: nelle sedi AKP offrono yerli çay (te turco) anziché il buonissimo kaçak çay di Ceylon (letteralmente te di contrabbando, anche se ora non lo è più) utilizzato generalmente dai curdi.

Abbiamo ascoltato, parlato e discusso con le persone più diverse: dai sindaci delle municipalità ai segretari dei partiti, dai membri dei partiti a semplici simpatizzanti, pastori, gente comune, ragazzi dei villaggi semi-analfabeti ma con un’intelligenza vivace. Opinioni divergenti, punti di vista differenti più o meno moderati. Due grandi campi contrapposti si sono delineati tra i curdi simpatizzanti AKP e i curdi vicini al BDP, più una terza frangia, di minima entità, di curdi che non si sentono rappresentati da nessuna delle due parti. Brevemente e a grandi linee: i curdi vicini all'AKP (semplificando) credono fermamente che l’AKP abbia portato grandi cambiamenti nei confronti della questione curda, Erdoğan ha accettato l’esistenza del popolo curdo e ha implementato alcune riforme per migliorare la loro condizione, soprattutto sta cercando di risolvere la questione entro una cornice democratica, sta portando avanti un progetto di democratizzazione più ampio non rivolto specificatamente ai curdi ma che comprenda tutte le minoranze, quali Alevi, Laz, Roma, ecc… per ristrutturare il sistema politico turco imperniato sull’ideologia kemalista. Con le parole di un ragazzo di Karliova (nell’are di Bingöl): “Quando alla televisione ho ascoltato il discorso di Erdoğan (discorso tenuto a Diyarbakir nel 2005) ho avuto uno shock, l’AKP è stato il primo partito ad accettare i curdi, l’esercito, l'MHP e il CHP (partiti all’opposizione) hanno da sempre negato l’esistenza del popolo curdo, con l’AKP è iniziato un nuovo ciclo.” Secondo i curdi vicini all'AKP i risultati si riscontrano nell’apertura del canale di stato curdo, apertura di dipartimenti di kurdologia nelle Università, possibilità di stampare liberamente giornali in curdo, volontà da parte del governo di collaborare con le associazioni locali.

I curdi vicini al BDP sono di tutt’altra opinione. Definiscono i curdi pro AKP come dei curdi assimilati, curdi che hanno perso la loro identità. L’AKP è stato definito da moltissimi il partito dai due volti; partito dalle molteplici facce: una faccia per rivolgersi ai curdi, una per rivolgersi ai turchi, una per l’UE e Stati Uniti, una per l’opposizione interna di CHP, MHP e esercito; il partito che con una mano offre fiori e con l’altra atterra con un pugno. Mi ha colpito la convergenza di opinioni, dai segretari e membri del partito agli attivisti di base e abitanti dei villaggi, nel denunciare l’AKP come il partito più pericoloso, peggiore di MHP e CHP che hanno chiare politiche di negazione e annientamento. L’AKP invece attuerebbe una politica più morbida, con una retorica conciliante e di apertura che ha però come unico scopo quello di attirare i voti curdi per mantenersi al potere. Secondo la maggioranza dei curdi, le uniche politiche implementate dall’AKP sarebbero essenzialmente due: una politica economica tesa a fornire aiuti e servizi mirati come carbone, elettrodomestici, cibo per supplire ai bisogni momentanei di una popolazione poverissima e senza possibilità di lavoro, e una politica di strumentalizzazione dell’Islam in un’area come quella curda in cui la religione riveste un ruolo importantissimo, luogo dove identità curda e musulmana convivono, e luogo in cui le Confraternite e le Asiret (legami tribali) influenzano la vita e le scelte individuali. Unico obiettivo dell’AKP sarebbe quello di rimanere al potere, aprire nuovi spazi e opportunità per il proprio elettorato ‘islamico’, limitando il potere dello stato e dell’élite kemalista. Centinaia di volte ho sentito le parole “l’AKP non è sincero” (samimi değil), non intende fare reali cambiamenti e concretamente riformare la Costituzione, primo grande ostacolo per la normalizzazione e accettazione dell’identità curda. Il vero volto dell’AKP sarebbe uscito allo scoperto in maniera evidente in seguito alla sconfitta nell’area curda nelle elezioni amministrative del marzo 2009, alle quali ha reagito presentando da una parte l’Apertura Democratica e, dall’altra, una sostenendo una campagna di arresti iniziata il 14 aprile 2009 contro membri del partito e della società civile curda - ad oggi, dopo un anno, si contano 1483 arrestati. Ad Hakkari-Colemerg e Yükseköva-Gever la popolazione si fa unica voce nel denunciare la “politica di inganno” dell'AKP che concede limitate riforme per presentarsi come partito democratico davanti alla comunità internazionale e sfrutta la politica economica e l’identità islamica per ingannare quei curdi senza possibilità economiche e senza educazione.

In entrambe le città veniamo ospitati in famiglia. Ci preparano cena e colazione da re con prodotti fatti da loro, si offrono di lavarci i vestiti, condividono i loro letti. Io vengo riempita di regali dalle ragazze che si privano di collanine e braccialetti per darmi qualcosa che sia loro, per ricordarle. Tutti ci chiedono di restare, di fermarci un giorno in più così da mostrarci le bellezze della loro area, per continuare a raccontarci di loro. I momenti più belli sono stati quelli dei pasti serali: tovaglia distesa a terra, grandi piatti di riso, verdure, çorba (zuppa) e pane fatto in casa, tutti seduti attorno. Poi il momento del çay, dei semi di girasole o di zucca – che ancora non ho imparato a sfoderare dal guscio - e lunghe conversazioni che sempre rimangono incentrate sulla situazione del loro popolo, sui comportamenti dello Stato e del governo, sulle notizie giornaliere del tentativo di AKP di cambiare la Costituzione, sui diritti minimi che si aspettano per vivere come persone libere. Tutte queste famiglie hanno aperto con la porta di casa la porta sul Kurdistan e sul popolo curdo: abbiamo ascoltato le loro storie, tristi e dolorose, le esperienze di oppressione e ingiustizia, la loro rabbia e speranza; abbiamo ascoltato la loro lingua e la loro musica, veicolo di espressione di passato e presente, modo di raccontarsi e condividere il dolore, la disillusione ma anche le speranze e la volontà di risolvere questo conflitto; abbiamo mangiato, bevuto, dormito con loro; abbiamo festeggiato, cantato, ballato, riso con loro. Mai mi sono sentita straniera. Mi ha sconvolto lo slancio, la spontaneità, la naturalezza con cui le persone qui abbiano voglia di condividere il poco che hanno, questo essere pronti a fare tutto per gli altri, per noi, perfetti sconosciuti fino a due giorni prima, senza aspettarsi nulla. L’individualità si fa collettività, mai si pensa solo a se stessi ma al bene di chi ci circonda, chiunque esso sia, da dovunque provenga.

Tutto ciò mi ha sconvolto dentro. Non ero preparata ad un bene incondizionato, così puro e forte. Prendendo il treno verso Istanbul penso già al momento del mio ritorno in questa terra. Senza che me ne rendessi conto legami forti si sono costruiti, le persone mi sono entrate dentro, i colori, i profumi, la musica sono diventati parte di me tanto da non poterne più fare a meno.


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