Dal 1993 al 2000 studiosi italiani e sloveni hanno lavorato alla stesura di un testo sulle relazioni tra i due paesi. Otto anni sono trascorsi, ma il lavoro della Commissione non ha ancora avuto ampia diffusione

22/04/2008 -  Chiara Sighele

Il 27 giugno del 2000 a Udine i 14 membri della Commissione mista adottavano all'unanimità il Rapporto finale congiunto sulle relazioni italo-slovene (1880-1956). Nel suo ultimo libro Il confine scomparso lo storico Raoul Pupo delinea come nacque e quali esiti ebbe la significativa esperienza della Commissione storico culturale italo slovena.

Alla fine degli anni '80, dopo decenni di black-out, a livello nazionale si riaccese l'interesse per la storia del confine italiano orientale, in particolare per quegli avvenimenti che l'avevano tormentato durante la seconda guerra mondiale e nell'immediato dopoguerra. La caduta del comunismo, e il rinnovato approccio da parte dei paesi ex comunisti alla loro storia recente che ne derivò, aprirono un varco nella storiografia, nell'opinione pubblica e nella classe politica italiana alla richiesta di fare i conti con il passato, in particolare con gli eventi delle foibe e dell'esodo istriano-dalmata - fino ad allora rimasta appannaggio di ristretti gruppi all'interno dell'area giuliana.

Respinta la posizione dell'estrema destra che propugnava l'istituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta per individuare, dopo 50 anni, i responsabili delle foibe, venne favorita l'idea che un problema di storia andasse risolto dagli storici, e ci si affidò così ai metodi consolidati dell'incrocio delle fonti e della collaborazione tra studiosi.

"Il 24 settembre 1990 il Consiglio comunale di Trieste...votò...all'unanimità una mozione in cui si chiedeva la costituzione di una Commissione bilaterale italo-jugoslava formata da storici dei due Paesi ed incaricata di far chiarezza sul problema delle foibe. L'idea venne fatta propria dal Governo italiano che avviò di conseguenza i negoziati con quello di Belgrado.", ricorda Pupo. A causa della dissoluzione della Jugoslavia le trattative proseguirono separatamente con Lubiana e con Zagabria. Si giunse così allo scambio di note tra i tre rispettivi ministeri degli Esteri che, nell'ottobre 1993, istituirono le due commissioni miste storico culturali.

La Commissione italo-croata non si riunì mai, pur senza essere mai sciolta. Quella italo-slovena, invece, dopo sette anni di lavoro congiunto, portò a termine il proprio mandato e nel luglio 2000 consegnò le versioni slovena e italiana del testo comune ai rispettivi ministeri degli Esteri.

Il Rapporto finale ebbe tuttavia scarsa diffusione e quasi nessuna delle misure di pubblicizzazione del documento suggerite dai due co-presidenti della Commissione, la prof.ssa Milica Kacin-Wohin e il prof. Giorgio Conetti, fu adottata: nessuna presentazione pubblica ufficiale fu organizzata in sedi universitarie né altrove, gli studi di base non furono pubblicati, al Rapporto non si diede alcuna distribuzione istituzionale nelle scuole secondarie. Nella primavera-estate 2001 il Rapporto fu pubblicato integralmente dai principali quotidiani di Lubiana e Trieste e da alcune riviste storiche friulane e slovene. Unica eccezione editoriale la casa editrice dell'Istituto per la Storia contemporanea di Lubiana, che riunì in un unico volume il testo sloveno, quello italiano e la traduzione in inglese, con prefazione dell'allora Ministro degli esteri sloveno, Dimitrij Rupel

Eppure quei sette anni di collaborazione intensa hanno portato risultati molto positivi, cogliendo di sorpresa tanto i committenti istituzionali - che forse speravano in un congelamento della questione - quanto gli storici coinvolti, che temevano pressioni o a favore di reciproci "compromessi patriottici" o, al contrario, per una "storia ufficiale riconciliatoria".

Soprattutto a livello di metodo, il valore dell'esperienza della Commissione bilaterale è indubbio.
Il dialogo e il reciproco accesso agli archivi sono stati molto facilitati e di questo ne hanno grandemente beneficiato i rapporti tra le due storiografie italiana e slovena, che hanno guadagnato, secondo Pupo, "un'abitudine al confronto ed alla collaborazione assolutamente impensabile sino a pochi anni prima, che può costituire la base ...anche per l'individuazione di più innovative piste d'indagine".

La storia locale al centro della riflessione settennale della Commissione - quella dell'area regionale della Venezia Giulia o dell'Alto Adriatico - assume, in virtù della sua chiara dimensione di storia di frontiera, rilievo nazionale e internazionale e si presta ad essere, con un'efficace espressione di Franco Cecotti dell'IRSML di Trieste, "laboratorio didattico della complessità". L'attività della Commissione ha reso possibile l'emergere di un'evidenza di questa complessità e di una consuetudine al dialogo tra storiografie nazionali diverse. Così, un'esperienza ancora radicata in un'ottica storiografica nazionale - per quanto bilaterale - ha aperto la strada all'esigenza di una storiografia post-nazionale, in consonanza con il percorso di altre storiografie di frontiera europee e con quanto da anni il Consiglio d'Europa va realizzando a favore di una prospettiva storiografica europea.

Negli ultimi anni in Europa va diffondendosi l'idea di basare l'insegnamento della storia su testi scolastici redatti da storici di diverse nazionalità. L'esempio più famoso finora è il manuale di storia franco-tedesco per le scuole superiori lanciato da Schröder e Chirac nel 2006, Histoire - Geschichte , ma sembra destinato a non rimanere un caso isolato: in Grecia l'History Joint Programme ha infatti realizzato un manuale per le scuole superiori del sud-est Europa, tradotto in tutte le lingue dell'area. In Ungheria ci si interroga se sia possibile riuscire ad emulare l'iniziativa franco-tedesca nelle relazioni con Slovacchia e Rumeni ed anche in Italia c'è chi auspica la realizzazione di un manuale italo-sloveno.

Tuttavia, sebbene la riflessione storica sui punti oscuri del passato - in particolare del proprio - sia un passaggio da cui non si può prescindere, il nocciolo della questione sta anche altrove. Nella prefazione il ministro sloveno Rupel afferma: "... Il Rapporto sloveno-italiano relativo al passato è un documento destinato al futuro. Nel suo messaggio vi è la consapevolezza che i contrasti avuti nella storia non devono trasformarsi in discordie del presente e oberare le relazioni del futuro ...".

Come ribadisce Pupo, pur rimanendo necessario procedere su entrambi i piani - passato e futuro - l'ordine di priorità va capovolto. Si deleghi ai soli studiosi l'elaborazione critica del passato. Nella società e nelle istituzioni occorre parlare d'altro: il futuro e l'invenzione di un domani condiviso.


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