Foto di Maria Elena Murdaca

Un soggiorno di 10 giorni in Georgia gustando l'ospitalità caucasica. Sullo sfondo i racconti della guerra in Abkhazia

27/09/2007 -  Anonymous User

di Maria Elena Murdaca tratto da Peacereporter

Kartlis Deda offre una coppa di vino Una statua di donna domina il punto più alto di Tbilisi: è Kartlis Deda, la 'Madre dei Georgiani'. In una mano regge una coppa di vino da offrire agli amici, e nell'altra una spada contro i nemici. Se volessi riassumere in due immagini le impressioni e le sensazioni più vive del mio viaggio di iniziazione nel Caucaso sceglierei proprio questi due simboli: il vino e la spada, ossia la guerra - nel caso specifico, il conflitto in Abkhazia, che, iniziato verso la fine degli anni '80 ha raggiunto l'apice nel 1992, all'indomani della disgregazione dell'Urss. Un conflitto nato per motivi territoriali, visto che l'Abkhazia è de facto una repubblica indipendente, non riconosciuta a livello internazionale, ma che la Georgia vorrebbe mantenere entro i propri confini.

Foto di Maria Elena Murdaca

Fuggiti in 250mila Gli amici che mi ospitano in questi giorni fanno parte di quei 250mila georgiani che hanno abbandonato l'Abkhazia a causa della guerra, e che da circa 15 anni non possono tornare nei luoghi dove sono nati e cresciuti. Prima di stabilirsi a Tbilisi, qualche anno fa, hanno vissuto a Senaki, in Megrelia, e poi a Kutaisi.
In epoca sovietica Sukhumi era rinomata come kurort, come luogo di villeggiatura."E' stata l'unica cosa che abbiamo portato da Sukhumi" mi spiega Lasha, mostrandomi un vecchio album di fotografie, alcune scattate sul lungomare ornato di palme. "Era una regione prospera prima della guerra, eravamo tutte famiglie benestanti". L'Abkhazia è una ferita ancora sanguinante nel cuore dei georgiani, soprattutto di quelli che la hanno dovuta lasciare a forza. Nonostante siano passati 15 anni dal conflitto, il ricordo di ciò che è andato perduto è ancora vivo, e lo sguardo rimane con un occhio rivolto al passato. Le note dolenti con cui i georgiani rievocano l'Abkhazia proiettano questa terra in una dimensione mitologica da Eden perduto, al centro del quale si trova Sukhumi,"la perla".

Foto di Maria Elena Murdaca

Terra straniera in patria E' possibile per uno sfollato ritornare nella regione? Al momento solo con l'autorizzazione delle autorità abkhaze, appoggiate da Mosca. Di fatto il territorio non è più sotto il controllo di Tbilisi. E' proprio questo status politicamente indeterminato Abkhazo l'ostacolo maggiore al ritorno dei rifugiati. Qualcuno lo fa, ma sono in pochi a scegliere questa soluzione, che dai nazionalisti più accesi è ritenuta un tradimento della causa georgiana. L'esperienza della guerra non ha intaccato la tradizionale ospitalità del popolo georgiano, che nei riguardi di George W. Bush si è spinto al punto di intitolare a nome del presidente americano la strada che collega Tbilisi all'aeroporto. Condivisione fraterna, accoglienza, attenzione premurosa alle necessità dell'ospite, che viene assorbito dalla dimensione corale della vita quotidiana caucasica, queste le caratteristiche dell'ospitalità georgiana, che raggiunge il suo culmine intorno alla tavola imbandita - a qualsiasi ora del giorno o della notte, ogni occasione buona - dove non può mancare il vino, ingrediente irrinunciabile per il rituale dei brindisi.

Foto di Maria Elena Murdaca

Sulla vita e sulla morte Il rituale, officiato dal tamada (il capotavola che di volta in volta introduce i vari brindisi) richiama alla mente la "preghiera dei fedeli", dove si ricordano le necessità di tutti. Secondo un ordine ben preciso, si brinda - ma non sarebbe sbagliato dire 'si prega' - per ognuno dei presenti e per tutta la compagnia, per i genitori, per i defunti e per i bambini, per la Georgia, per la pace, per le strade che si incrociano e si dividono e per qualunque altra cosa venga in mente. Dispiace non capire il georgiano: le traduzioni in italiano e in russo chiariscono a grandi linee per che cosa si brinda, ma le sfumature e i dettagli rimangono inaccessibili. Il brindisi è un modo festoso per esprimere sentimenti, auspici e ringraziamenti dal profondo del cuore, ma anche per condividere dolori e sofferenze in un momento in cui cuori e orecchie sono aperti e compartecipi. Non c'è distinzione fra gli ospiti: che tu sia uno straniero che viene da lontano o un parente stretto, la spontaneità, la generosità e la naturalezza che accompagnano la festa intorno alla tavola non variano.

A Senaki, a tavola, sento per la prima volta i racconti sulla guerra. Mi dice il mio amico Lasha, riferendosi ai parenti più anziani: "Li ammiro tantissimo: nonostante tutto quello che hanno vissuto sono sempre pronti a godersi ogni attimo della vita". Forse proprio per via di quello che hanno vissuto sanno apprezzare e godere della vita fino in fondo


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