26/11/2001 - 

Le parole di Valentina del Cric all’interno del dibattito hanno sottolineato bene il bisogno di riflettere sull’agire delle ONG, sul nostro agire quotidiano di operatori come di volontari, e di farlo socializzando le esperienze affinché queste possano arricchire di progettualità il cooperare.

Questa tra l’altro è la ragione prima per cui abbiamo dato vita all’Osservatorio sui Balcani. E credo che tanto nel prologo di ieri sera con le realtà della cooperazione decentrata trentina, quanto in tutta questa giornata di riflessione sia emersa in primo luogo una tensione emotiva che testimonia l’onestà intellettuale del nostro interrogarci. Un ragionare che ha riguardato a tutto campo la “guerra dei dieci anni”, e la straordinaria esperienza di cooperazione e di diplomazia dal basso che in questo decennio ha visto protagoniste la società civile, gli enti locali, le regioni di tutta Italia.

Certamente abbiamo verificato come sia più facile descrivere che proporre, guardare indietro piuttosto che immaginare in avanti, ma è comunque dalla narrazione di quanto accaduto che si deve partire. Eppure anche il raccontare e il capire sono ancora largamente insufficienti, così come su tutta la guerra dei dieci anni non si è riflettuto abbastanza. Tanto che ancor oggi si pensa a quella guerra – ammesso che la si pensi, senza condannarla ad una rapida rimozione – come a qualcosa di arcaico e pre-moderno, anziché come forma contemporanea e post moderna in cui si esplica il processo della globalizzazione all’interno dei Balcani.

E dunque si pensa in genere che la criminalità economica sia qualcosa di residuale, che le mafie siano un fatto di costume e non invece le forme specifiche assunte in quell’area dall’economia finanziarizzata, che il miracolo economico del nord est italiano non abbia nulla a che vedere con la deregolazione nell’est europeo, e che le 7.203 aziende venete presenti in Romania siano una forma diffusa di filantropismo.

Tutt’altro. La vicenda balcanica rappresenta una delle forme più acute e moderne della globalizzazione, parola ormai sulla bocca di tutti anche se molto spesso interpretata attraverso le lenti del passato. Tutti abbiamo infatti la consapevolezza che la globalizzazione cambia gli scenari intorno a noi, ma poi fatichiamo a riconsiderare le nostre categorie di pensiero. Non ci rendiamo conto, così, che proprio il nuovo contesto rende inservibili concetti usati fino a ieri, e che stanno alla base dello stesso diritto internazionale.

Che ne è ad esempio del concetto di autodeterminazione dopo la vicenda jugoslava? Pensiamo davvero che oggi l’emancipazione di un popolo passi dal riconoscimento della propria sovranità statuale? Oppure quale utilità ha ancora il concetto di sviluppo? Di fronte all’era planetaria, alla smaterializzazione dell’economia, una seria critica dello sviluppo ci porta a dire che sono in discussione i vecchi punti cardinali, il nord e il sud in primo luogo: oggi il sud è nel nord ed il nord è nel sud. Gli indicatori tradizionali come il PIL e il reddito pro capite non riescono più a descrivere la situazione reale di paesi dove l’economia informale, illegale e criminale sfuggono ad ogni parametro descrittivo tradizionale. E così non ha più senso parlare di paesi in via di sviluppo, perché in queste aree del pianeta lo sviluppo c’è proprio con i tratti della guerra, dei traffici criminali, della ricostruzione post-bellica distorta e della stessa cooperazione. E’ il binomio arretratezza – modernità che va profondamente ripensato, anche alla luce della descrizione di quei santuari dell’economia finanziarizzata di cui molto si parla oggi. E dunque ecco perché i Balcani rappresentano il paradigma della modernità.

Ma dire queste cose significa anche ripensare in profondità gli approcci con cui interveniamo, nei Balcani come in altre aree del mondo. La cooperazione deve accompagnare lo sviluppo, riproducendo per i paesi considerati arretrati il percorso che ha caratterizzato quelli più “sviluppati”? Dobbiamo cioè accompagnarli verso il nostro modello di sviluppo? O non è forse vero che il nostro modello di sviluppo si nutre dell’esistenza di aree deregolate, “arretrate”, che dunque non sono un incidente da rimuovere bensì l’essenza stessa del nostro modello di sviluppo? Se questo è vero, allora deve cambiare l’approccio di larga parte della cooperazione internazionale: dovremmo cominciare ad esempio a pensare che ogni società ha in sé le risorse, umane e materiali, ambientali e culturali, dalle quali ripartire per disegnare il proprio futuro. E a questo punto, chiederci anche a che servono gli aiuti internazionali.

