passaporto

Passaporto - foto di P.Martino

Damasco. Quando l'autore ci arriva, nel dicembre del 2011, la rivolta contro Bashar Al Assad dura da dieci mesi. In città, sotto lo sguardo onnipresente del dittatore tutto sembra tranquillo, ma al tempo stesso assente e precario. Anche per la storica comunità armena, di nuovo preda del suo destino di cronica insicurezza. Tredicesima puntata del reportage "Dal Caucaso a Beirut"

05/10/2012 -  Paolo Martino

“Motivo della visita?” La sigaretta si consuma lenta, incastrata sul collo del posacenere. “Turismo”. Il doganiere inclina il passaporto, studiandone i riflessi filigranati. “Dove dormi e per quanti giorni?” Bashar al Assad, impettito, incombe da un ritratto che pende alle sue spalle. “All’ostello Al Rabie”. La sigaretta è quasi a metà. “Resto per il week end, lunedì devo tornare in ufficio, a Beirut”. Il permesso annuale libanese per lavoro è aperto sul banco, vicino al posacenere. “Sicuro?” Prima che arrivi la risposta, il timbro batte su pagina undici. La sigaretta, ridotta a un mozzicone, cade nella cenere. “Benvenuto”.

 Il vuoto dà la strada al pieno

detto arabo

La frontiera si snoda su una dorsale desertica, un manto pietroso e giallo che inghiotte la no man's land tra Libano e Siria. Come se il verde denso della valle della Bekaa, distante una manciata di chilometri, fosse arso sulla linea del confine. Un camion riposa a margine della carreggiata, solitario, residuo delle carovane che arrancavano su queste rampe fino a pochi mesi fa. L'unico passaggio di terra tra il Libano e il resto del mondo è ridotto a un silenzioso filo d'asfalto, battuto solo dal vento delle brutte notizie. Una gigantografia del presidente dà il benvenuto: “La Siria unita appartiene solo ai siriani”. All'ombra del cartellone, un pastore dà da mangiare al suo cane.

Damasco è annunciata dai palazzi in stile sovietico, argini del deserto, testimoni austeri e indelebili dell'alleanza che legò la Siria al Cremlino fino al crollo del blocco comunista. Sforzo invano e reiterato dei regimi di legare la loro longevità a quella del cemento. Il taxi sfila sotto i blocchi, percorrendo in velocità gli svincoli e le rotonde che in altri tempi costavano ore di traffico, mentre una atmosfera di imminenza sembra incombere su ogni cosa. Negozi, semafori, pedoni sui marciapiedi: tutto è al suo posto, eppure è in qualche modo distante, precario, assente. In fondo a un viale a due corsie la statua equestre di Salah ed Din fa da guardia all'ingresso della città vecchia.

Dal mio diario. 9 dicembre. 

Tra i vicoli protettivi dell'antica Damasco, custode di una civiltà urbana più antica dell'Italia dei Comuni, la ripetizione martellante del ritratto di Bashar Al Assad è antistorica, volgare. Il leaderismo a cui è approdato il potere arabo nei lunghi decenni delle dittature non riesce a rinnovarsi nella fisicità scarna di quest'uomo dinoccolato. L'immagine di Assad, priva della mole di Gheddafi e Moubarak o del portamento tronfio di Ben Ali, suoi omologhi già spazzati via dalla Primavera araba, resiste affidandosi a uno sguardo vitreo e tagliente, un cipiglio amorfo che vibra come un rumore sordo nella quotidianità dei siriani. Occhi freddi di un potere che da dieci mesi affoga nel sangue la rivolta popolare.

Bab Sharqi, la Porta del Sole, limite orientale della città vecchia. Oltre un muro di cinta in pietra bianca, la campana della chiesa armena di San Serkis spande a rintocchi il richiamo domenicale. La liturgia cattura un centinaio di fedeli per tutta la mattinata, tra orazioni e preghiere, mentre due signori distinti si attardano fumando sotto il sole raggiante che invade il cortile. Osservo un bassorilievo in marmo che raffigura le deportazioni del 1915. “Tourist?” Il più anziano non contiene la curiosità verso un volto nuovo. “Yes. Italian”. Un'espressione di meraviglia attraversa i suoi occhi: da mesi il turismo a Damasco è scomparso. L'uomo si avvicina porgendo il pacchetto di sigarette. “You are welcome”. Poi si rivolge in armeno al suo amico indirizzandolo verso un portone, da cui riappare in fretta con tre caffè.

