Igdir, museo del genocidio turco - foto di Paolo Martino

Igdir, museo del genocidio turco - foto di Paolo Martino

Quando uno stato si fonda su un mito, quel mito dev'essere difeso a tutti i costi. Sono queste parole di un professore universitario armeno che tornano in mente a Paolo attraversando le stanze gelide del Museo del genocidio turco, a Igdir. Qui la storia diventa mito e il passato viene sconvolto. La settima puntata del reportage "Dal Caucaso a Beirut"

10/08/2012 -  Paolo Martino

Cinque fendenti di marmo e acciaio bucano il cielo dell'altopiano, sfumando nella coltre densa delle nuvole. Le sciabole spiovono su Igdir, avamposto turco di frontiera, invadendo il campo visivo di chi dall'Armenia, a nord, guarda a meridione, verso la mole dell'Ararat che riempie l'orizzonte. Ai piedi dei monoliti una scritta accoglie il visitatore nel Turkish Genocide Museum, il museo inaugurato nel 1997 per ricordare il genocidio perpetrato dagli armeni sui turchi. Già prima di varcarne l'ingresso è chiaro che in questo angolo remoto di Turchia, aggrappato all'ultimo lembo di Anatolia, memoria, mito e storia sono in pieno conflitto.

All'altopiano non interessa come ti chiami

Detto curdo

“Fin dal 1870 la Turchia fu oggetto di mire imperialistiche internazionali. Gli stati occidentali e lo zarato russo diffusero tra gli armeni della Turchia idee nazionaliste, al fine di costituire uno stato armeno indipendente in Anatolia e annullare la Turchia sia come stato che come nazione”. L'iscrizione è didascalica, il ritmo assertivo, la punteggiatura sincopata. “Il genocidio perpetrato dagli armeni sui turchi tra il 1870 e il 1920 è compatibile con la definizione di 'azione realizzata per uccidere in maniera deliberata e pianificata un gruppo umano', contenuta nella Convenzione sul genocidio del 1948”. Abbandonate alla periferia estrema dell'altopiano, le sale del museo sono gelide e deserte.

Igdir, crocevia tra Turchia, Iran, Armenia e Azerbaijan, dove le lingue non contano e scompaiono nel linguaggio universale delle terre di frontiera. Come Kars a nord e Van a sud, Igdir fece parte fino al 1917 della periferia occidentale russa, attirando un afflusso di armeni dalle regioni dell'Anatolia sottoposte all'Impero ottomano. Annessa dalla Repubblica Democratica di Armenia, la città passò dopo tre anni alla Turchia kemalista, intenta ad estendere i suoi domini fino alla riva destra del fiume Arax. Il 13 novembre 1920 gli armeni in ritirata incendiarono il ponte di Margara, unico legame rimasto tra Armenia e Anatolia. Igdir, che all'epoca contava una popolazione mista superiore a diecimila abitanti, tagliava il cordone ombelicale con il suo passato armeno.

“Soldati turchi a cui è stato bruciato lo stomaco e cavati gli occhi. Oba, provincia di Igdir, 1915”. L'immagine di due cadaveri sfigurati apre la prima, raccapricciante galleria fotografica del museo. Uomini incaprettati, cadaveri mutilati, volti senza più morfologia. Le didascalie commentano fatti e riportano circostanze con precisione assoluta. “Soldati ottomani uccisi da gruppi armati armeni il 23 luglio 1915 mentre erano in licenza-malattia nel villaggio di Koom”. Alcune citano testimoni internazionali: “Mr. Vays, reporter tedesco, Mr. Estryan, austriaco e Mr. Ahmet Rayf esaminano corpi di turchi massacrati”. Le foto tuttavia sono molto meno precise delle iscrizioni: il bianco e nero lascia appena intuire le sagome di corpi ammassati e lasciati alle intemperie. I soldati non indossano uniformi. I luoghi non sono identificabili da indizi esterni: non una moschea, una chiesa, un ponte, una stazione ferroviaria riconoscibile. I testimoni stranieri sono solo sagome vaganti riprese di spalle tra mucchi di morti impilati sotto il sole.

