Melita Richter, sociologa e mediatrice culturale. In questi anni ha seguito numerosi progetti riguardanti il confine tra Italia e Balcani. I protagonisti sono stati ragazze e ragazzi delle scuole superiori. Nostra intervista

11/09/2008 -  Davide Sighele

Si potrebbe dire che lei ha trascorso molto tempo ad attraversare i confini che hanno diviso l'Adriatico settentrionale...

Ho iniziato a viaggiare tra Zagabria e Trieste fin da giovane. Il mio ragazzo era triestino e per tredici anni ho fatto continui viaggi tra queste due città. Il confine tra l'Italia e l'allora Jugoslavia era estremamente propulsivo. Certo, dipendeva anche molto dalle fasi politiche dei rapporti tra i due paesi, ma in generale vi erano molti scambi, le comunicazioni erano fitte, paradossalmente vi erano molti più autobus che collegavano Trieste a Zagabria di quanti ce ne siano adesso.

Ora che il confine si può attraversare senza documenti? Che cosa sta cambiando?
Da questo punto di vista, non percepisco grandi cambiamenti rispetto al passato forse perché, lo ribadisco, questo confine è sempre stato a mio avviso molto permeabile. Nel '76, ad esempio, sono state 40 milioni le persone che lo hanno oltrepassato: 19 milioni con la cosiddetta "propustnica", a seguito degli Accordi di Udine che hanno favorito i movimenti transfrontalieri, e altri 21 milioni con il passaporto.

Il sociologo sloveno Božo Repe ha ben decritto queste masse che arrivavano a Trieste. Ricorda che in occasione della festa della Repubblica, il 29 novembre, arrivavano 250 mila persone in due giorni. Nell'immaginario jugoslavo Trieste è rimasta la città delle compere e innumerevoli vignette e caricature raccontano dei bus in arrivo, degli "scarrozzi" lasciati dietro di sé, dell'arte di occultare la merce per evitare i controlli dei doganieri jugoslavi al rientro.

Oggi tuttavia noto una maggiore apertura culturale, sempre più autori delle nostre parti vengono tradotti. C'è maggiore interesse e nasce uno spazio nuovo che è molto importante.
Sono anni questi in cui Trieste può rivivere e reinterpretare la sua natura multiculturale?
La matrice multiculturale di Trieste è spesso molto sottolineata. E' una matrice storica, importante ma in parte è divenuta anche un mito. Se si va ad analizzare in cosa consiste, si nota che vengono nominati sempre gli stessi autori, di certo importanti. Ma di altri intellettuali che sono stati qui provenienti dall'area balcanica, come Ivo Andrić o Dositej Obradović, che hanno dato molto a Trieste, non si sente mai niente. Purtroppo uno dei motivi è stata la guerra degli anni '90. Tuttavia, rimane il fatto che lo sguardo è sempre stato rivolto a Occidente mentre la cultura dell'est è stata molto marginalizzata.

Ma sento che le cose, come ho già detto, stanno cambiando. Tra le iniziative di rilievo ad esempio l'Alpeadria film festival che porta ogni anno in città molti autori dei vari paesi dell'est europeo; oppure le giornate dedicate a Fulvio Tomizza, con incontri, conferenze, seminari che significativamente si tengono sia a Trieste, che in Slovenia e Croazia. In questo modo, si ricostruisce un territorio nella sua unitarietà - approccio molto presente negli scritti e nella vita stessa di Tomizza - un'area dove è possibile oltrepassare i confini.
Nel 2004 lei ha seguito un progetto per le scuole superiori, incentrato proprio sul tema del confine...

Era intitolato "Raccontami il confine - Pripovedati o meji". Vi hanno preso parte scuole superiori di Gorizia sia slovene che italiane, un liceo di Monfalcone e uno di Nova Gorica, in Slovenia. I ragazzi hanno potuto seguire seminari e poi si sono incontrati tra loro ed hanno prodotto degli elaborati con le loro riflessioni su questo momento storico dell'entrata della Slovenia nell'Unione Europea.

E' stata un'esperienza intensa perché non vi è stato nulla di retorico. Ognuno ha portato i propri pensieri ma anche le proprie preoccupazioni. Ad esempio i ragazzi sloveni non hanno nascosto la paura per uno stato piccolo - la Slovenia - che entrava in una grande Unione Europea: avrebbe mantenuto un certo peso? Sarebbe riuscita a tutelare la propria identità culturale? Sono arrivate molte critiche anche sull'Europa, sul suo futuro, ci si è chiesti se l'Unione è solo economica, se il sogno europeo è un grande bluff... Non sono mancati i ragionamenti sui rapporti tra la comunità italiana e quella slovena e su come superare le innegabili difficoltà ancora esistenti. E la risposta data dai ragazzi è stata quella dell'importanza del contatto e del dialogo.
In alcuni testi emerge in maniera evidente l'identità plurima delle persone che vivono in queste terre. Come è vissuta dai ragazzi? E' percepita come ricchezza o piuttosto come ragione di disorientamento?
L'identità plurima è spesso vissuta dai ragazzi con spaesamento. Affinché ciò non avvenga occorre che l'ambiente culturale più ampio, la scuola in primo luogo, la consideri un valore. Ma non possiamo pensare che la diversità sia automaticamente un valore. Per questo motivo occorre affrontare con i ragazzi questi argomenti, e forse questo ci consentirà di superare divisioni di cui purtroppo sono spesso portatrici le persone più anziane.
E proprio gli anziani sono i protagonisti di un lavoro edito nel 2008, realizzato ancora una volta assieme a ragazze delle scuole superiori...
Il titolo del progetto è significativo: "Da frontiere a ponti". Si intende frontiere e ponti tra paesi ma anche tra generazioni. Grazie a questo progetto promosso dall'ACCRI, un gruppo di studentesse ha intervistato le proprie nonne raccogliendo numerose testimonianze di donne del territorio confinario, sia a Trieste che oltre confine. Una trasmissione di saperi ed esperienze tra anziane e giovani che raramente accade in famiglia e che ha permesso di non perdere un patrimonio prezioso.

Abbiamo raccolto 42 interviste, voci uscite dall'ombra di una storia pesante: dalla Prima guerra mondiale al fascismo, dalla Seconda guerra mondiale agli anni del dopoguerra. Narrazioni ricche di stimoli per l'analisi sia storica che sociologica. Ma ciò che ritengo più importante è che a queste donne, per la prima volta qualcuno ha chiesto qualcosa del loro passato. E' emersa con vividezza la vita di giovani donne, di bambine, di donne innamorate, i loro ideali, le loro letture, i loro matrimoni, gli oggetti che si sono portate appresso nel corso del tempo.
E' stata una sorpresa per lei constatare che queste studentesse riuscivano a raccogliere interviste così articolate e capaci di andare in profondità?
Con un'intervista si instaura un rapporto con l'intervistato. Non è un questionario, non è un mezzo sociologico impersonale. Noi eravamo in una situazione privilegiata: questo rapporto esisteva già. E le nonne si sono sentite stimolate a raccontare alle loro nipoti il proprio vissuto.

Naturalmente ci sono state anche delle autocensure, ci sono certi tratti dove la studentessa annota "la mia nonna non mi ha detto tutto, perché non poteva dire tutto e io non volevo indagare nella piaga del dolore". Ma questo è normale che avvenga.

Occorre aggiungere che è stato importante il lavoro con gli insegnanti, perché sono stati loro a passare dal quadro teorico del progetto al fare in modo che le ragazze instaurassero questo rapporto con le nonne, evitando che il tutto divenisse una drammatica irruzione nelle loro vite.