Osservatorio ha incontrato Grigory Shvedov, direttore di 'Caucasian Knot', centro di informazione che si occupa della regione, per parlare di libertà dei media, del ruolo delle organizzazioni internazionali nel Caucaso e del suo portale

14/05/2009 -  Giorgio Comai Mosca

Quali sono le origini di Caucasian Knot?

Circa otto anni fa, l'organizzazione internazionale per i diritti umani Memorial con sede a Mosca ha deciso di iniziare a sviluppare una risorsa che potesse fornire informazioni sul Caucaso. Da allora, le cose sono cambiate significativamente. Caucasian Knot non si occupa più unicamente di diritti umani, ed è diventata a tutti gli effetti una fonte di notizie professionale.

Quali sono i vostri obiettivi principali?

Essere una fonte di notizie professionale e fornire informazione indipendente è il nostro obiettivo. Non abbiamo altre "missioni" o altri fini. Siamo una fonte di notizie indipendente che pubblica informazioni riguardo a fatti realmente accaduti ed analisi riguardanti le 19 regioni che copriamo, inclusi i territori non riconosciuti del Caucaso meridionale e tutte le regioni vicine al Caucaso.

Naturalmente non abbiamo nessuna "lista nera" di persone o temi di cui non parlare come hanno la maggior parte dei media locali e nazionali operanti nella regione. Pubblichiamo storie riguardo a molti eventi basandoci sulla nostra stessa rete di corrispondenti presenti sul territorio e non riprendendole da altri media.

Immagino che molti dei vostri collaboratori a Caucasian Knot debbano affrontare spesso difficoltà con le autorità. Quali problemi incontrate più frequentemente?

I nostri corrispondenti devono affrontare quotidianamente pressioni di diverso tipo. Ma questo non è qualcosa di speciale che abbiamo a Caucasian Knot, è qualcosa che riguarda qualsiasi edizione che cerchi di lavorare basandosi su standard internazionali di giornalismo e sull'etica professionale.

Può fare qualche esempio?

Non mi piace andare in giro a raccontare quanto la nostra vita è difficile. Sono sicuro che i nostri lettori, leggendo il tipo di informazione che noi pubblichiamo e sapendo che alcune delle nostre notizie non verrebbero mai pubblicate su altri media, capiscono perfettamente che incontriamo difficoltà e pressioni di diverso tipo.

Siamo solo normali giornalisti che cercano di rimanere fedeli a standard internazionali di giornalismo. I nostri corrispondenti cercano di scrivere come è la vita vera nelle regioni di cui ci occupiamo e per questo ci vuole coraggio. Purtroppo, negli ultimi anni il Caucaso meridionale è diventato anche più pericoloso di quello settentrionale per chi fa questo lavoro.

Penso che non sia certo un segreto che qualsiasi giornalista che cerchi di lavorare professionalmente nello spazio post-sovietico, nel medio-oriente, in Cina o in molti altri paesi debba affrontare serie difficoltà.

Che tipo di lettori ha Caucasian Knot?

Non vogliamo raccontare della loro vita alle persone che vivono nel Caucaso, scriviamo soprattutto per persone che vivono fuori dal Caucaso, in Russia ed in altri paesi, inclusa l'Europa Occidentale e gli Stati Uniti. Un altro grosso gruppo di lettori viene dal medio oriente, nonostante il fatto che non pubblichiamo in arabo. E naturalmente abbiamo molti lettori dai paesi dell'ex Unione Sovietica.

Avete molti lettori nel Caucaso?

Secondo le statistiche, il numero dei nostri lettori nel Caucaso sta crescendo rapidamente. Naturalmente abbiamo meno lettori dall'Ossezia del Sud che dall'Azerbaijan o dalla regione di Rostov. Ma in ognuna di queste regioni ci visita una percentuale significativa di utenti internet che cercano informazioni relative alla politica. Secondo dati raccolti dal Levada Center un centro indipendente che si occupa di ricerche sull'opinione pubblica con sede a Mosca gli abitanti della regione hanno un livello di fiducia in Caucasian Knot incomparabile con gli altri media. Per buona parte degli utenti internet del Caucaso, quindi, il nostro nome è sinonimo di informazione attendibile.