“Tira una brutta aria in Siria”. Finita la messa decine di persone si scambiano saluti nel cortile, ambiente reso intimo dalle mura di cinta. Vartan, mercante in pensione che trattava prodotti italiani, coglie l'occasione per ricordare gli anni della gioventù. “Andavo a Vigevano per comprare scarpe, a Milano per i tessuti, a Venezia per i gioielli. Ma erano altri tempi, la Siria era un paese ricco. Ormai rimane solo chi non può andarsene”. Dei centocinquantamila armeni che popolavano Damasco e Aleppo fino a venti anni fa, ne restano oggi meno di centomila. “Fino agli anni ottanta eravamo una comunità forte, economicamente e numericamente”. Mentre camminiamo verso casa sua attraverso i vicoli del quartiere cristiano, decine di serrande abbassate danno conto dei tempi duri che si stanno abbattendo sul paese. “Oggi è diverso, non abbiamo più nessuna sicurezza per il futuro”.

Una porticina di tavole e ferro battuto in fondo a un vicolo si apre cigolando, la maniglia levigata dalle mani, immettendo in una corte interna. “Ci veniamo solo nei fine settimana, per stare tutti insieme”. Una tavola pronta per il pranzo domenicale raccoglie tutta la famiglia, mentre la presenza di un estraneo smette presto di essere motivo di imbarazzo, dando il via a una discussione su quanto accade nel paese. “Ogni giorno arrivano notizie peggiori. Gli insorti sono sempre più organizzati, armati dall'estero per portare la guerra fin dentro Damasco”. La paura della guerra si esprime come un opprimente senso di accerchiamento: il nemico è alle porte.

“Perché non partecipate anche voi al cambiamento?” Il silenzio precipita improvviso sulla tavola. La spontaneità della mia domanda è scambiata per ingenuità. “Quello che sta succedendo non porterà niente di buono per noi”. Vartan si fa portavoce, mentre tutti ascoltano. “Questa rivolta è organizzata da terroristi sunniti che vogliono il potere per comandare su tutti gli altri con l'appoggio dell'Arabia Saudita. Non è la prima volta che ci provano, nel 1982 a Hama fu lo stesso. E l'unico che può tenere a bada i fondamentalisti, oggi come allora, è il presidente Assad”. Mentre procede serrato, Vartan rivela qualcosa di molto più profondo delle sue parole: come in ogni scontro violento, le posizioni dei contendenti sono polarizzate, definitive, prive di legittimazione per l'avversario. “Ma ci sono anche cristiani, tra le fila degli oppositori”. Vartan quasi non mi lascia finire. “Sono pagati come tutti gli altri”.

Damasco respira al ritmo della storia. Nell'oscurità dei vicoli come nei grandi viali frenetici dei suk, un filo di continuità lega il presente a un passato monumentale. L'umanità densa e rassegnata che popola la città si muove a testa bassa tra grandiose rovine di civiltà antiche, integrate senza scandalo nell'architettura viva della città. La moschea degli Omayyadi, lascito della dinastia araba che per prima governò dall'Atlantico all'Oceano indiano, è frequentata oggi come nel settimo secolo da famiglie che nelle giornate di inverno si scaldano sui marmi bianchi inondati di sole, tra le colonne slanciate di epoca romana e la maestosa facciata del tempio bizantino.

Dal mio diario. 10 dicembre.

Da questo luogo simbolico Damasco ha lanciato dieci mesi fa il suo grido di rivolta, facendo proprie le ragioni della Primavera araba e trascinando la capitale fuori da una passività che durava da quarant'anni. Chi partecipò a quella manifestazione era mosso da interessi settari o aveva in mente un'idea diversa, più giusta e equa, di società? Prima di uscire dalla Siria devo incontrare uno di quei ragazzi. Perché tra un po' la Storia non avrà più spazio per capire chi è stato a fare cosa: sarà troppo impegnata a contare i morti.

 

P.S.

Poche settimane dopo gli eventi narrati, i pochi visitatori ancora presenti sarebbero spariti dai vicoli di Damasco. Dopo l'inizio del 2012, le autorità siriane non hanno più rilasciato visti per turismo alla frontiera.


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