Un reportage particolare, dal festival della storia di Gorizia. Dedicato quest'anno agli “Orienti”. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

01/06/2010 -  Fabio Romano Gorizia

Torno dopo diverso tempo a Gorizia, in occasione del bel Festival della storia, dedicato quest’anno agli ‘Orienti’. Occasione troppo allettante per lasciarsela sfuggire; tanto più che i titoli in cartellone sono più che interessanti: la questione di Sarajevo, l’occupazione fascista della Jugoslavia, il fascismo di confine, la Turchia da Bisanzio ad Istanbul.

E’ un’atmosfera elettrica e frizzante quella che vive nel giorni del festival la città di Gorizia, considerata forse impropriamente da alcuni la “Berlino italiana” durante la guerra fredda, per il suo confine col nemico jugoslavo, per poi assurgere a simbolo della riunificazione europea dal 2005 a partire dall’ingresso della vicina Slovenia nell’Unione europea. Una parabola rimarchevole: da pietra della discordia a città della riconciliazione tra le nazioni.

Già la nazione. Un concetto dolorosamente importante per tutta la storia ed in particolare per la storia balcanica sulla quale durante il festival si è a lungo dibattuto, specie per bocca di Aleksa Djilas, figlio di quel Milovan Djilas che assieme al maresciallo Tito, a Kardelji e Rankovic diede vita alla Repubblica Federale Socialista Jugoslava.

Uno stato nato sulle ceneri -nel senso letterale del termine- del regno di serbi, croati e sloveni, poi regno di Jugoslavia, che aveva cercato di riunire le varie nazioni balcaniche sotto la corona Karadjordjevic, con le abili manovre di Nikola Pasic, ma che non aveva retto all’impatto della Seconda guerra mondiale, frantumandosi tra collaborazionisti, cetnici e resistenti titini, appoggiati solo in un secondo momento da Churchill.

La nuova repubblica jugoslava nasceva però su una lealtà diversa: quella della lotta partigiana di liberazione, incorporata poi nella solidarietà nazionale di una federazione di repubbliche, secondo il più puro schema sovietico, dove tuttavia l’elemento serbo -nonostante Tito fosse croato di nascita- rimaneva il fulcro della costruzione.

Una centralità che rimase presente e mai espressa ufficialmente fino alla morte del maresciallo, quando poi, dalla metà degli anni ’80 ebbe inizio quel revival della componente serba, che avrebbe accesso la miccia della spirale di competizione ed odio nazionalista alla base del tragico e violento crollo della Jugoslavia.

Djilas si scaglia pacatamente ma con decisione contro il nazionalismo considerandolo giustamente una piaga politica attuale ora come allora, e non solo nella penisola balcanica. Lo bolla come una deriva tendenzialmente inarrestabile, forse ad andamento carsico, ma sempre presente sotto la superficie degli stati, in modo particolare in questo momento di vuoto ideologico che espone le giovani generazioni a nefasti ritorni a quella ‘comunità immaginata’ concepita dai filosofi.

Davanti a questo fenomeno che si riteneva scomparso, come non dare ragione al conte Chojinicki quando tuonava contro “questa pazza Europa degli stati nazionali e dei nazionalisti” all’inizio de ‘La cripta dei Cappuccini’? Come non vedere che il seme del nazionalismo in una struttura multinazionale –sia essa un Impero o una repubblica– è la gramigna della discordia? Come non tornare ai libri di Herder e Fiche e non rimanere agghiacciati di fronte agli effetti che il nazionalismo ha avuto nei Balcani?

Mi allontano dalla conferenza di Djilas avvolto in un turbine di pensieri e a pochi metri dalla manifestazione incontro un negozio di generi alimentari Halal bosniaci.

Entro senza indugiare e mi trovo subito avvolto dagli effluvi densi ed invitanti della cucina balcanica.

Inizio a parlare con il titolare: mi spiega che loro non sono bosniaci ma kosovari. Il negozio, aperto 5 mesi fa, offre tutta la cornucopia dei prodotti halal per i kosovari e per i bosniaci e sta lentamente diventando un piccolo centro di riferimento dove le comunità musulmane balcaniche della città isontina possono trovare i loro prodotti tipici. Mi mostra con un certo orgoglio il cay bosniaco, i cavoli sottaceto, le scatole di spezie ed i dolci di miele.

Domando come va con i goriziani: il volto si allarga a mi dice con piacere che ora inizia ad avere anche svariati clienti italiani che vengono a fare la spesa, non si sa se per comodità o per gusti etnici. Insomma, un’integrazione in salsa isontina che sembra serenamente funzionare.

Poi, mi scivola l’inevitabile domanda sui rapporti con la comunità serba presente a Gorizia. Il volto si rabbuia, forse perché si attendeva questa sgradito quesito. Mi dice che i serbi sono clienti come gli altri, entrano, comprano ed escono. Nel negozio sono clienti. Nessun problema, ma anche nessuna amicizia. Chacun pour soi et Dieu pour tous.

L’antico motto balcanico “Solo la concordia salva” pare così lontano…


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