Tuzla, 11 marzo 2005 (Foto Gughi Fassino)

Il giorno 11 di ogni mese, a Tuzla, la associazione civica "Zene Srebrenice" (Donne di Srebrenica), percorre la città fino alla Piazza della Fontana, in centro, portando i drappi con i nomi dei propri cari scomparsi. E' una nuova Plaza de Mayo, in Europa. Abbiamo incontrato Hajra Catic, una delle portavoci dell'organizzazione

05/04/2005 -  Andrea RossiniLuka Zanoni

Quali sono gli scopi della vostra organizzazione?

Negli ultimi dieci anni ci siamo battute perché si sapesse la verità su quanto accaduto. Ciò significa sapere cos'è accaduto alle 10.000 persone di Srebrenica scomparse, e catturare i criminali di guerra. Naturalmente la cattura dei criminali o il ritrovamento dei corpi non ci possono compensare...

Avete mai ritrovato qualcuno degli scomparsi vivo?

Saremmo felici di poter ritrovare qualcuno in vita, ma questo non è mai accaduto.

Quante sono le persone sepolte nel memoriale di Potocari, presso Srebrenica?

Sino ad ora vi sono 1.400 persone identificate e sepolte presso il memoriale di Potocari. Ci è costato sei anni di dura lotta ottenere un posto dove seppellire i nostri cari. I "Cetnici", i Serbi, pensavano che un piede bosgnacco non avrebbe mai più calcato quella terra. Ovviamente quando ci hanno mandato via gli era stato detto che le nostre case sarebbero divenute loro! Che tutto ciò che abbiamo lasciato quando siamo dovuti andar via sarebbe stato loro! Abbiamo veramente faticato per ottenere questo pezzo di terra, il memoriale, per la sepoltura delle persone identificate.

Quanti sono i ritornanti a Srebrenica?

Oggi i ritornanti, nell'area di Srebrenica, sono circa 3.500 persone. Prima ve ne vivevano 37.000.

Perché la gente non ritorna?

Ci sono molte ragioni. I fondi donati per la ricostruzione delle case sono diminuiti drasticamente. E poi le persone alle quali hanno costruito una casa non possono vivere mangiandosi i muri... Hanno bisogno di un lavoro, una scuola per i bambini. Ci sono anche sopravvissuti che non vogliono riportare nello stesso luogo i loro bambini, obbligati poi a seguire programmi scolastici definiti dalle autorità della Republika Srpska, dove Karadzic è un eroe nazionale e Mladic anche.

Tuzla, 11 marzo 2005 (Foto Gughi Fassino)

Come si può affrontare il problema della disoccupazione?

La nostra organizzazione ha comperato uno stabile per promuovere un progetto un pastificio, ndr che possa permettere almeno a una decina di famiglie di lavorare e sopravvivere. La maggior parte delle famiglie sono costituite esclusivamente da donne e bambini, tutte lasciate senza un uomo. E qui in Bosnia era usanza che l'uomo si occupasse del mantenimento del nucleo familiare. Ora abbiamo contattato delle organizzazioni italiane che mi auguro ci aiutino nel far partire questo progetto. A questo scopo sono stata anche in Italia, attraverso un'associazione di Tuzla che si chiama "Tuzlanska Amica", diretta da una nostra amica, Irfanka Pasagic, ndr. La cosa più importante è che la gente possa vivere del proprio lavoro. Qui è difficile. I Serbi danno lavoro solo ai Serbi ed imprenditori bosgnacchi non hanno aperto nessuna impresa qui. Sono i Serbi invece che stanno acquistando tutte le aziende.

Qual è il rapporto tra chi ritorna e le persone che risiedono attualmente a Srebrenica?

E' difficile per me dirlo, è una questione di statistiche... Sino a qualche anno fa vi erano molti Serbi originari di Sarajevo e Zenica che vivevano nelle nostre case. Ora però la maggior parte se ne è andata. In casa mia viveva un uomo di Sarajevo, ma quando sono tornata se ne è andato. Naturalmente vivere assieme ai Serbi è il nostro destino. Abbiamo vissuto assieme per secoli. Ma personalmente non posso avere alcun rapporto con persone che so coinvolte in crimini di guerra. Li vedo, li incontro. Ad esempio il mio vicino. Spesso gli ricordo che era a Potocari, e che divideva gli uomini dalle donne. Quelli che si è portato via non sono mai tornati. Prima della guerra era un poliziotto, adesso è in pensione. Prima della guerra viveva in una casa di una sola stanza, ma adesso ha una casa a Belgrado. Si chiama M. G., gente come lui si è arricchita con la guerra...

Tuzla, 11 marzo 2005 (Foto Gughi Fassino)

Qual è il vostro giudizio sul Tribunale dell'Aja, e cosa pensate del Tribunale per i crimini di guerra recentemente inaugurato in Bosnia Erzegovina?

L'Aja avrebbe dovuto almeno catturare i pesci grossi, ma non ha fatto neppure quello! No, non siamo certo soddisfatte dei risultati ottenuti sino ad ora dall'Aja, e abbiamo reagito molto negativamente alle sentenze sin qui pronunciate. Ma se non ci si è riusciti in Olanda pensate che ci si possa riuscire qui, in Bosnia Erzegovina? In realtà la Corte bosniaca è stata inaugurata da troppo poco perché si possa dare una valutazione, ma speriamo che siano in grado di lavorare in modo indipendente senza il coinvolgimento della politica.

Come avete giudicato la sentenza Krstic, il comandante dell'esercito serbo bosniaco condannato per genocidio per i fatti di Srebrenica?

Sono rimasta molto delusa dalla sentenza. Delusa perché ha preso pochi anni, soddisfatta invece per il fatto che è stato condannato per genocidio. E' stato importante perché adesso nessuno può dire che non si è trattato di un genocidio.

Rispetto a chi invece ha patteggiato con il Tribunale, come Obrenovic?

Su Obrenovic abbiamo reagito subito. Ho chiesto alla Del Ponte se il patteggiamento avrebbe significato che avrebbe preso gli stessi anni di Biljana Plavsic, condannata ad una pena di 11 anni... Sapete come mi ha risposto? Che noi famiglie non dobbiamo occuparci dell'entità delle pene inflitte ma dovremmo accontentarci di identificare i corpi dei nostri cari, e seppellirli. Al lavoro del Tribunale purtroppo si è mescolata troppe volte la politica.

Alla traduzione ha collaborato Mirella Vukota


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