Sul quotidiano di Trieste Il Piccolo un interessante dibattito sul tema del confine e di una politica che ha frenato in questi anni questa parte d'Europa. Un commento di Livio Sirovich

03/04/2008 -  Anonymous User

Di Livio Sirovich*, il Piccolo, 1 aprile 2008

Con «I troppi nodi irrisolti» (della nostra politica verso l'est) Rumiz ha scritto un pezzo memorabile. Qualche volta, certi scrittori sanno cogliere un momento storico meglio di cento politici di mestiere. Speriamo che sia questo il caso, che ci si stia davvero svegliando. Rumiz dice che l'Italia si è adagiata nel luogo comune del «noi buoni» e «loro cattivi», e che questo frena il nostro settore di Europa. Ha ragione, straragione.

Il «Come mai?» di Rumiz al nostro presidente della Repubblica, a proposito del modestissimo allargamento dell'Unione europea ad est di Trieste, è una domanda assai impegnativa. Perché è vero che sui nostri non perfetti rapporti con i paesi balcanici gravano tragedie e retaggi storici epocali, e che altri popoli e governi commettono i loro sbagli, ma è anche vero che noi non stiamo facendo bene la nostra parte.

Retaggi... a 180 km da Trieste, a Bihać, c'è la prima grande moschea turca: la «Moschea della Vittoria» che ha occupato un'antica chiesa gotica francescana. Però, prima, c'erano passati i crociati, e molto dopo fu un francescano il comandante del campo di concentramento di Jasenovac, in cui i fascisti croati rinchiudevano ortodossi ed ebrei. Ecco... lo sapevo, ho fatto male a toccare l'argomento, perché dalle nostre parti (come per esempio in Medio Oriente) non ci sono un prima e un dopo, e non si finisce più.

Abbiamo tante ferite poco cicatrizzate ed anche sanguinanti, ma sulla miseria della nostra Ostpolitik Rumiz ha assolutamente ragione. Non stiamo facendo al meglio la nostra parte; anche in questo, ben rappresentati dai discorsi del 10 febbraio 2007 e 2008 del nostro presidente Napolitano.

Ha ragione Rumiz: fra molti ex-fascisti ed alcuni ex-comunisti, come Violante e Napolitano, si è verificata una micidiale convergenza nella nostra politica estera verso i paesi dell'ex-Jugoslavia, quasi una convergenza culturale. E questa convergenza si basa sulla convenienza di entrambi ad imputare tutte le nostre tragedie del XX secolo allo scontro etnico.

Prevengo l'obiezione: mi rendo conto che alcuni fra «loro» inneggiano ancora ai criminali di guerra degli anni '90 nell'ex-Jugoslavia. Ma attendere che «gli altri» maturino, prima di guardare con occhio critico in casa nostra, è troppo comodo ed intellettualmente disonesto. Il principio di reciprocità è un alibi, peggio: un'idiozia.

Il nostro presidente non dovrebbe (uso il condizionale perché l'ho letto nelle cronache da Gorizia del 28 marzo) dire al sindaco Romoli: «Al presidente croato Mesic non ho concesso niente sulla tragedia delle foibe». Le stragi del '43 e del '45 non sono un argomento di trattativa, come non lo sono le uccisioni e la strage effettuata a Podhum, vicino a Rjeka/Fiume, dall'esercito italiano nel 1942 (decimazione della popolazione civile: un centinaio ammazzati a freddo su meno di mille abitanti). Sono fatti storici, da definire e studiare e sui quali meditare, se possibile assieme. Ed almeno uno sforzo importante in questo senso fu fatto tra il 1993 e il 2000, con i lavori della Commissione mista italo-slovena di storici, istituita dai due Ministeri degli esteri. Solo che l'Italia mise la sordina alla relazione prodotta (stampata integralmente dal Piccolo) che invece dovrebbe venire distribuita e servire per trasmissioni televisive in Italia, ma anche in Croazia ed in Slovenia.