Dal mio diario. 9 novembre

Tazegol, Subata, Ilica ,Sarikamis, Hasankale, Erzinkan, Hakmehmet. Appunto i luoghi delle stragi, segno le date, registro la stima delle seicentomila vittime turche della violenza armena. Disorientato, cerco di rimanere concentrato sul dato assoluto e inopinabile, le uccisioni di massa documentate dalle fotografie. Addentrandomi in questi corridoi silenziosi, però, vengo schiacciato dal rumore di fondo che mi accompagna fin dall'ingresso: che storia racconterebbero questi morti? La stessa storia che questo museo vuole documentare? Nella stanza ricavata tra le basi monolitiche delle cinque spade, cuore del museo, un pannello riporta le misurazione antropometriche di otto teschi trovati nella fossa comune di Cavusoglu Samanligi. Indici cefalici, morfologie craniche e “prominenti studi sulla razza” dimostrano che “la storia relativa agli armeni va riscritta, in quanto le persone massacrate erano turchi, non armeni. Firmato, Prof. Dr. Metin Özbek”.

Una stanza raccoglie ricerche pubblicate da centri-studio turchi, a firma di docenti universitari di storia e antropologia. Libri come “La questione orientale: imperialismo e comunità armena” o “Chiesa armena e terrorismo” raccontano con linguaggio propagandistico le vicende di terroristi armeni, di arsenali sequestrati a banditi armeni, di accordi tra potenze straniere e traditori armeni. Improvvisamente saltano alla memoria le parole di Hayk Demoyan, il direttore del memoriale del genocidio armeno intervistato pochi giorni fa a Yerevan. “Lo Stato turco non si regge su un patto sociale, ma su un mito. E i miti vanno difesi a tutti i costi, anche riscrivendo il passato”.

La porta della stanza si spalanca mentre fotografo le copertine dei libri, nonostante il divieto. Un giovane in uniforme alza la voce, fissando la scena. "Türkçe bilmiyorum!” Compreso che non parlo la sua lingua, il soldato cambia espressione. Entusiasmato dalla presenza di uno straniero nel museo di cui è custode, si affretta a preparare il tè e una colazione a base di yogurt. La conversazione è nulla, ma la curiosità che i suoi occhi esprimono è smisurata. Quando capisce che il mio viaggio è iniziato dall'Armenia afferra un mazzo di chiavi, chiude la porta del museo e inforca la moto parcheggiata nello spiazzo. La mano destra fa segno si salire in sella.

Dal mio diario

Mentre la motocicletta si infila nell'aria gelida, mi volto per guardare il monumento che torreggia sull'altopiano. Sarkan il custode attraversa campi messi a riposo per l'inverno, costeggia canali coperti di ghiaccio, incrocia pastori seduti a bordo strada: l'Armenia, indistinguibile all'orizzonte, sfila in perfetta continuità col paesaggio circostante. Sarkan parla, gesticola, mima, elogia le prestazioni della sua nuova moto, mi invita a guidarla, finché dimentico il luogo del nostro incontro. Almeno per un attimo, la monumentale ossessione degli Stati per il passato soccombe di fronte alla semplicità di un uomo. E Turchia e Armenia, da rivali, sembrano trasformarsi in semplici vicini.

La notte di Igdir smorza improvvisamente ogni attività, dettando i ritmi umani di un luogo che vive secondo cadenze antiche. Nella frontiera, il meta territorio dove le identità si fondono e si genera il nuovo, tutto è manifestamente precario, fragile, senza ipocrisie. Strade fangose vengono solcate da anziani solitari in bicicletta. Moschee in cemento armato alzano i loro minareti su case incompiute. Fuoristrada senza targa si fanno scudo del buio e dell'omertà. Nei vicoli, dove la neve ammucchiata si scioglierà solo a primavera, viaggiatori azeri, iraniani, turchi e georgiani si danno appuntamento per giocare d'azzardo sugli stessi tavoli, ubriacarsi dalle stesse bottiglie, passare la notte negli stessi bordelli. Fuori, l'inverno raffredda tutti i rumori.

L'autobus per Van è pronto sulla piazzola dell'otogar, in periferia. Non c'è altro da cercare a Igdir, qui la storia armena non ha lasciato tracce, andando in fumo insieme al ponte di Margara. L'autista improvvisamente spegne il motore, mentre l'unico passeggero che parla inglese traduce le sue parole. “Questo autobus è troppo grande, non riuscirei a passare tra le macerie. I minibus partiranno dalle piazzole vicine, potete usare lo stesso biglietto”. Affollati sotto le pensiline, i passeggeri alzano lo sguardo verso un televisore. Nella parte bassa dello schermo, confusi tra parole incomprensibili, scorrono a ripetizione due termini che dicono tutto. Magnitude 5.8, h21:23. Da circa mezz'ora Van non esiste più.


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