Partigiano quasi per caso, poi diplomatico e giornalista. In libreria l'autobiografia di Bato Tomašević. Non solo il racconto di una vita intensa e turbinosa ma un affresco delle tre Jugoslavie che si sono succedute in meno di un secolo. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

29/05/2009 -  Anonymous User

Di Vittorio Filippi

Il titolo non tragga in inganno: non è questa una storia del Montenegro, anche se il suo titolo originario - Orlov krs, la roccia dell'aquila - rimanda al luogo migliore per ammirare il panorama di Cetinje, la vecchia capitale montenegrina. Piuttosto è la lunga e movimentata autobiografia di Bato Tomašević che attraversa e fora, come una specie di macchina del tempo, il diaframma di tre periodi storici diversissimi. Corrispondono alle tre Jugoslavie che con tanta, troppa rapidità si sono succedute nel Novecento: la prima, quella monarchica distrutta con facilità dall'attacco italo-tedesco del 1941; la seconda, quella socialista del Maresciallo Tito; la terza, quella rimasta dopo la disgregazione violenta degli anni Novanta e che raggruppò (per poco) Serbia e Montenegro.

Lo scenario iniziale descritto dall'autore - che è nato nel 1929 - è appunto ambientato nel Regno di Jugoslavia, già segnato dalle incomprensioni tra i popoli che pure lo costituivano. E dalla violenza, il fil rouge che attraversa i decenni. Non è un caso che l'autobiografia parta con l'assassinio del re Alessandro nel 1934 effettuato per mano ustasa, cioè dei nazionalisti croati.

Il padre dell'autore, per sfuggire ad un'esistenza contadina e precaria, emigra nel Kosovo ormai liberato dai beg, i grandi proprietari turchi, ed entra nella polizia del costituendo Regno dei serbi, dei croati e degli sloveni. Lì tocca con mano l'ostilità esistente tra serbi ed albanesi e percepisce anche tutta la fragilità dell'architettura statuale della Jugoslavia monarchica, dove i partiti erano su base etnica (a parte i comunisti, al bando e perseguitati).

La guerra fa da detonatore di una miriade di eventi dolorosi e violenti. Inizia l'occupazione italiana, che all'inizio venne sperata "morbida" dato che la regina Elena era montenegrina pure lei. Non sarà così: il generale Pirzio Biroli, governatore del Montenegro, ordinerà rappresaglie non dissimili da quelle tedesche: dieci ostaggi fucilati per ogni soldato italiano ucciso, cinquanta per ogni ufficiale.

Si sviluppa il movimento partigiano, di cui diverrà presto una leader Stana, la sorella dell'autore, con gran dolore del padre, poliziotto decisamente anticomunista. D'altro canto la guerra è un gorgo che obbliga a scegliere, a prendere posizione. Anzi, è proprio il padre a finire in carcere per non aver accettato di essere un collaborazionista, e lì conoscerà una "vita a termine" fatta di finte fucilazioni notturne.

L'autore stesso diventa "partigiano per caso" quando - volendo incontrare la sorella Stana - viene creduto volontario e "arruolato" con tanto di partizanka con la stella rossa in testa.

Con il crollo dell'8 settembre, si fa più dura la repressione tedesca, accompagnata dalla violenza dei cetnici dalle lunghe barbe. Ma si avvicina anche, in una spirale di lotte e di miseria, l'offensiva partigiana ed alleata. L'autore entra nella nascente polizia politica, l'Ozna, con il compito di identificare i "nemici del popolo". E con tale ruolo va nella Belgrado del dopoguerra dove negli anni Sessanta entra al ministero degli Esteri ed inizia a studiare all'università giornalismo e scienze diplomatiche.

Studia inglese - una lingua allora sospettosamente "borghese" - e vince una borsa di studio in Gran Bretagna.