Nel tempo della miseria della politica è difficile pensare che il mondo della cooperazione possa fare eccezione, tant’è che la progettualità non è più il punto di partenza ma viene sostituita dalla rincorsa ai finanziamenti, ai programmi affidati dalle agenzie internazionali o dai governi nazionali. E le stesse organizzazioni non governative stanno cambiando la loro natura, trasformandosi progressivamente in strumenti operativi della cooperazione governativa o intergovernativa. Questo è un punto che è emerso più volte in questa giornata di riflessione, e che voglio riprendere: se non siamo in grado di esprimere progettualità nelle nostre comunità, qui in Italia, perché mai dovremmo essere in grado di farlo altrove?

Sta qui, nel ruolo di relazione fra comunità, il senso vero e il carattere dirompente e profondamente innovativo della cooperazione decentrata rispetto a quella tradizionale. Non può essere la classica cooperazione allo sviluppo fatta con altri mezzi, ma un modo alternativo di fare cooperazione capace di esprimere quella fantasia sociale di cui parlava Claudio Bazzocchi nel suo studio di caso. Una fantasia che viene dall’incontro fra la ricchezza dei popoli, le loro culture e tradizioni, i loro territori intesi come insieme storico, culturale e politico oltreché ambientale. Dunque l’aiuto, la solidarietà, il dono devono essere intesi in primo luogo come sostegno alla valorizzazione delle risorse locali – di quelle umane in primo luogo – e alla ricostruzione delle capacità andate perdute dentro la degenerazione violenta dei conflitti.

Nel dibattito di oggi è emerso come molto spesso anche la cooperazione decentrata, quando è intesa come semplice cooperazione tradizionale delegata agli enti locali, soffra degli stessi mali della vecchia cooperazione. Nel senso che senza legame sociale, la cooperazione muore o diventa autoreferenziale. Progettualità politica e legame sociale sono i punti di attuale sofferenza nel complesso della solidarietà internazionale con i paesi balcanici. Qui abbiamo cercato di individuarli, e di indicare alcune strade per uscirne: la campagna lanciata con l’appello per l’integrazione dell’area balcanica nell’Unione Europea, l’idea di un’Europa della società civile che dal basso precorra i tempi di un’integrazione che non può essere lasciata alla sola discrezione –e agli interessi– delle cancellerie. Questo impegno per un’integrazione rapida, non improntata a parametri economicisti, dal basso, credo possa rappresentare, assieme all’idea di sviluppo locale e dell’autogoverno, l’orizzonte progettuale del nostro cooperare, di un cooperare coerente. Per essere tale questa azione necessita di un forte legame col territorio, che garantisca sostenibilità ai progetti e responsabilità alla cooperazione. Ciò a partire anche dalla necessità che operatori e volontari impiegati sul campo siano espressione di una comunità in relazione, non figure spaesate o ragazzini alla ricerca di un’esperienza di vita.

L’Osservatorio sui Balcani nasce anche per favorire tutto questo, per stimolare a darci orizzonti progettuali, per richiamare costantemente la sostenibilità del nostro agire e del nostro essere, per risultare uno strumento a servizio di chi opera. E’ un fatto di formazione, di informazione e ricerca, di mappatura su chi, come, dove e perché opera nei Balcani attraverso un data base che già oggi monitora un centinaio di progetti attivi nell’area, di valutazione della sostenibilità dei progetti. Riguardo a quest’ultimo punto ogni anno vorremmo accompagnare in via sperimentale due progetti diversi, prendendo anche in considerazione la proposta emersa dal convegno di un progetto pilota capace di coinvolgere soggetti diversi fra loro. E’ un atto inoltre di messa in relazione di quanto altri luoghi stanno facendo sulla nostra stessa lunghezza d’onda, a conferma dell’imperativo – dettato dal criterio della sostenibilità – di non fare ciò che già altri fanno.

Per promuovere e sostenere, assieme, uno sviluppo umano, democratico e sostenibile nel sud est Europa. Ci auguriamo che anche la giornata di oggi sia servita a muoverci verso questo orizzonte comune.