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Da Tbilisi alla casa di Stalin ita

Da Tbilisi alla casa di Stalin

Gori -monumento a Stalin -Foto di Maddalena Parolin

Reportage del viaggio da Tbilisi a Gori nel racconto di Marta Ottaviani. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Da Erevan a Tbilisi si arriva in marshrutka, minibus da 10-15 persone che spesso si trasformano in veri e propri carri bestiame. L'ambiente naturale attorno è splendido e fa da contraltare alla miseria dei villaggi che si incontrano sulla strada e all'atteggiamento di rassegnazione della gente che abita in questi luoghi.

Tbilisi è la versione georgiana di Mosca negli anni Novanta. Sono tanti i particolari che la avvicinano all'ex capitale dell'Urss dopo la caduta del Comunismo. Ricca, ricchissima ed elegante nel centrale quartiere di Rustaveli e povera in quasi tutto il resto del nucleo abitativo. I venditori di sacchetti griffati per strada, i banchetti sul lungofiume che propinano ogni genere di prodotto post-sovietico, da giacche, a colbacchi, medaglie, poster giornali d'epoca. Persino le tessere contraffatte del Kgb, che per anni ha rappresentato l'incubo della popolazione. Come se si sentisse il bisogno di far fruttare in qualche modo quel periodo storico che, in realtà, non tutti nel Paese ricordano come una disgrazia. Anche la metropolitana è identica a quella dell'ex-capitale dei Soviet, con il suo granito rosso, le sue linee essenziali e i sostegni di ferro su cui una volta troneggiavano le falci e martello e che sono stati strappati dopo l'indipendenza del 1991.

Misha, uno studente di 23 anni che mi fa da guida a Tbilisi, mi racconta che in Georgia ci sono molte persone che l'Unione Sovietica la rimpiangono, soprattutto quelle appartenenti ai ceti più umili della popolazione. La repubblica caucasica era infatti una di quelle dove il tenore di vita era più elevato anche durante l'epoca dei Soviet. La dichiarazione di indipendenza, il liberalismo economico, hanno in parte spazzato via un sistema statale che garantiva a questa fascia di popolazione un mimino di assistenza e che adesso rimpiangono. Non Misha. Lui di quel periodo non ricorda molto, però sa che adesso la Georgia è libera, che non si trova più sotto il giogo russo, che può parlare la sua lingua e vedere riconosciute le peculiarità culturali del suo popolo. Ma quando gli domandi allora perché l'Abkhazia o l'Ossezia del sud non possono fare la stessa cosa, allora ti senti rispondere: "La loro situazione è diversa, loro sono georgiani". Lo dice con una decisione tale che viene spontaneo pensare che fra Mosca e Tbilisi, come atteggiamento nei confronti delle regioni ribelli, non ci sia poi tutta questa differenza e fa ancora più riflettere se si pensa che la popolazione georgiana è tutto fuorché omogenea sia dal punto di vista etnico sia da quello religioso.

Per andare a Gori basta un'ora marshrutka. Lo si prende dalla stazione degli autobus di Didube, da dove partono tutte le corse per le principali località del Paese. Poco lontano dalle vetture si estende un mercato enorme, dove i viaggiatori comprano le ultime cose prima di tornare a casa. Vi si trova di tutto, soprattutto alimentari. Frutta attorno a cui ronzano decine di api, pesci dall'odore inquietante, croci ortodosse, portafortuna turchi, animali di vario genere e che fanno correre il rischio di trascorrere il proprio tragitto accanto a una gabbia di galline.

Da lontano Gori sembra una città uguale a tante altre che si sono sviluppate in epoca sovietica. Ha gli stessi casermoni, divisi a blocchi di colore diverso, azzurro pallido, rosa sbiadito e bianco sporco. E la stessa aria grigia. Poi quando ci si avvicina, si cominciano a vedere i primi segni della guerra. Gli argini del fiume che hanno subito i bombardamenti non sono ancora stati ricostruiti a differenza del ponte che è stato riparato subito per evitare che la città potesse rimanere isolata in qualche modo. Alcuni edifici sventrati sono ancora visibili, lì, vicino alle macerie di quelli che non ce l'hanno fatta a rimanere in piedi. Sembrano scheletri, che potrebbero cadere al primo soffio di vento. Di fianco i primi timidi cantieri per la ricostruzione, in parte affidati a imprese turche dopo che il premier di Ankara, Recep Tayyip Erdogan si è recato in visita a Mosca e Tbilisi per intavolare una mediazione fra i due Paesi. La gente senza casa per strada si vede. Hanno le loro cose ammassate in angoli remoti, cercano di venderti ogni cosa. Ti piazzano la merce in mano, sperando che così tu ti senta obbligato a comprare. E poi c'è il museo Stalin, che è rimasto illeso dai bombardamenti e che continua a essere considerato la maggiore gloria cittadina, alla faccia di quello che è successo in agosto e soprattutto di quello che Stalin ha rappresentato nella storia della Russia e in generale in quella del secondo dopoguerra. Questo perché l'ex leader dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche nacque proprio a Gori e qui fece anche le scuole elementari. Ancora oggi è possibile visitare l'umile casa di legno in cui vide la luce e la carrozza con la quale si recò alla Conferenza di Jalta. Tutto è circondato da un'aurea di solennità e munificenza, anche troppa se si tiene conto del luogo dove sorge.

Il direttore del Museo, Robert Maglakelidze, racconta che ogni anno sono in migliaia i turisti che accorrono per visitare il luogo natale del loro illustre concittadino e che, appena ha sentito gli aerei che si avvicinavano non ha avuto esitazioni e ha caricato in macchina gli effetti personali più preziosi del dittatore sovietico per portarli in salvo a Tbilisi. Lo ha fatto perché, per tutti, a Gori, Stalin è un motivo di orgoglio. La sua statua troneggia nella piazza principale del Paese, che con poca fantasia è dedicata a lui. Non viene ricordato come un leader sanguinario, ma come un condottiero del popolo, un uomo forte, il cui operato è stato ampiamente travisato dalla storia.

E così Gori, città simbolo della guerra di agosto, diventa anche la città delle contraddizioni all'interno di una Nazione che da una parte lancia una sfida a Mosca ma dall'altra idolatra colui che fece di Mosca il centro del potere sovietico da cui la Georgia, o almeno una sua parte, non riesce ancora a smarcarsi.

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