“Cirkus Columbia” è un film, firmato da Danis Tanović, presentato alla Mostra di Venezia 2010. Ma prima ancora è un romanzo di Ivica Djikić, tradotto in Italia da Zandonai nel 2008. Recensione pubblicata in collaborazione con Il Gioco degli Specchi

20/01/2014 -  Silvia Camilotti

Non sempre le quarte di copertina spiccano per originalità e per la capacità di cogliere appieno il senso del romanzo che sintetizzano. In quella di Cirkus Columbia, al contrario, leggiamo: “Epopea grottesca e satira corrosiva della “rinascita croata” degli anni novanta, questo racconto a più voci esprime tutta la potenza simbolica di un estro narrativo che, in accordo con la migliore tradizione letteraria balcanica, preferisce il rovescio del mondo al suo diritto”.

Il romanzo breve, o racconto lungo, del giovane scrittore croato, nell’alternanza di sorrisi e drammi intreccia le storie di uomini e donne di un borgo della Bosnia, dove tutto ciò che accade fa notizia, visto che solitamente non accade nulla (perlomeno, prima della guerra). Motivo di mormorio nel paese è il ritorno, alla fine della guerra e dopo venticinque anni in Germania, di un emigrante arricchito, Divko Buntić, con la seconda moglie (la prima è ancora in paese dove vive con il loro figlio, Martin) e il gattone Bonny.

La scomparsa dell’affezionatissimo felino è il secondo grande evento, dopo il ritorno di Divko, che sconquassa la tranquilla vita di paese, soprattutto perché il suo disperato padrone prevede una ricca ricompensa per chi gli riporterà il suo Bonny.

Nelle pagine di diario che il testo include, un diario redatto da un adolescente tra il 1991 e il 1995, si respirano venti di guerra, che presto si concretizzerà anche nel borgo a danno inizialmente della sua popolazione serba. In quelle pagine, come in altri testi che raccontano il conflitto balcanico, la consapevolezza della diversità tra persone che si sentivano “in tutto e per tutto uguali” (p.44) coglie di sorpresa molti.

La guerra, che, ancora una volta fa leva sulla esasperazione di presunte differenze “etniche” che giustificano deportazioni e stragi, appare un evento inatteso, che coglie impreparati, sebbene la sua tragicità venga attenuata dall’atteggiamento disincantato dell’io narrante: “La guerra cominciò durante l’ora di storia dell’arte. Entrò nella nostra classe verso le otto di quella tetra mattina, era un po’ nervosa e le mani le tremavano leggermente. Aveva le sembianze del preside del nostro liceo Stank Rubić e disse così: ‘Cari studenti, a giudicare da tutti i sintomi, la guerra è cominciata anche da noi. Cercate di raggiungere con precauzione le vostre case, poi vi faremo sapere quando sarà il caso di ritornare sui banchi. Arrivederci!’.

Poi la guerra si propagò anche nelle altre classi e in breve tempo raggiungemmo tutti le nostra abitazioni, seri e silenziosi. Era il 2 aprile 1992. E nei banchi non ci tornammo fino all’inizio del nuovo anno scolastico, e io quel 1992 lo ricorderò sempre come l’unico anno della mia carriera scolastica in cui non venni rimandato in matematica. Da ciò si potrebbe dedurre che una guerra può portare anche qualcosa di buono. Cominciarono a cadere le granate e noi ad aver paura. Questo più o meno un mese dopo” (pp.43-44).

Non sono solo la cifra stilistica e le scelte di contenuto a rendere frizzante un testo che mostra dall’interno cosa significhi guerra. E' anche l'alternanza nella narrazione tra la terza persona, il diario del giovane adolescente che svela il "rovescio del mondo", e le lettere che Martin – disertore prima a Zagabria e poi fuggito in Canada – scritte all’unico uomo di cui nutre fiducia, l’ex sindaco del paese, a rendere originale Cirkus Columbia.

A ciascuna voce narrante corrisponde un punto di vista che svela un pezzetto del puzzle delle vite dei personaggi. Ad esempio, in una lettera spedita da Zagabria e datata maggio 1993, Martin osserva con amarezza la degenerazione intorno a lui: “Tutto è diventato ancora più stupido e insensato del solito e la città si comportava come se avesse deciso di godere fino in fondo della propria stupidità e insensatezza: ciascuno sembrava credere coscienziosamente a ogni diceria e diffondeva chiacchiere e maldicenze con determinazione e ostinazione senza precedenti, prestava assoluta fiducia alle teorie dei complotti e delle congiure e ne arricchiva spontaneamente il contenuto con sempre nuovi particolari convincendosi caparbiamente del fatto che solo a noi fosse toccato il ruolo delle vittime. Chiunque osasse pronunciare anche una sola parola di dissenso rispetto all’imbecillità dominante veniva offeso e umiliato. Come Lei, del resto, sa bene. Naturalmente io non sentivo in me alcun desiderio di morire o di uccidere, tuttavia credo di essermene andato proprio perché volevo fuggire innanzitutto da quella comunità alienata e dall’incommensurabile e impenetrabile stupidità. Ma forse si è rivelato solo un tentativo velleitario” (pp.71-72).

Le lettere di Martin tracciano un pezzo della diaspora balcanica, che nel suo caso vedrà come ultima meta il Canada: “Mi trovo in questa mia nuova terra soltanto da sette giorni e non sono riuscito ancora a percepire niente di significativo, se si esclude il freddo che è davvero indescrivibile […] Quando tutto si sarà stabilizzato e quando mi ritroverò solo con me stesso, subentrerà l’assalto della nostalgia, lo so. È una sensazione che comincio già ad avvertire” (p.82).

Potremmo chiederci: che cosa c’entra il circo in tutto questo? È un leit motiv che ritorna nel testo, talvolta solo con un veloce riferimento, (la seconda moglie di Divko si era innamorata, da giovane, di un uomo del circo, cosa che creò rottura con la sua famiglia e l’avrebbe condannata alla povertà e alla solitudine, se non fosse poi stato per il matrimonio con Divko, rivelatosi comunque infelice per entrambi) altre volte irrompendo e segnando gli eventi. A questo proposito, l’arrivo del circo in paese diventa una vera ossessione per Divko, che non trova alcun senso nella sua e altrui esistenza, se non quando ruota seduto in un seggiolino della giostra, fino alla fine dei suoi giorni. È un’immagine surreale, quella del circo, uno stratagemma ingegnoso che dà corpo a quella componente assurda dell’esistenza, forse l’unica in cui si può trovare rifugio quando si vivono drammi individuali e collettivi, a cui il testo di Ivica Djikić dà sarcasticamente voce.

“Cirkus Columbia” è ora anche un film, firmato da Danis Tanović, presentato alla Mostra di Venezia 2010 all’interno delle Giornate degli autori.


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