Appunti dal nostro convegno "L'Europa di mezzo. Idee e buone pratiche per un'integrazione sostenibile del sud-est europeo". Le sintesi degli interventi non sono esaustive e rimandiamo per ogni chiarimento ai materiali originali. Tutti gli interventi sono pubblicati in streaming nella pagina apposita del nostro portale

11/11/2005 -  Andrea Rossini

Dopo l'apertura dei lavori da parte del direttore di Osservatorio sui Balcani Mauro Cereghini, l'ospite Mario Magnani, presidente del Consiglio Regionale del Trentino Alto Adige, entra nel vivo indicando subito la questione del Kosovo come uno dei nodi più problematici aperti nella regione. Auspicando una soluzione politica per il conflitto del '99, Magnani sostiene come "prospettiva da indagare" la costituzione di una regione europea con forte ancoraggio istituzionale all'UE e "dal basso" all'Europa delle città e delle comunità locali, riprendendo il ragionamento già avviato nel precedente convegno di Osservatorio sui Balcani a Venezia. Iva Berasi, assessore alla solidarietà internazionale della Provincia di Trento, ricorda poi il ruolo della Provincia che "non solamente sostiene, ma promuove dall'inizio il progetto dell'Osservatorio, agenzia di monitoraggio continuo sull'area cui fanno ormai riferimento istituzioni nazionali e internazionali". Ricordando la ricchezza del sistema di volontariato trentino e quello della cooperazione, "che in quei luoghi continua nonostante tutte le grandi agenzie internazionali abbiano ormai sgombrato il campo", Iva Berasi conclude poi sulla necessità di "esportare aziende ma anche diritti, in un quadro di rispetto dei territori e di sviluppo sostenibile", ribadendo l'impostazione del convegno. Alberto Robol, reggente della Fondazione Opera Campana dei Caduti di Rovereto, che da ormai sei anni dà vita al progetto dell'Osservatorio sui Balcani, ricorda infine la coerenza tra l'idealità che anima la Campana - da 80 anni simbolo dell'inutilità della guerra e dell'impegno della comunità di Rovereto per la Pace - e l'impegno nell'area balcanica, luogo degli eventi più tragici della recente storia europea.

Ragionare sul nostro presente

Apertura del Convegno

Dopo la proiezione della video inchiesta di Osservatorio sui Balcani "Pianeta Zastava", viaggio nella fabbrica simbolo dell'industrializzazione jugoslava e nei processi che regolano le transizioni dopo il dramma della guerra, la prima relazione è di Michele Nardelli, che introduce il tema dei Balcani come "Europa di mezzo", cuore dell'Europa ed espressione delle radici plurali della nostra cultura: "La modernità dei processi che caratterizzano la regione balcanica, e la molteplicità delle relazioni che legano il nostro destino a quello dei nostri vicini al di là del mare - sottolinea poi Nardelli ricordando il senso del lavoro di Osservatorio - hanno caratterizzato il nostro intervento nel corso degli anni non come un'azione di solidarietà, ma piuttosto come un interrogarci e ragionare sul nostro presente. Allo stesso tempo, avviare relazioni con questi territori rappresenta un investimento sul nostro futuro".

Dragoljub Stojanov, dell'Università di Sarajevo, economista, fotografa poi i paradossi delle transizioni, basandosi sull'esempio della Bosnia Erzegovina: "Abbiamo una valuta stabile - il marco convertibile - tutti gli indicatori nominali dell'economia a posto, niente inflazione, l'economia più aperta agli scambi della regione". Aver seguito diligentemente i consigli delle istituzioni finanziarie internazionali, tuttavia, non ha portato secondo il professore alcun vantaggio alla Bosnia: "La cifra ufficiale della disoccupazione è il 40%, ma secondo stime diverse toccherebbe il 90% della popolazione. La ricetta secondo cui avremmo prodotto sviluppo semplicemente collegandoci ai flussi dell'economia globale, seguendo la filosofia proposta dal 'Washington consensus', non ha funzionato. Oggi non produciamo più nulla. Esportiamo solamente legname, rifugiati, giovani ('brain drain') e prostituzione" - segnala amaramente Stojanov. Secondo l'economista, che ha presentato nel corso del convegno una serie di domande aperte al Primo Ministro bosniaco, la Bosnia Erzegovina (BiH) "è sopravvissuta ad una guerra tremenda, ma rischia di non sopravvivere alle ricette delle istituzioni finanziarie internazionali". L'assenza di una politica industriale e di sviluppo, inoltre, avrebbe impedito qualsiasi progresso nei dieci anni seguiti agli Accordi di Pace di Dayton: "Noi abbiamo liberalizzato tutto per attrarre investimenti dall'estero, ma nessun Paese può svilupparsi solo con investimenti dall'estero. Allo stesso tempo, abbiamo rifiutato di utilizzare le nostre risorse interne, e questo ha impedito la crescita". Stojanov ribalta infine il paradigma che vorrebbe la Bosnia Erzegovina Stato povero e accattone: "La stragrande maggioranza di rifugiati e profughi non è in realtà mai ritornata, ha venduto le proprietà ed ora vive all'estero: si è trattato di esportazione netta di miliardi di dollari di capitale.".

