Il racconto di un viaggio da Trieste a Bihać. Alla riconquista del tempo che la malattia ha rubato, e delle sensazioni che la frenesia cancella. Paolo Vittone racconta il suo cammino e insieme riflette sul rapporto con le terre attraversate. Morirà pochi mesi dopo, lasciandoci questo libro che è anche una favola

23/03/2010 -  Mauro Cereghini

La lumaca e il tamburo è un titolo che già da sé incuriosisce. Ma ancora di più mi attrae il sottotitolo: Favola di un viaggio alla riconquista del tempo. Come fa a chiamarsi favola il racconto dell’ultimo viaggio a piedi di un uomo morente? Cosa c’è di fiabesco nei pensieri di chi cammina con addosso un tumore, dopo “mesi a letto, tra dolori e punti di sutura, con sonde e cateteri in ogni pertugio”?

Eppure è questo il libro di Paolo Vittone, uscito ora per Infinito Edizioni a sei mesi dalla sua morte. Il racconto quasi incantato di un uomo di città – Paolo era di Sesto San Giovanni, e ha vissuto a Milano lavorando per la storica Radio Popolare – che scopre il mare di Trieste insieme ai boschi dell’entroterra sloveno e croato. Pagine che descrivono colori e suoni con l’emozione di un bambino: “Profuma di buono, sapone di Marsiglia e terra, l’anziana contadina che mi indica il sentiero”. E più in là “Guardo le nuvole, mi sdraio nel prato. Era da anni che non lo facevo”.

Il viaggio, nella primavera 2008, parte dal molo Audace di Trieste, attracco storico di una città simbolo dell’intreccio culturale fra Mediterraneo e mitteleuropa. E si conclude a Bihać, Bosnia nord occidentale, tra i minareti di un islam europeo affiancatisi nei secoli ai campanili delle chiese ortodosse e cattoliche. Ma si potrebbe dire che il viaggio è quello della vita intera di Paolo, dei suoi reportage dai fronti di guerra come dei suoi impegni umanitari da sindacalista e volontario, fino alle estati da ragazzino sulla costa dalmata. E’ un viaggio per ritornare sui propri passi, riprendersi i ricordi e non lasciarsi schiacciare dal male. Alla riconquista del tempo, appunto.

C’è un passaggio in particolare, già in una delle prime tappe, dove questa riconquista emerge prepotente e poetica: “E’ un luogo comune che camminare sia un modo per distrarsi. Nulla di più falso. A ogni passo che faccio i pensieri si fanno più profondi […]. Non c’è modo di sfuggire al proprio sentire, quando si cammina: ci si tuffa dentro fino in fondo, fino a piangere, se capita. La distrazione è piuttosto la quotidianità ossessiva, il ritmo esasperato degli impegni, il fare invece che l’ascoltare”. Sarà un pensiero retorico, ma la malattia offre a volte l’occasione per uno sguardo di verità su di sé. Così in genere ogni rottura della routine, e così anche un viaggio.

L’autore si fa accompagnare per alcuni tratti da un’amica, Elisa Iussig, che illustra il percorso con i disegni riportati nel libro. All’estremo opposto, lei ha con sé la vita, una bambina che nascerà di lì a qualche mese. A farli incontrare è stato Paolo Rumiz, autore anche dell’introduzione. E si può dire che il libro abbia un debito con lui, con i suoi viaggi ed il suo stile nel raccontarli. Oltre che forse con la suggestione per Trieste, di cui l’autore si innamora tanto da trasferirsi lì per l’ultimo tempo della sua vita. Trieste, “Mare indolente sotto un cielo opalino, parole in dialetto, vocaboli in sloveno e croato e diversa gente che chiama ancora il vento per nome”.

Ugualmente si coglie nei vari, brevi capitoli lo sguardo benevolo per le terre attraversate. Alcune scoperte solo ora, come le zone a cavallo tra Slovenia e Croazia, altre già frequentate in passato. Si alterna lo sguardo del viaggiatore ammirato – “intorno vedevo i boschi venir giù a cascata dalle montagne” – con quello indagatore del giornalista, che è pur sempre il suo mestiere. Così dei lindi paesaggi sloveni coglie anche la parte meno presentabile: “Tutta questa formalità sembra celare una cattiva coscienza, dai bordelli raffinati che lavorano tutto l’anno a pieno ritmo alle sale da gioco, che spesso sono poi la stessa cosa”. Nei villaggi croati uno sguardo ai muri delle case gli basta per inquadrare il grado di nazionalismo locale. E le soste ai bar o nelle pensioni sono sempre occasione per osservare silenzioso la gente che incontra.

Infine la Bosnia, “Terra mista di propria natura, stracciata dai grandi condottieri e dai nazionalisti ottusi, ricucita dalla gente con amore”. Entrandoci Paolo quasi rinasce, supera la sensazione fredda di conflitto ancora aperto respirata nella krajina croata, ospite di una famiglia serba tornata dopo la guerra. A Bihać ritrova la parola libera, il saluto, il caffè turco, perfino una certa aria di mare. “In duecento metri di Bosnia ho conosciuto più persone che in tutto il viaggio attraverso Slovenia e Croazia”. Potenza di un paese meticcio, o forse solo effetto dei ricordi personali, che qui si fanno più intensi. In terra bosniaca molti anche dall’Italia si sono confrontati in prima persona con il dolore, con la follia della violenza, con i legami intensi e unici che crea l’eccezionalità della guerra.

Il libro di Paolo è forse anche l’accenno di un bilancio, quindici anni dopo. Nel suo sottofondo sta l’interrogarsi su cosa abbiamo imparato e cosa invece è andato perso di quelle lezioni, su quanto sia stato compreso il significato dirompente del compromettersi, del mettersi in mezzo anziché tifare. Un interrogativo che in diversi, me compreso, pensiamo sia davvero il tempo di porre prima che la memoria si perda. Perché altrimenti ci ritroveremo di nuovo in futuro al punto di partenza del pacifismo ideologico. “Prima decidere sommariamente da che parte stai – riflette con amarezza Paolo – poi ragionarci sopra con il solo obiettivo di trovare conferme alle proprie idee, alla propria posizione […]. Filo-serbi, filo-croati, filo-albanesi, filo-musulmani e chi stava fuori dagli schemi ce lo si infilava di forza. Non siamo insomma affatto esenti dalla malattia idiota dell’appartenenza”.

Il libro è anche una testimonianza controcorrente, di chi ha cercato di comprendere con la propria testa senza farsi incasellare. E’ un’altra visione, come altro è il mezzo prevalente nel viaggio, il camminare. Rompere gli schemi cioè: il malato che fa lo sportivo, il turista che va a piedi anziché in jeep. Il volontario che cerca di capire invece di giudicare. E’ l’amore riscoperto per la terra, per il mare, per la materialità delle cose che vince sulla vita virtuale. Riconquista dello spazio, oltre che del tempo, senza farsi chiusura nazionalistica di parte. “Quando si ama un luogo, così come quando si ama una persona, non ci si chiede come possederlo, come controllarlo, ma piuttosto come appartenergli”. Sono le ultime righe del libro. Una favola, ma anche una storia vera.


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