Questo è uno dei motivi per cui stiamo sviluppando la nostra strategia in modo da portare informazione alle persone che abitano nella regione. Naturalmente, internet non è diffuso qui come in altre parti del mondo, ma vediamo che il numero di lettori locali è in aumento. Ora diamo la possibilità di commentare i nostri articoli, pubblichiamo fotografie e video che ci mandano lettori presenti nella regione, diamo spazio a blog... questo dà l'opportunità alle élite intellettuali locali, incluso chi non è d'accordo con la linea ufficiale, di scambiarsi e creare informazione.

Lavorate sempre di più come un'agenzia di informazione, ma continuate ad occuparvi di questioni riguardanti il rispetto dei diritti umani e le attività di ONG attive nella regione. Avete contatti con queste organizzazioni? Quale è la situazione per quanto riguarda le ONG nel Caucaso?

Non forniamo solo notizie aggiornate ma anche informazioni pratiche. Sul nostro sito internet è possibile consultare un database con contatti ed alcune informazioni di base riguardo ONG locali, media, autorità, atti legislativi, ecc. Pensiamo che questa parte del nostro lavoro sia importante perché crediamo che questo tipo di iniziative indipendenti siano cruciali per il futuro della regione.

Purtroppo, vediamo che molti attivisti finiscono in prigione, subiscono aggressioni o sono addirittura uccisi. La situazione è molto complicata sia a nord che a sud della catena caucasica. Persino in paesi come la Georgia dove è stato fatto molto per migliorare la situazione, notiamo che in alcuni casi gli attivisti sono perseguiti dalle autorità. È noto che in Armenia ed in Azerbaijan i leader di organizzazioni politiche o di altro genere si trovano in carcere, per non parlare dei territori russi del Caucaso settentrionale.

Come dovrebbe svilupparsi la cooperazione tra organizzazioni locali nel Caucaso e ONG internazionali? Che cosa dovrebbero fare le organizzazioni internazionali per aiutare a migliorare la situazione nel Caucaso in maniera efficace?

C'è bisogno di più sforzi e di maggiore aiuto ma purtroppo negli ultimi anni questo non sta accadendo. Vediamo invece il contrario: l'interesse verso la regione sta diminuendo e vi è meno sostegno, meno strategie per migliorare la situazione. E questo deve essere criticato. L'assenza di informazione e di interesse sono molto pericolosi. Bisogna riconoscere che si potrebbe e si dovrebbe fare molto di più.

Dopo gli eventi di agosto in Ossezia del Sud e in Georgia, non avete riscontrato maggiore attenzione verso la regione?

Beh, più a parole che a fatti. Tutti hanno parlato della necessità di fare qualcosa, ma il tutto si è di solito ridotto ad aiuto finanziario della comunità internazionale alla Georgia e della Russia all'Ossezia del Sud. Questo non è certo quello di cui c'è bisogno, perché in Caucaso vi sono élite corrotte e non democratiche, quindi spesso i soldi non finiscono dove dovrebbero.

Sono stato recentemente in Ossezia del Sud. I donatori occidentali continuano ad usare la stessa strategia che avevano prima della guerra di agosto nonostante questa strategia fosse fallimentare anche prima di allora: offrono aiuti attraverso la Georgia. A Caucasian Knot non parliamo di riconoscimenti o di sovranità, cerchiamo semplicemente di lavorare professionalmente in tutta la regione.

È evidente che è impossibile portare aiuti in Ossezia del Sud passando per la Georgia perché i rappresentanti georgiani semplicemente non possono andare in Ossezia del Sud e quindi tutte le risorse dedicate alla regione semplicemente spariscono in Georgia. Sarebbe come provare a lavorare in Nagorno Karabakh passando dall'Azerbaijan.
Sono stato nella regione di Akhalgori. La situazione lì non è affatto buona...la gente non ha un lavoro né alcuna speranza di ottenerne uno a breve. Non hanno neppure sufficiente cibo ed elettricità, che sono tra i bisogni fondamentali per la vita di tutti i giorni. È proprio in questi casi che vi sarebbe bisogno di aiuto internazionale.