Giorgio Andrian, rappresentante dell'UNESCO, racconta la vicenda del lago di Scutari e del fiume Tara, per sottolineare paradossi e contraddizioni che attraversano attori e contesti locali, nazionali e internazionali, in una regione - il sud est Europa - ricchissima dal punto di vista culturale e ambientale. Dopo la presentazione (Martial Paris) di due progetti di sviluppo locale nei Balcani, condotti dalla Associazione delle Agenzie della Democrazia Locale, è il Console Generale della Romania in Italia, Mircea Gheordunescu a descrivere i solidi rapporti che legano l'economia dei Balcani - e della Romania in particolare - a quella italiana: "Oggi ci sono in Romania oltre 18.000 piccole e medie imprese italiane, orientate da un lato verso il mercato interno, rumeno, e dall'altro verso prodotti di alta qualità destinati all'export. Non siamo più agli interventi 'mordi e fuggi' o alla pura e semplice delocalizzazione, questa oggi è una storia di successo".

Parole magiche

Paul Stubbs, Institute of Economics, Zagabria

Nel pomeriggio, è Paul Stubbs, sociologo inglese che vive e lavora a Zagabria ("diviso tra attivismo, analisi sociale e consulenza"), a criticare la categoria dello sviluppo locale "che non può essere considerato come una panacea per risolvere tutte le problematiche che attraversano la regione, dal nazionalismo autoritario al neoliberismo". Stubbs, che nota come questa sia oggi una "parola magica" che sta sostituendo la categoria, più in voga negli anni passati, di "società civile", ne passa in rassegna criticamente la nozione a partire dai suoi lavori sullo sviluppo di comunità in Croazia. Per il sociologo, che nella presentazione si avvale della cosmogonia di George Lucas, le "forze oscure", vincoli concreti posti allo sviluppo locale nella regione, sono gli scenari post-industriali (la dialettica tra "zone di inclusione ed esclusione"), le forzate migrazioni di massa (rivoluzioni demografiche), la struttura patriarcale delle società e l'occupazione delle istituzioni (da parte degli agenti del cosiddetto "clientelismo democratico", su cui v. infra). Lo sviluppo locale si può mescolare virtuosamente con il percorso di integrazione europea ("Che la EUforia sia con voi") vera e propria carota per il cambiamento progressivo, attraverso politiche regionali, sussidiarietà e fondi strutturali, grazie anche al ruolo che può essere svolto dall'Europa delle Regioni e dalla cooperazione transfrontaliera (Inter-Reg), così come dall'Europa "dei cittadini" e "dal basso". Stubbs sottolinea anche la possibilità di nuove partnership e possibili alleanze insospettate, citando sue positive esperienze di collaborazione con attori multinazionali o istituzioni finanziarie internazionali (Coca Cola e Unicredito) e soprattutto, per quanto riguarda gli attori locali, con l'unica classe di persone mai presa in considerazione dai programmi cosiddetti di sostegno alla società civile, cioè gli uomini tra i 21 e i 45 anni (i veterani di guerra). Gli aspetti controversi attengono invece alla stessa natura del percorso di integrazione europeo che, (v. Borocz e Kovacs), assume le forme di progetto post coloniale laddove il centro non può essere messo in discussione dalle periferie, riproducendo relazioni di potere asimmetriche. Allo stesso tempo, sottolinea Stubbs, l'Europa non è "l'unico show in città", ma si mescola con il lavoro di una molteplicità di altre agenzie e di attori preposti all'implementazione dei progetti ("ditte subappaltatrici") che possono creare caos invece di presentare incentivi chiari. Il paradosso relativo al quadro locale è che la politica è governata dal cosiddetto "clientelismo tecnocratico", cioè un governo di esperti e tecniche mescolate a pratiche clientelari: "Non c'è spazio pubblico, ma nuove forme di autorità carismatiche, il sindaco e il leader dell'agenzia internazionale, che hanno sostituito le forme della burocrazia weberiana. Se il sindaco e l'agenzia internazionale si intendono bene, le cose possono funzionare, ma dove sono lo spazio pubblico e il controllo?" Stubbs, che propone poi diverse definizioni di comunità, passa infine in rassegna critica la categoria dell'eguaglianza, concludendo amaramente sulla sostituzione di pratiche e motivazioni locali con forme di ingegneria sociale indotte dalle condizionalità dell'aiuto internazionale (il cosiddetto "aiuto inutile", v. Ellerman), e registrando che spesso i progetti di sviluppo locale hanno premiato chi aveva già risorse per agire.