Qui l'autore trova la futura moglie ma anche una scelta radicale di vita, dato che dovrà lasciare la diplomazia: così stabilisce la legge in caso di matrimonio con stranieri. Comunque a Belgrado il mondo dei nascenti mass media li assorbe entrambi: lei come annunciatrice di lingua inglese, lui all'istituto che cura le pubblicazioni in lingua straniera delle varie Repubbliche. Il passo successivo è quello di lanciare una immagine internazionale nuova del paese attraverso la Jugoslovenska Revija e qui iniziano i confronti (e gli scontri) con la parte più conservatrice e dogmatica dell'establishment. 1980, muore Tito e il paese - nella morsa della crisi economica - si avvia sulla strada della disintegrazione. Una disintegrazione che trova nello sciovinismo e nel nazionalismo i percussori necessari e nel controllo dei media gli strumenti della manipolazione dell'opinione pubblica. Una manipolazione tutto sommato facile da realizzare, dato che - paradossalmente - non esiste una televisione panjugoslava: ci sono otto canali gestiti dalle sei Repubbliche e dalle due regioni speciali. Il premier federale Ante Marković promuove l'idea di un canale federale finalmente obiettivo e unitario: si chiamerà Yutel. L'autore ne sarà il direttore generale e le forze armate forniranno le attrezzature da disporre sul territorio nazionale.

Ma l'esercito nicchia, di fatto sabota l'iniziativa. Per trasmettere, occorre cercare l'appoggio delle varie televisioni repubblicane, in attesa di un canale satellitare. A fine ottobre 1990 da Sarajevo parte il primo telegiornale di Yutel, ma Croazia e Serbia creano ostacoli, pur accettando di trasmettere qualche mese dopo. Iniziano - per Tomašević - le minacce dei nazionalisti e le persecuzioni giudiziarie con l'accusa di aver danneggiato il "patrimonio della Repubblica Serba" durante la ristrutturazione della sede belgradese di Yutel.

Ormai è la guerra: l'unica è fuggire in Italia, mentre i ripetitori vengono presi a cannonate e Yutel - l'unica televisione veramente jugoslava - nel maggio 1992 chiude: è durata solo un anno e mezzo.

Passa qualche anno e il nostro ritorna nella Belgrado degli anni Novanta, impoverita ed isolata. E' la Belgrado che subisce l'attacco aereo della NATO risuscitando, nell'autore, i tristi sentimenti del 1941, l'anno dei bombardamenti tedeschi sulla capitale. Nel 2000 il regime di Milošević cade. Il nostro protagonista - obbligato da problemi di salute ad un lungo periodo di convalescenza, raccoglie i ricordi della vita sua e della sua famiglia. Ne esce un libro di memorie, da presentare a Cetinje e a Belgrado. Ma nel teatro dell'antica capitale montenegrina vive tante, troppe emozioni: un attacco di cuore lo obbliga al ricovero in ospedale, assistito dall'amata moglie.

Il libro si chiude qui. L'autore, che oggi vive a Exeter, in Gran Bretagna, non ha solo raccontato la sua vita, peraltro intensa e turbinosa. In realtà offre - in circa 550 pagine - un grande affresco delle tre Jugoslavie che si sono succedute in meno di un secolo. Spesso la storia della convivenza di tanti popoli così diversi ha assunto una dinamica simile a quella di due innamorati che provano e riprovano a stare insieme, anche se ogni volta non funziona. Anzi, il finale è addirittura tragico.

La lettura dell'autobiografia di Tomašević - al di là di un titolo forse riduttivo e generico - è piacevole ed avvincente, supportata da note a fine capitolo che aiutano anche linguisticamente a comprendere le specificità storiche richiamate. Il libro, inoltre, esprime valutazioni serene e corrette su di un mondo in cui, spesso, sono facili i toni esasperati e sanguigni. Emerge tutta la complessità del crogiuolo balcanico, la sua ricchezza culturale che diventa perfino "eccesso" di storia e di eventi. Ciò complica la comprensione di quest'area magmatica, perennemente in bilico su di una faglia storica profonda foriera di continui terremoti.

Proprio per questo il libro è un ottimo contributo per comprendere ed anche amare una terra a noi vicinissima ma poco conosciuta e perfino temuta per la sua complessità, che invece è ricchezza da scoprire ed apprezzare.


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