Per quanto riguarda il Caucaso settentrionale, l'Occidente ha chiuso gli occhi e finge di non vedere ciò che sta accadendo in questa regione.

Tutto questo ha luogo nonostante il fatto che la guerra in Ossezia del Sud abbia davvero ottenuto molta attenzione a livello mondiale...

Gli eventi di agosto hanno dimostrato che ciò che sta avendo luogo qui non è un conflitto locale. Ciò che è successo in una piccola area montana del Caucaso ha avuto conseguenze in tutto il mondo, inclusa l'Unione Europea, gli Stati Uniti, la Russia e molti altri paesi. Un conflitto riguardante un territorio così piccolo ha avuto in pratica conseguenze anche maggiori rispetto a ciò che è accaduto qualche mese fa al confine tra Turchia ed Iraq o addirittura l'operazione militare israeliana nella striscia di Gaza. Questi eventi hanno sicuramente ottenuto molta attenzione a livello mondiale, ma forse non tanta quanto il conflitto in Ossezia del Sud. In questi casi la NATO non ha dovuto cambiare la propria agenda e non vi è stato alcun movimento da parte dell'esercito americano, mentre queste cose sono avvenute in seguito al conflitto tra Russia e Georgia in agosto, navi militari americane avevano raggiunto la costa georgiana sul Mar Nero ma non sono state coinvolte in azioni militari.

Lei ha detto che le Organizzazioni internazionali non stanno facendo abbastanza. Che cosa dovrebbero fare?

La cosa fondamentale è tenere separate politica e cooperazione internazionale. Oggi, de facto, così come anche 10 o 16 anni fa, esistono stati non riconosciuti. Bisogna lavorare anche lì, proprio come si opera in altre regioni dove la gente soffre, dove vi è un altissimo livello di disoccupazione, terrorismo, conflitti nazionali, violazioni brutali dei diritti umani, altissima corruzione ed altri fenomeni che si riscontrano nel Caucaso.

Questo non vuol dire che io proponga di riconoscere l'Ossezia del Sud, l'Abkhazia e il Nagorno Karabakh e di smettere di aiutare la Georgia e l'Azerbaijan. Ma ci sono persone in quest'area che hanno bisogno di aiuto ed è qui che bisogna lavorare. Interessi politici o il fatto che la Georgia sia più vicina della Russia all'Occidente sono elementi che non dovrebbero venire considerati.

È stata proprio l'assenza di supporto internazionale, non tanto in termini di aiuti economici quanto a livello di lavoro pratico per ridurre la violenza, che ha portato agli eventi di agosto. Gli eventi di agosto sono la logica continuazione delle politiche legate al concetto di "frozen conflict", conflitto congelato. "Frozen" significa che non sta avvenendo nulla, ma in realtà la situazione sta cambiando molto rapidamente. Ed è per questo che siamo giunti ad un conflitto che ha coinvolto molte più persone delle 40.000 che vivono in quell'area.

Questo approccio non sta cambiando, anche se ci sono situazioni potenzialmente conflittuali. Abbiamo bisogno di una nuova strategia di sviluppo e supporto della società civile nel Caucaso del Sud e del Nord. Dovrebbe includere anche questioni relative ai diritti umani e a problematiche sociali. Ho proposto alcune idee anche in un recente editoriale pubblicato sul Washington Post.

Anche l'Unione Europea, uno dei principali donatori che lavora nella regione, non contribuisce a sufficienza a progetti di questo tipo e non fornisce supporto ai media indipendenti attivi nella regione.

Giornalisti e persone che si occupano di diritti umani nella regione devono affrontare un rischio enorme, ma non trovano sufficiente supporto da parte dei donatori perché non sono in grado di preparare tutti i documenti necessari per ottenere finanziamenti e non superano i loro criteri. I donatori sono spesso interessati in progetti che si presentano bene, ma in realtà la regione ha bisogno di progetti di lungo periodo. Solo una cooperazione a tutto campo tra attori locali e internazionali può davvero fare la differenza nel Caucaso.


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