Economia solidale

Risto Karajkov, Università di Bologna, corrispondente di Osservatorio sui Balcani, presenta dopo Stubbs un caso concreto, quello della riforma del governo locale in Macedonia a partire dagli Accordi di Ohrid (2001) che hanno posto fine alla guerra in quel Paese. Secondo Karajkov, le zone grigie che si estendono sul piano di decentramento sono le disparità socio economiche tra comunità rurali ed urbane - e tra Skopje e tutte le altre - una dipendenza dai trasferimenti del governo centrale e l'arbitrarietà nella distribuzione delle risorse a livello locale. Queste zone grigie si legano ad una realtà di disoccupazione strutturale e di lungo corso fuori dalla capitale; ad un sostegno finanziario alle imprese "non accessibile" nella pratica, nonostante la teoria dei programmi internazionali, combinate con caratteristiche locali di scarsa propensione all'autoimprenditorialità e persino all'associazionismo. Francesco Terreri, della Confesercenti del Trentino, allarga lo sguardo ricordando le aree impoverite, neofeudali e governate da una borghesia criminale fuori dai Balcani ma dentro la UE. Terreri sottolinea poi l'importanza (in Italia come nei Balcani) delle pratiche locali di condivisione dei saperi e di cooperazione/competizione (distretti industriali o anche del terziario) e il potenziale ruolo della microfinanza in un'area, quella balcanica, nella quale l'esclusione finanziaria "resta elevata", anche perché restano inespresse risorse economiche fondamentali quali le rimesse degli emigrati. Ragionando sulla separazione tra economia e solidarietà (perché non "economia solidale?", Terreri si interroga poi sul ruolo delle nostre banche nell'area: "L'obiettivo è quello di rastrellare risorse o di essere anche banche di sviluppo? In quel caso, con quali pratiche e conoscenza del territorio?"

Fiducia e capitale sociale

Bruno Dallago, dell'Università di Trento e membro del Comitato Scientifico di Osservatorio, riprende il tema dei distretti industriali rilevandone la sostanziale assenza nella regione: "Solo in Ungheria ad esempio ne sono registrati 33, ma non hanno niente a che fare con quelli che noi definiamo distretti", sottolineando invece la presenza di forme di "imprenditorialità etnica", citando i casi della minoranza ungherese o tedesca in Romania. "Mancano l'elemento per noi fondamentale del 'capitale sociale' e quello della fiducia", conclude il prof. Dallago, augurandosi che l'arrivo di banche occidentali possa aiutare a ricostituire proprio la fiducia nel sistema finanziario - dopo i drammatici espropri degli anni passati - senza la quale il sistema non può funzionare. Per Wainer Stagnini, direttore delle Coop a Zagabria, gli imprenditori italiani e dei Paesi balcanici stanno ormai affrontando gli stessi problemi, confrontandosi con la delocalizzazione violenta e i flussi globali delle merci. Gianlorenzo Martini, per la Regione Veneto, Claudio Beni, Regione Piemonte, e Andrea Cioncolini, Regione Toscana, hanno infine ricordato il lavoro svolto dai rispettivi enti nell'area balcanica e le problematiche incontrate.

Nell'ultima giornata, coordinata da Tonino Perna, dell'Università di Messina e membro del Comitato Scientifico di Osservatorio, Mario Zucconi (Università di Princeton), Mario Holzner, dell'Istituto per gli Studi Economici Internazionali di Vienna, e Francesco Strazzari dell'Università di Amsterdam, hanno descritto la fase attuale del processo di integrazione europea dei Balcani, mentre Lorenzo Dellai, Presidente della Provincia Autonoma di Trento, e Alessandro Profumo, Amministratore Delegato di Unicredito, hanno evidenziato il ruolo delle istituzioni e delle imprese tra cooperazione comunitaria e processi di internazionalizzazione economica (per gli interventi della seconda giornata e per una ricognizione accurata di tutta la discussione vai a: I video degli interventi)


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