Ignoro se Napolitano conosca quell'ottimo testo. Personalmente, dubito che, se lo avesse meditato, il nostro presidente si sarebbe espresso come si espresse il 10 febbraio del 2007 (e ha confermato quest'anno), quando - in 58 righe di testo - inserì queste 7 valutazioni rivolte al recente passato dei nostri vicini: «prima ondata di cieca violenza», «furia sanguinaria», «pulizia etnica», «disumana ferocia», «barbarie», «ondata di terrore jugoslavo», «imperdonabile orrore». Mentre ai nostri comportamenti anti-slavi - messi in atto fin dal 1920 - riservò un assai misurato «guerra fascista» (il testo è nel sito del Quirinale).

Un famosissimo storico straniero, che conosceva i miei interessi e che quindi cercava di farsi capire da un profano, mi ha insegnato che anche in politica, nelle guerre etc. esiste una realtà "naturalistica" (leggi pubblicate, documenti, fatti certi, numeri dei morti). Le interpretazioni oneste, come i travisamenti tendenziosi, vengono dopo; ma perdere l'aggancio col concreto è pericolosissimo, perché si rischia davvero di smarrire la bussola.

E' un fatto, ad esempio, che alcuni nazionalisti jugoslavi rivendicarono a lungo, e qualcuno ancora la sogna, l'annessione di Trieste, Udine etc. fino al Tagliamento, e questo ovviamente ci ha feriti. Ma noi, fin dove abbiamo spinto le nostre mire? Abbiamo in Italia molte vie, e anche scuole e caserme, dedicate ad un teorico del nazionalismo italiano di prima del 1915 (Timeus), secondo il quale gli sloveni e i croati dell'Istria erano «bifolchi» per «classe e razza» con i quali - scriveva su «L'Idea nazionale» di Roma - «la lotta nazionale è una fatalità che non può avere il suo compimento se non nella sparizione completa di una delle due razze che si combattono», rinunciare «è roba da pazzi, da castrati e da socialisti internazionali». E poi, nel '41, dove abbiamo mandato i nostri soldati? A Ljubljana, Zagreb, Tirana, Atene, sul Don; a difendere la Patria? Ci rendiamo conto che spedimmo 200.000 soldati in Russia per coprire la Germania nella conquista dei pozzi petroliferi del Caspio? E che nell'estate del '42 mancò poco che li aiutassimo a raggiungere l'obiettivo? Con il che, assieme alla Germania avremmo vinto la guerra in Europa?

Hanno o non hanno i nostri vicini comprensibili motivi di insoddisfazione nei nostri confronti? E questo, come giustamente scrive Rumiz, può o non può avere un riflesso anche sulla propensione a fare affari con noi?

Ci lamentiamo del mancato collegamento ferroviario fra Trieste e Koper/Capodistria. Ma siamo sicuri che non c'entri anche la Storia? (Anche, non solo). Pensate che sloveni e croati facciano sempre volentieri affari con chi continua a celebrare un nazionalista italiano, che considerava i loro nonni «bifolchi» da eliminare? (celebrazione tenuta nel 1994, da parte di un istituto della Deputazione di storia patria). Giù giù, giù, fino al presidente di una circoscrizione, che sguaina la spada pur di difendere un errore di ortografia sulla targa di Villa Primc (è vero: erano sloveni e si sono sempre chiamati così; andate a vedere la loro tomba monumentale in cimitero; e se ci fosse un loro parente fra gli amministratori del porto di Capodistria?).

Solo se ciascuno fa pulizia e tiene in ordine casa propria può sperare di vivere in un villaggio accogliente; perché la nostra parte di Europa è poco più di un villaggio, rispetto a quello che sta crescendo nel mondo. Sveglia! Siamo nel XXI secolo!

Esiste un ottimo libretto, che spiega la concatenazione degli eventi tragici del '900, che hanno afflitto la nostra area («Un percorso tra le violenze del Novecento nella provincia di Trieste»). Vogliamo distribuirlo nelle scuole superiori? E vogliamo diffondere il rapporto della Commissione mista? Per voltar pagina, finalmente.

* Livio Isaak Sirovich è nato a Trieste nel 1949, da madre ebrea lituano-tedesca e da padre di antica origine dalmata. Ha scritto: Cari, non scrivetemi tutto. Gli Isaak, una famiglia in trappola fra Hitler e Stalin (1995), Cime Irredente. Un tempestoso caso storico alpinistico (1996), a quattro mani con Fabrizio Martini Il Tinisa (1983) e La notte delle faville (2007). Lavora come ricercatore dell'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS) di Trieste.


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